In Let’s Play Two, il film che racconta i due concerti che i Pearl Jam hanno tenuto il 20 e 22 agosto 2016 al Wrigley Field, il tempio della squadra di baseball dei Chicago Cubs, si vedono degli uomini fuori dallo stadio. Indossano il guantone da ricevitore e guardano in alto verso la cima degli spalti. Si ritrovano lì a ogni partita casalinga dei Cubs per aspettare un fuoricampo. Uno di loro dice di venire lì da cinquant’anni. “Quanti fuoricampo hai preso?”, gli chiede una voce. “Nessuno”.

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Si dovrebbe iniziare smontando le metafore sbagliate. “A casa mia faccio come voglio”. Ecco, bisogna chiarire un punto importante. Io non possiedo un contratto di proprietà o di affitto, né le chiavi della nazione. Ci vivo, ma da ospite, come tutti del resto. Non decido chi entra e chi esce, e se penso di poterlo fare è perché vivo nel torto e nella stoltezza della presunzione. Potrei farlo a casa mia, certo, ma il punto è che la nazione NON è casa mia. E quindi la politica usa una metafora deviante per dare fondamento a un’idea deviata. Non sono sovrano nella mia nazione, come mi fanno credere, aggettivo di valore superlativo che indica “colui che è posto più in alto”. Io non sono posto più in alto, sono posto TRA gli altri. Al limite potrei paragonare la nazione a un parco pubblico in cui ho diritto di trascorrere in pace le mie ore. Ma quel diritto lo hanno tutti, a patto di rispettare le regole di base, le stesse però che sono tenuto a rispettare anch’io, cosa che spesso dimentico. Confine è una parola che dà luogo. Tutte le parole danno luogo a qualcosa, per questo dobbiamo maneggiarle con cura. Quella traccia arbitraria che chiamo confine non è la siepe del mio giardino, è l’inizio del mondo. Qualche volta dovrei ricordare che è una cosa molto più vasta e interessante di me.

Una delle osservazioni che mi sento fare più spesso dai lettori de L’uomo che trema è: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai avuto un’esperienza di depressione”. Ciò che mi interessa in questo genere di affermazioni, al di là del giudizio di valore, è che nessuno credo abbia mai detto a Camus: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai ammazzato un arabo”. Il punto non è la distanza che corre tra noi e l’avventura che leggiamo, o il grado di immedesimazione che avvertiamo rispetto ai protagonisti della nostra avventura. Il punto è: perché i lettori che non hanno mai sofferto di depressione, nel momento in cui leggono la mia storia di depressione tendono a precisare di essere, per così dire, estranei alla faccenda? È come se dicessero: “In fondo mi è piaciuto per un po’ guardare il mondo con i tuoi occhi da depresso”. Questa ammissione di compiacimento – e al contempo questa presa di distanza – non avvengono quasi mai quando si ha a che fare con la narrativa d’invenzione. NON sto scrivendo questa riflessione con l’intento di mettere a confronto il mio libro con quello di Camus, e di questi tempi non è mai troppo prudente ricordarlo. Ciò che voglio dire è che i lettori de Lo straniero apprezzano il libro, al di là dei suoi giganteschi meriti letterari, senza sottolineare che in vita loro non hanno mai fatto concretamente l’esperienza di Meursault, perché sanno fin dal principio che stanno leggendo una storia di fantasia. Al contrario, i lettori di un’opera letteraria autobiografica tendono a sottolineare la loro differenza e unicità rispetto a quell’opera, perché avvertono che dall’altra parte non c’è solo un libro, ma c’è un essere umano, un vivente che ha fatto esperienza di ciò che racconta (è fin troppo ovvio ricordare che l’essere umano c’è sempre, anche nella storia di fantasia, e c’è sommamente nell’opera di Camus). Ora resta da capire perché, come uomini, siamo disposti a lasciarci andare tra le braccia di ciò che è dichiaratamente falso, molto di più di quanto siamo disposti a fare quando ci troviamo al cospetto di un’ammissione di pura verità. In sostanza, perché accettiamo senza riserve ogni menzogna ben raccontata e restiamo così cauti e sospettosi di fronte all’aspra realtà? E se fin qui non ve ne siete resi conto, il mio non è un interrogativo di natura letteraria. È molto di più.

Più invecchio, più passo gran parte delle mie giornate rinchiuso nel grattacielo in cui lavoro, più passo una parte del resto delle mie giornate rinchiuso in macchina per andare da casa al grattacielo in cui lavoro e viceversa, più passo un’altra parte del resto delle mie giornate rinchiuso in casa una volta tornato dal grattacielo in cui lavoro, più passo un’altra parte ancora delle mie giornate rinchiuso in un computer portatile dopo essere tornato a casa dal grattacielo in cui lavoro, insomma, più invecchio e più mi rinchiudo, e dalla mia chiusura guardo, guardo un mondo di cose chiuse, un mondo di vite ancora più chiuse, di vite sigillate, di menti arse dal desiderio di essere e di restare chiuse, di volontà chiuse, di svogliatezze, di indeterminazione, di nessuna propensione, e tutto questo, tutta questa abbottonatura che c’è intorno e che percepisco dentro e vicino e lontano da me in ogni istante della giornata, non è che uno stordimento collettivo, una narcosi generale, una smania di anticipare il tempo della sicurezza somma e inalterabile, la chiusura a piombo della cosa a cui in ultimo tendiamo senza volercelo mai dire fino in fondo: del sarcofago. Guardatevi in giro, non è che questo.

Stamattina guardavo la televisione, c’era Simone Cristicchi che raccontava di Benito Jacovitti. Cristicchi ha detto che da ragazzo cercò sull’elenco del telefono di Roma il numero di Jacovitti, lo chiamò e gli disse che voleva conoscerlo. Jacovitti gli rispose: “Vieni mercoledì”, e riattaccò. Cristicchi andò mercoledì. Ha detto che sul cancello della casa di Jacovitti c’era scritto “Attenti al dromedario”. Non ha detto a che ora andò a casa di Jacovitti, sebbene a quel punto mi sembrasse un elemento importante del racconto, visto che Jacovitti aveva detto “Vieni mercoledì”, senza specificare l’ora. Così mi sono chiesto a che ora sarei andato io se fossi stato Cristicchi. E dopo tanto pensare ho concluso che sarei andato alle quattro e mezza del pomeriggio. E questo perché se c’è un’ora del giorno armoniosa e bilanciata, un’ora del giorno – per così dire – euclidea, per me quell’ora è le quattro e mezza del pomeriggio. Quindi se mi dite che ci vediamo mercoledì, io che sono una creatura razionalmente rigorosa, geometrica, assennata, io arrivo alle quattro e mezza del pomeriggio.

Ho letto che a Chernobyl, da quando è andato via l’uomo, le specie animali si sono moltiplicate. Oggi la zona è diventata il paradiso delle alci, degli orsi bruni, delle volpi e dei cavalli di Przewalski. Io sono un membro del genere umano. Non il migliore, ma neppure il peggiore. Un esponente nella media, diciamo, ma attendibile nel caso in cui una schiatta aliena volesse approfondire, attraverso di me, il tema dell’umano. Eppure se mi guardo nello specchio, mi giudico molto male, ma non al punto da giudicarmi un disastro così letale, più letale addirittura d’un disastro nucleare. In fondo sono buono e calmo, e non ho mica – così, per dire – l’aria dello sterminatore. E quindi, dell’essere così tanto disprezzato dal cavallo di Przewalski, ecco, proprio non riesco a farmi una ragione.

Ai miei allievi della Scuola del libro, durante il primo incontro del corso di scrittura autobiografica Scrivere di sé, ho proposto un gioco. Pur essendo genericamente allergico ai comandamenti rivolti agli scrittori, ho preso le famose otto regole di Kurt Vonnegut per scrivere un racconto breve (compaiono nella postfazione di Bagombo Snuff Box) e le ho riadattate al racconto autobiografico (le mie sono quelle tra parentesi). Alcune fanno ridere, altre sono mortalmente serie.

1. Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi. (K.V.)
(Fate in modo che i vostri conoscenti non pensino di aver sprecato tempo frequentandovi).

2. Date al lettore almeno un personaggio per cui possa fare apertamente il tifo. (K.V.)
(Voi siete il personaggio per cui il lettore deve fare apertamente il tifo).

3. Ogni personaggio che si rispetti deve volere qualcosa, fosse anche solo un bicchiere d’acqua. (K.V.)
(Siate personaggi di tutto rispetto, vogliate il massimo, non accontentatevi solo di un bicchiere d’acqua).

4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere di un personaggio o far progredire l’azione. (K.V.)
(Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il vostro carattere o far regredire l’azione fino alle cause che l’hanno determinata).

5. Iniziate la narrazione il più possibile vicino alla fine. (K.V.)
(Iniziate la narrazione il più possibile vicino al punto in cui vi trovate mentre state scrivendo).

6. Siate sadici. Non importa quanto siano dolci e innocenti i protagonisti del vostro racconto: fategli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che pasta sono fatti. (K.V.)
(Siate spudorati. Non importa quanto siete dolci e innocenti nella realtà: raccontate cose terribili di voi, in modo che il lettore possa vedervi disarmati).

7. Scrivete per piacere a un solo lettore. Se spalancate la finestra e vi mettete a fare l’amore con il mondo, per così dire, alla vostra storia verrà la polmonite. (K.V.)
(Scrivete per piacere a un solo lettore. Ma per carità fate in modo che quel lettore non siate voi stessi. Se vi mettete a fare l’amore con voi stessi, per così dire, alla vostra storia verrà una famigerata forma di cecità).

8. Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di terminare da soli la storia nel caso in cui gli scarafaggi si mangino le ultime pagine. (K.V.)
(Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di spacciarsi per voi nel caso in cui gli scarafaggi vi mangino vivi).

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