Buongiorno e buonasera

21 luglio 2017

Sono andato dalla dottoressa per farmi fare un certificato medico, ha cambiato studio, adesso sta nello stesso edificio che ospita una banca, a me la cosa è sembrata un minimo significativa, uno studio medico e una banca, due cose che tratteggiano bene un’epoca peculiare, mentre salivo le scale ho incrociato una signora anziana, ho detto buongiorno, lei ha ribattuto buonasera, dandomi un’occhiata violenta, perché erano le quattro e mezza del pomeriggio, e so per certo che ci sono persone al mondo che tengono moltissimo a che si dica buongiorno e buonasera a seconda di quando lo si dice, mattina – appunto – o sera, io dico sempre buongiorno, mi sembra più facile da dire, buonasera è più complicato, è una questione di movimento mascellare, a dire buonasera mi viene il mal di mare perché le mandibole devono fare un saliscendi da luna-park, e in sostanza perché non me ne frega un cazzo di essere così scrupoloso e puntuale, insomma come al solito nello studio della dottoressa non c’era nessuno, l’abbiamo scelta per questo, perché da lei non c’è mai fila, era al telefono, mi ha fatto cenno di aspettare, mi sono seduto su una sedia in corridoio, il corridoio era totalmente spoglio, c’era solo un biglietto attaccato al muro, sul biglietto era riportata in tono lamentoso e vagamente intimidatorio la differenza tra ricette “rosse” e ricette “bianche”, ho pensato che al piano sottostante c’era la banca, e che nella banca dovevano esserci tanti di quei biglietti, promemoria, brochure pubblicitarie, avvisi, altrettanto lamentosi e vagamente intimidatori, ma soprattutto, soprattutto noiosi, e tetri, e malinconici, al che mi sono rattristato, tanto, profondamente, cupamente, e mi sono detto che non dovevo amareggiarmi per un pensiero tanto sciocco, il pensiero che il mondo fosse invaso di corridoi spogli e di avvisi in cui viene riportata la differenza tra ricette “rosse” e ricette “bianche”, che il modo in cui riusciamo a scoprire una verità da una cosa insignificante è la nostra vera malattia, il morbo dell’umanità, ma a quel punto la dottoressa ha chiuso la telefonata che stava facendo, ha detto prego, perciò mi sono alzato dalla sedia in corridoio e sono entrato nel suo studio, ho detto buongiorno, lei mi ha seccato con lo sguardo, BUONASERA ha detto, molando la erre come se fosse una lama.


L’opinione dell’opinione pubblica

19 luglio 2017

Mentre danno la notizia della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, il servizio mandato in onda dal tg dice: “Sentenza che divide l’opinione pubblica”, dopodiché seguono una serie di quattro interviste a passanti a cui si chiede se la sentenza è, secondo loro, più o meno giusta. Io, che in questo caso sono lo spettatore dell’organo di informazione che dà la notizia, ossia sono colui che deve essere informato, mi chiedo che tipo di informazione mi restituisce l’organo di informazione che dà la notizia propinandomi l’opinione di quattro passanti scelti a caso in mezzo alla strada; mi chiedo perché se la prima notizia è la notizia della condanna di Massimo Bossetti, la seconda notizia debba essere la divisione dell’opinione pubblica rispetto alla correttezza della sentenza; mi chiedo se questa presunta divisione sia il semplice risultato statistico ottenuto dalle risposte fornite dai quattro passanti intervistati, due colpevolisti e due innocentisti, e se sì mi chiedo coma si possa umiliare in questo modo la scienza della statistica; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione della notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione di un passante sconosciuto e non qualificato dell’opinione di un individuo dotato di un’identità e di una qualifica, ossia qualcuno a cui sia sensato al limite chiedere di esprimere un giudizio sulla notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo l’opinione pubblica, anziché formarsi come reazione all’informazione, diventi la materia prima dell’informazione; mi chiedo se, dal momento che l’opinione di quattro passanti appare sufficiente a definire l’opinione di sessanta virgola otto milioni di italiani senza che nessuno si ponga per questo il minimo problema, mi chiedo se sia propria dei sistemi dittatoriali la soppressione dell’opinione pubblica o se piuttosto l’opinione pubblica non sia uno strumento (il principale strumento) utile alla formazione dei sistemi dittatoriali; mi chiedo soprattutto perché quando ascolto l’opinione dell’opinione pubblica io mi senta sempre così sbalorditivamente, desolatamente, solo.


Niente è vero, solo il cattivo umore è vero

12 luglio 2017

Dopo molti giorni in cui mi svegliavo di cattivo umore, con un peso nel petto, difficoltà a deglutire, senso di oppressione, un giorno mi sono svegliato chiedendomi: perché mi sveglio sempre di cattivo umore? E ancora: perché dovrei invece svegliarmi di buon umore? Ma soprattutto: cos’è il buono e il cattivo umore? Dove sta la verità dell’umore? Fingo di più quando sto di buono o di cattivo umore? E fingo rispetto a cosa? Rispetto alla realtà del mio umore, o rispetto alla fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda? E quindi come dovrei essere, una volta accertata la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, di buono o di cattivo umore? E se riesco con ragionevole obiettività ad accertare la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, ossia se mi riscopro dotato della qualità psicologica necessaria a giudicare con ragionevole obiettività la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, perché allora il mio umore sembra insensibile a questa realtà, ossia perché il mio umore reagisce come se questa realtà oggettiva non esistesse, ma anzi come se la realtà di riferimento fosse un’altra, come se quest’altra realtà fosse, diciamo, tendenzialmente più brutta della realtà oggettiva? Di norma nella genesi del nostro umore sono coinvolte diverse componenti che si combinano fra loro in modo imperscrutabile. Per esempio se me ne sto seduto in giardino considero queste componenti: la brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio, quattordici piante vive, una morta, due in via di avvizzimento, la signora del palazzo di fronte che sbraita all’indirizzo di un cane che abbaia ininterrottamente da due mesi, le punture di zanzara che fioriscono sulle mie gambe e sulle mie braccia, il cielo limpido, l’erba infestante che cresce in mezzo al ghiaino, il canto delle cicale. Componenti questi che possono avere segno + o segno – e la cui somma fa il totale. Tuttavia un calcolo del genere vale per gli animali, ma non per gli uomini. Soprattutto non per me. Il meccanismo che contribuisce a costruire il mio cattivo umore è il seguente. La brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio mi ricorda le agghiaccianti, infinite estati solitarie di quando ero bambino e la testa mi tuonava in un vuoto ancestrale. Le quattordici piante vive, quella morta, e le due in via di avvizzimento sono il segno che nell’arte del giardinaggio, come in tutte le forme d’arte in cui mi sono cimentato, sono destinato al fallimento (tempo due settimane e il numero delle piante morte supererà quello delle piante vive). La signora esasperata dall’abbaiare del cane è la materializzazione di ciò che accade di norma nella mia testa (c’è un cane che abbaia ossessivamente, nella mia testa). Le punture di zanzara, il cielo limpido, l’erba infestante, il canto delle cicale mi riportano col ricordo alla parte disabitata e selvaggia di un’isola greca che visitai all’età di diciott’anni, a una madonnina sul bordo della strada che digradava verso il mare, agli occhi della madonnina fatti con due pietruzze bianche, i quali, nel biancore della luce mediterranea e nell’ampio silenzio soffice di quel vuoto terracqueo mi restituì l’impressione della più vasta, totale, assoluta solitudine concepibile in natura, all’atto di vandalismo che compì uno dei ragazzi che erano con me il quale scagliò una pietra contro la madonnina spaccando il vetro che proteggeva quegli occhi gelidi. Tutto questo accade mentre me ne sto seduto in giardino convinto di non essere immerso in una fase particolarmente riflessiva né drammatica né emozionante, ma in uno stato che giudicherei neutro. Eppure, ecco, è così che prospera il mio cattivo umore. Non è quasi mai in connessione con la realtà che mi circonda, o se lo è, lo è solo perché quella realtà è il treno sul quale salto per arrivare a nuove e più remote destinazioni. Tutto questo, mi hanno spiegato, avviene per delle infinitesimali produzioni di sostanze chimiche, per questioni “organiche”, “cromosomiche”, “genetiche”. Quindi il cane, le estati di quando ero ragazzino, la madonnina con gli occhi di pietra, non sono altro che delle entità molecolari, ioni, miscele. Niente è vero, nessuna realtà. Solo il cattivo umore è vero.


Mondi incompiuti

5 luglio 2017

Sto in un bar con tre amici, e uno dei tre si mette a raccontare che lavora da quarant’anni nello stesso posto, dice che però non ha sempre lavorato lì, dice che prima di lavorare lì guidava ruspe e muletti, aveva quindici anni e si divertiva un sacco, dice che guidare ruspe e muletti era la sua vocazione, dice che a parte questi quarant’anni che sono volati, per lui la parte migliore della vita lavorativa è stata quando aveva quindici anni e guidava ruspe e muletti, questa parte della sua vita lavorativa è durata due anni, poi sono incominciati i quarant’anni di cui sappiamo, ma quei due anni, quei due anni, dice, sono stati un’autentica meraviglia, tutto il giorno a smanettare sulle leve di comando delle ruspe e dei muletti, allora quasi sento il campo magnetico che lo avviluppa, lui su quelle leve era felice e stava bene, un bambino a cui metti in mano una macchina vera da guidare e gli dici: “Fallo e avrai in cambio i soldi per andarti a divertire”, lui su quelle ruspe e su quei muletti avrebbe lavorato il doppio di quanto gli era richiesto, e avrebbe reso il doppio di quanto ha reso ogni singolo giorno lavorativo degli ultimi quarant’anni, eppure poi lo hanno costretto a passare quarant’anni a fare un altro lavoro anziché il lavoro che lo divertiva e che lo faceva stare bene, un lavoro che per quarant’anni ha fatto un altro al posto suo, un altro a cui di guidare ruspe e muletti proprio non fregava niente, eppure poi la vita – beve la sua birra, si asciuga i baffi, sbuffa e scuote la testa sorridendo – la vita poi corre da un capo all’altro e finisce che la cosa delle ruspe e dei muletti ormai non ha più nessuna importanza, ed è proprio questo che fa bollire il sangue, il fatto che è così che svaniamo dalla faccia della terra come mondi incompiuti.


A proposito di quanto sia difficile farsi leggere

28 giugno 2017

Ieri, passeggiando in una libreria, pensavo a tutti i libri contenuti nella libreria nella quale passeggiavo. Tantissimi libri, diciamo diecimila libri. Allora pensavo: metti che io sia l’autore di uno di questi diecimila libri. Un lettore entra nella libreria senza avere un’idea di cosa comprare. Vuol comprare un libro. È un desiderio semplice. Ma deve scegliere tra diecimila libri. Perciò il mio libro dovrà misurarsi in una competizione alla quale partecipano altri novemilanovecentonovantanove libri. Una competizione alla quale – questione non poco rilevante – partecipano tutti i principali giganti della storia della letteratura, vivi o morti che siano. Il che è un po’ come se mi iscrivessi a una gara automobilistica e mi ritrovassi a rivaleggiare con Fangio, Prost, Lauda, Villeneuve, Senna e Schumacher, più una frotta di amatori di vario livello. Io che sono l’autore di uno di questi diecimila libri devo insomma convincere il lettore a preferire me ad altri novemilanovecentonovantanove libri. Me – capite? – un lombrico in confronto a questi novemilanovecentonovantanove fagiani dorati.

E mentre mi aggiravo per la libreria pensando ai fagiani dorati, un tizio mi ha chiesto se poteva farmi delle domande. Prima però mi ha detto: “Sono un autore”. Mi ha indicato un banchetto sul quale c’era una pila di copie del suo libro. Mi ha detto che voleva parlarmi del suo libro. Me l’ha detto con voce sussurrata, gli occhi bassi, come se mi invitasse a parlare della sua malattia. Gli ho risposto: “Mi dispiace, ho i minuti contati”. E lui ha detto: “Grazie, infinitamente grazie”, proprio come se lo avessi appena rassicurato circa la sua malattia.

Una volta, a Torino, al Lingotto, eravamo io e Silvia Vecchini, e stavamo seduti come gli anziani per “riposare le gambe” e una ragazza ci ha chiesto se poteva farci delle domande, e ci ha chiesto quanti libri leggiamo in un anno, e ci ha chiesto tutta una serie di cose sui libri e su che genere di lettori fossimo, poi ha concluso chiedendoci: “Sapete chi è Ron Hubbard?”, e ci ha svelato che si trovava lì, al Salone del Libro, per fare un’indagine di mercato, perché una casa editrice era indecisa se pubblicare o meno un libro di Ron Hubbard e perciò era un po’ come se chiedesse un parere ai “lettori di qualità”, e io – non l’ho detto a Silvia, me lo son tenuto per me – io che ho l’autostima di un lombrico, insomma ho pensato: “Embè, lo chiedi a me?”.


Ah che meraviglia di carrozza! Ah che bel ricordo!

26 giugno 2017

Vagando di sabato pomeriggio nel centro della città di Firenze e non avendo granché da fare, e soprattutto cercando di limitare al minimo i movimenti del corpo per via del caldo terrificante, mi sono fermato in un angolo della strada a guardare un giapponese che filmavano con il cellulare il passaggio di una carrozza, la carrozza portava a spasso una famiglia di turisti, e il giapponese con il cellulare ha ripreso la scena della carrozza che svoltava in un vicolo, e poiché la scena non aveva in teoria niente di interessante, mi sono messo a pensare a quest’uomo che invece doveva trovare molto interessante il passaggio della carrozza, interessante al punto da prevedere che nel momento in cui avrebbe riguardato quella scena, ossia il passaggio mansueto di una carrozza in una strada della città di Firenze, si sarebbero prodotte in lui le emozioni proprie di un bel ricordo, e mi sono messo a pensare a questo tizio giapponese, seduto sulla sedia girevole del suo studio in una casa giapponese, davanti al computer acceso, che guarda il bel video della carrozza che passa e svolta a destra in un vicolo della città di Firenze, e pensa “Ah che meraviglia di carrozza! Ah che bel ricordo!” benedicendo l’istante in cui il fato ha voluto che lui e sua moglie si trovassero proprio in quella strada e in quel momento, nel momento in cui passava la carrozza, quella magnifica, fiammante carrozza, e il suo entusiasmo non ha più freni, la sua smania, la sua eccitazione, lo fanno quasi saltare dalla gioia, mi sono messo a pensare a questo giapponese avveduto e pieno di nostalgia, a questo zelante produttore di ricordi, a questo marpione che non si è fatto scappare la scena della carrozza che gira in un vicolo di Firenze, mi sono messo a pensare a questo qui che schiocca la lingua e soddisfatto esclama “Ah!”, con la gola sazia, il petto gonfio, le mascelle piene di una gloriosa foga, di una completa, inesausta soddisfazione, mi sono messo a pensare “Che culo, fratello, che hai; che culo che non t’immagini”.


Tagliasiepi

23 giugno 2017

Nella scuola in cui lavoro è venuta la ditta a tagliare la siepe. Il barista anziano e il presidente anziano del limitrofo centro anziani sono usciti dal limitrofo centro anziani e si son subito messi a guardare gli operai della ditta che tagliano la siepe. Dopo un po’ si è unito un terzo anziano il quale, tentando di sovrastare il ronzante tagliasiepi, ha detto agli altri due: “Già che ce state, fateve taja’ i capelli”.


Vantarsi di non sapere chi fosse Caproni

22 giugno 2017

Da ieri il principale argomento di discussione è il fatto che la maggioranza degli italiani non sa chi fosse Giorgio Caproni. Il punto non è però che la maggioranza degli italiani non sa chi fosse il poeta Giorgio Caproni. Questo ci sta. Caproni non è un poeta popolare (chi lo è?), non fa parte dei programmi ministeriali di letteratura italiana, è ancora contemporaneo, eccetera. Il punto è che la reazione di chi non sa chi fosse Giorgio Caproni è nove volte su dieci una reazione divertita, derisoria. Il punto è che questo tipo di reazione non è rivolta tanto a Giorgio Caproni (se non si sa chi fosse, è difficile che possa essere oggetto di derisione). Coloro che hanno una reazione divertita di fronte al nome dello “sconosciuto” Caproni se la ridono facendo quasi vanto di non avere mai udito prima il nome di Caproni. Adesso io voglio dire che non so cosa sia uno spinterogeno. Non l’ho mai saputo, né mi è mai interessato saperlo. Eppure mi basterebbe fare una ricerca per togliermi il dubbio. Tuttavia se porto la macchina dal meccanico e il meccanico mi dice: “È lo spinterogeno”, a me non scappa mica il risolino coglione di quello che si vanta di non sapere cosa sia uno spinterogeno. Al limite taccio.


I giovani del liscio

15 giugno 2017

Nel centro anziani c’è un anziano che è, per così dire, il capo degli anziani. Lui è il presidente dell’associazione che presiede il centro anziani. Però non è il più anziano. Il più anziano è il barista. Anzi no, il più anziano è l’anziano che cura l’orto, a cui di tanto in tanto chiedo qualche dritta per il giardino, per le potature e per le innaffiature, solo che lui ha poca pazienza, e quando il discorso va per le lunghe e io magari non capisco quello che dice – nonostante stia a Roma da cent’anni parla ancora il dialetto meridionale natio – allora s’incazza e sbuffa e smadonna. Il capo degli anziani, dicevo, lo incontro ogni sera quando esco dalla scuola in cui lavoro, la scuola che confina col centro anziani. Lui sta nel cortile insieme a “I giovani del liscio”, i quali allestiscono le serate del liscio per gli anziani del centro anziani, dirige i lavori, bada a che tutto fili – va bene, lo dico – liscio. E quando mi vede passare con la mia borsa a tracolla e la faccia eternamente accigliata che madre natura m’ha dato, mi fa sempre la stessa battuta: “Pure oggi me tocca pagàtte gli straordinari”. Il punto è come lo dice, e lo dice come se non fosse proprio una battuta, ma come se recitasse una scenetta melanconica, insomma, come se gli mancasse qualcosa davvero della vita lavorativa, sebbene questa vita lavorativa, in questi anni, in questa città, sia davvero desolante, sebbene questa vita lavorativa io la trovi di una tristezza piana e ineluttabile, un accumulo di giorni poveri di senso, una lunga, modulata apatia. A lui, al capo degli anziani, questa vita che a me non piace proprio, un tempo doveva piacergli molto. O sicuramente di più di quanto gli piaccia la vita attuale, che consiste nel dare un occhio al lavoro dei giovani del liscio, perché facciano ballare gli anziani del quartiere come si deve.


Il dubbio è politeista

14 giugno 2017

Le persone di successo hanno grandi certezze, posizioni strutturate, idee chiare e nette, si scelgono una parte e la difendono, costruiscono torri dalle quali risultano inattaccabili, il che contribuisce a creare la loro identità, che è un’identità sempre peculiare. Ho letto l’intervista di ieri sul Corriere a Zadie Smith. Alla domanda «Come difendere i minori?», risponde: «Bisogna esercitare il potere al meglio. Io per esempio non ho lo smartphone e quindi posso dire a mia figlia, di sette anni, che lei non ce l’ha perché io non ce l’ho». Il messaggio è chiaro, non sta dicendo che sua figlia di sette anni non ha lo smartphone, non sarebbe una notizia, sta dicendo che LEI non ha lo smartphone. Poi le chiedono: «C’è qualcosa che lei odia?», e prontamente risponde: «La tv». Posizioni strutturate, idee chiare e nette. L’identità. La torre. Franzen odia i social; Smith odia gli smartphone e la tv.

Ma anche i frustrati, i falliti, i delusi, fanno lo stesso. Non hanno incertezze, solo incrollabili convincimenti. Sanno indicare il male con un dito, o perlomeno quello che secondo loro È il male. Non dubitano. Questo fanno.

Quando compro il gelato a mio figlio, lui sceglie sempre gli stessi gusti: fragola e cioccolato. Se gli chiedo: «Quale dei due è il tuo gusto preferito?», lui risponde: “Tutti e due”. Al che gli dico: “Devi sceglierne uno”. E lui insiste: “Tutti e due”. Lo critico, gli dico che tra fragola e cioccolato ci dovrà pur essere un gusto che prevale. Ma niente. Si rifiuta di fare la scelta. Gli dico che è importante fare delle scelte, prendere una parte, che è attraverso le scelte che si costruisce l’identità. Lui mi guarda con gli occhi invasi dal dubbio.

Penso di sbagliare quando impongo a mio figlio una scelta tra fragola e cioccolato. Penso che invece dovrei coltivare quella cosa che gli traspare negli occhi. Il dubbio. A tal proposito ha scritto Tabucchi: “Il dubbio, come la letteratura, non è monoteista, è politeista. Peraltro le conseguenze dei pensieri mo­noteisti, che non nutrono alcun dubbio, sono sotto gli occhi di tutti”.


La noia

13 giugno 2017

Quando da ragazzo leggevo i classici, ciò che sommamente ammiravo in quegli scrittori non erano tanto le loro pagine migliori, bensì le loro pagine noiose. Mi sembrava che la noia fosse una proprietà di quei romanzi, il vero attributo che li distingueva dagli altri romanzi che invece classici non erano. Con questo non voglio dire che non trovassi pagine noiose nei romanzi che invece classici non erano. Ne trovavo eccome. Ma le pagine di noia dei veri classici erano fatte di una noia, come dire, di qualità superiore. Così immaginavo che per imparare a far bene gli scrittori bisognasse innanzitutto imparare a scrivere una bella pagina noiosa, una pagina tale da suscitare gloriosi, satollanti sbadigli. Ho ripensato a questo l’altro ieri, quando sono andato al CAF per presentare la dichiarazione dei redditi, e mi sono seduto per aspettare il mio turno. C’erano tre anziane provviste di una manifesta, atavica pazienza e un tale che per ingannare il tempo faceva a voce alta battute che non facevano ridere. Così, per ammazzare la noia che mi procurava l’attesa, mi sono messo a leggere le riviste. Le riviste avevano titoli come Intimità, Confidenze, Confessioni. Ma poco dopo mi sono annoiato. Mi sono guardato intorno, le tre anziane sembravano totalmente imbevute della loro pazienza, sembravano tre grossi cetrioli sotto aceto, mentre il tale che per ingannare il tempo faceva a voce alta battute che non facevano ridere continuava – lui solo – a ridere delle proprie battute. Ora, poiché non c’è, credo, posto più noioso di un CAF, mi sono chiesto come avrebbe fatto un grande scrittore, uno scrittore di romanzi classici, a tirare giù una pagina noiosa, una bella pagina gonfia di quella ghiotta, elegante, depurata noia sull’attesa in un CAF. Poi mi sono ricordato di David Foster Wallace, il quale, in una pagina de Il re pallido (Einaudi, Traduzione di Giovanna Granato) – romanzo che ha la smisurata ambizione di descrivere la sfibrante noia provata durante un’esperienza lavorativa da agente tributario – ha scritto: «Il punto per quanto riguarda il libro di memorie è che ho imparato, durante quel periodo all’Agenzia, qualcosa sulla noia, l’informazione e le complessità fuori luogo. Ho imparato a sorvolare la noia come fosse un paesaggio, con le pianure, le foreste e le infinite zone incolte. L’ho imparato ampiamente, puntigliosamente nel mio anno di interruzione. E da allora mi accorgo sempre, quando lavoro, mi diverto, sto con gli amici e perfino nell’intimità della vita familiare, che le persone viventi non parlano granché della noia. Di quelle parti della vita che sono e devono essere noiose. Perché questo silenzio? Forse perché l’argomento è, di per sé, noioso… solo che così ci ritroviamo al punto di partenza, che è barboso e fastidioso. Io, però, ritengo che potrebbe esserci di più… enormemente di più, proprio qui davanti a noi, nascosto dalla sua stessa mole».


Uno dei più grandi cantanti blues di tutti i tempi

30 maggio 2017

Nei primi anni Novanta, a Londra, mentre dormivo in un sacco a pelo sotto al portico della stazione di Charing Cross, mi risvegliai cullato da un canto roco e gentile, «…how many times can a man turn his head, pretending he just doesn’t see?». A cantare era un uomo con la barba rossiccia da irlandese, gli occhi stretti come due fessure, i capelli ritti e sudici, le macchie nere sugli zigomi e un’età indefinibile, tra i quaranta e i cento anni. Appena si accorse che mi ero svegliato smise di suonare, mi sorrise e chiese scusa per aver preso la mia chitarra mentre dormivo. Lo pregai di continuare a suonare e me ne stetti in silenzio ad ascoltare quella voce fosca e aspra che strisciava lenta come acqua sporca in un fosso. Non ho mai più sentito nessuno in vita mia suonare Bob Dylan meglio di così.

Più o meno negli stessi anni, a New York, nell’East Village, si aggirava un clochard. Era un nero dalla statura smisurata e per questo tutti lo chiamavano Treeman, “Uomo-albero”. Jeff Buckley, che lavorava in un locale del Village come cantante-lavapiatti, una sera chiese a Treeman se conosceva il blues, e Treeman rispose intonando If you knew di Nina Simone e Drown in My Own Tears di Henry Glover. A quel punto Jeff invitò Treeman sul palco e cantarono insieme alcuni standard del blues. In seguito Jeff definì Treeman “uno dei più grandi cantanti blues di tutti i tempi”.

Robert Walser, a proposito del talento, ha scritto: “Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire deve essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo”.

Una certa ampiezza e una certa calma. Ecco. Il talento deve essere ampio e calmo. Soprattutto calmo.


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