Ho letto che oggi, per la prima volta (chissà da quando), in tutto il mondo non si giocherà alcuna partita ufficiale di calcio. Sono in programma solo tre amichevoli: due in Svezia, tra cui l’incontro tra i dilettanti del Byttorps e quelli del Sodra Vings, e una in Bielorussia. Ci sono cose che meglio di altre danno la dimensione dei fenomeni. E miliardi di esseri umani che ogni giorno danno continuazione a qualcosa che hanno iniziato il giorno prima. Poi arriva il giorno in cui tutti quegli esseri umani che davano continuazione alla medesima cosa, ai medesimi fenomeni, di colpo, smettono. E quella cosa si arresta, diventa muta, invisibile. Quella cosa allora è come se non fosse mai esistita. C’è stato un giorno nella storia del mondo, per esempio, in cui si è svolta l’ultima corsa delle bighe, ma è molto probabile che chi ha partecipato a quella corsa non immaginava che sarebbe stata l’ultima volta che il mondo avrebbe visto una corsa di bighe. Ho sempre pensato che non poter sapere quando si fa qualcosa per l’ultima volta sia uno dei più perversi inganni della vita terrestre.

Ma la lettura migliore in questi giorni è Pascal, e in particolare la parte dei Pensieri in cui definisce l’uomo come sospeso tra due infiniti: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Il piccolo, “da cui è tratto”, e il grande “in cui è inghiottito”. “Che cos’è l’uomo nella natura?”, si interroga Pascal. “Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, il termine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile”. Di questi due infiniti però, quello che l’uomo riesce meno a immaginare è l’infinito della piccolezza, la misura acellulare di un virus, appunto. “L’infinità nella piccolezza è molto meno manifesta”, dice Pascal. È più facile tremare di fronte all’infinitamente grande, alla gloria manifesta dell’universo, è più facile provare “quel piacevole tipo di orrore” (Addison) che avvertiamo di fronte alle creste inesorabili d’una montagna, o al terrificante ribollire di una marina in burrasca; è più facile sentirsi inermi al cospetto della vastità. Ora invece siamo posti di fronte all’altro infinito, al piccolo, al reame invisibile. L’uomo, dice Pascal “ha bisogno di un luogo che lo contenga”. Così l’orrore che proviamo oggi è di non essere contenuti nella tempesta, ma di esserne i contenitori.

Mio figlio è davanti allo schermo del computer, ha le cuffie, sorride, è concentrato, poi di nuovo sorride, alza la mano, grida: “Sìììì”, poi si rituffa a scrivere sul quaderno che ha di fianco. Nello schermo c’è la sua classe, la maestra e i suoi compagni, e lui ha l’illusione di essere in classe con la maestra e i compagni. Ma io da questa parte vedo un’altra scena e mi viene in mente Il signor Mani. Yehoshua lo ha scritto usando una tecnica particolare: cinque dialoghi di cui noi lettori possiamo leggere solo ciò che pronuncia una delle due voci, come se stessimo ascoltando una persona che parla al telefono e dovessimo ricostruire il senso della conversazione immaginando anche la voce di chi sta dall’altra parte. Nelle mie incombenze quotidiane, nel mangiare, nel bere, nel sonno, nel lavorare, nel prendermi cura del giardino, manca la seconda voce, manca il mondo. Nei giorni in cui il raziocinio mi conforta mi dico che, prima che tutto questo accadesse, non ero certo io, uscendo di casa, a creare il mondo. In quei giorni sorrido, sono concentrato, poi di nuovo sorrido, alzo la mano e grido: “Sìììì”. Negli altri giorni mi chiedo se c’è ancora un mondo.

Intorno alle quattro del mattino ho sentito cantare gli uccelli fuori dalla finestra. I suoni erano a volte ascendenti a volte discendenti. Ho pensato che se mi fossi concentrato sarei potuto arrivare a decifrarne la lingua. Quando non siamo ancora completamente fuori dal sonno i pensieri sono confusi, ma hanno una loro sostanza, si fanno solidi, e ogni stramberia ci appare reale e possibile. In quella sospensione tra sonno e veglia mi sono chiesto se gli uccelli se ne sono accorti, ma era una domanda buona per un sogno. Adesso però che sono sveglio mi sembra che la domanda abbia un suo fondamento anche nella realtà. È un giorno di pioggia e, da quel poco che so del comportamento degli uccelli, quando smette di piovere loro cantano. Nel primo libro delle Georgiche, Virgilio scrive: “Allora i corvi con la gola serrata ripetono tre o quattro volte le limpide voci, e spesso sugli alti giacigli, lieti per un’insolita dolcezza, schiamazzano fra loro tra le foglie: piace a loro, terminata la pioggia, tornare a vedere i piccoli figli e i dolci nidi”. Stiamo diventando uccelli.

L’altro giorno ho detto a mio figlio: “Facciamo un po’ di ginnastica”. Ci siamo messi a piedi scalzi sul tappeto verde davanti alla televisione e abbiamo iniziato a fare i piegamenti sulle gambe. Gli ho raccomandato di stare dritto con la schiena, ma non riusciva a stare dritto. È in quell’età in cui il corpo se ne va ancora per i fatti suoi, e lui lo porta come se fosse un vestito troppo grande. Mentre stavamo là sul tappeto a fare i piegamenti, mi è andato l’occhio sull’anta a specchio della libreria. Nello specchio c’ero io e questo bambino che m’assomiglia, entrambi intenti a fare i piegamenti. Un’immagine tutto sommato spensierata. Io guardavo nello specchio, e nello specchio c’era lui che guardava me sforzandosi di imitare la mia postura. Ho sentito forte una sensazione, l’impressione fugace di essere immerso in un flusso di tempo, di scorrere, e mi è sembrato di sentire la sua voce da grande che tenta di ricordare. Allora ho pensato che non voglio perdermi niente, nemmeno queste giornate messe in fila sul davanzale come bottiglie vuote ad asciugare.

Saranno settimane di solitudini in cui entreremo in intimità con noi stessi in forme nuove. Scopriremo aspetti di noi che non immaginavamo, sarà un viaggio nell’io più profondo. Per qualcuno non sarà una novità, per qualcun altro sarà un’esperienza inaudita. Essere in intimità con se stessi e con certi lati arcani di sé è come mettere piede in una radura astratta, verdissima e infestata di belve. Andiamo incontro al mese in cui si fa viva la primavera, giurate una cosa a voi stessi: che in questo tempo misterioso che ci tocca vivere avrete rispetto di voi, che vi conserverete in forza e in apparenza, che non curerete il silenzio esteriore del mondo con l’incuria interiore, che dormirete il giusto e vi alimenterete al meglio, che farete ogni giorno quello che serve per restare belli.

Da quello che sembra durerà a lungo, da quello che già intuiamo sarà qualcosa che ricorderemo per anni, una mutazione così pervasiva delle nostre giornate, del nostro modo di vivere. Quello che so è che quando ci si ritrova al cospetto di una vasta mutazione delle condizioni ordinarie di vita, le storie prolificano. E quando si torna all’ordine, si viene assaliti dalla voglia di raccontare quelle storie. L’esplosione letteraria del secondo dopoguerra nacque da questo, dalla volontà e dal desiderio di raccontare ciò che si era vissuto. Ce lo dice Calvino nella famosa prefazione per la riedizione del ’64 de Il sentiero dei nidi di ragno:

L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare […]. Ci muovevamo in un multicolore universo di storie.

Pur essendo questi giorni imparagonabili ai giorni disastrosi della guerra di cui parla Calvino, mi chiedo chissà se le vicissitudini che stiamo vivendo nel presente e che vivremo nell’immediato futuro saranno tali da fecondare un nuovo clima culturale. Chissà se anche noi, una volta fuori, ci strapperemo le parole di bocca, o se invece le nostre bocche continueranno a essere vuote, perché le parole le avremo già tutte riversate in questi esercizi quotidiani di appelli e contrappelli.

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