La vita è imprecisa

19 settembre 2017

Domenica mattina ero fuori che tentavo di togliere delle macchie di vomito dai sedili posteriori della macchina. Era una bella giornata luminosa, ancora fresca, la pioggia della sera prima faceva riverberare le chiome dei pini come se fossero composte da aghi di cristallo. E così, mentre grattavo via le macchie di vomito, sulla strada è passata una macchina. La macchina aveva i finestrini abbassati e dalle casse dello stereo fuoriusciva Fly me to the Moon di Frank Sinatra. Insomma la domenica mattina, gli alberi scintillanti sotto i raggi del sole, io che gratto via le macchie di vomito dai sedili posteriori, e… Frank Sinatra. Quasi non sembrava la mia solita vita. Sembrava la vita di un giovanotto della provincia americana degli anni Cinquanta. O sembrava un film di Martin Scorsese. O un racconto di Andre Dubus. O quel che pare a voi. Sembrava tutto fuorché la mia vita. E non dico che è stato bello (non è bello pulire macchie di vomito la domenica mattina, neppure se il vomito è di tuo figlio); dico che è stato strano. È strano quando nella tua solita vita si infilano pezzi di un’altra vita, la più lontana possibile dalla tua. Questa cosa ti si offre come – diciamo – una visione, una possibilità. Una delle cose che mi sono rimaste più impresse di quest’ultimo periodo è la frase che ha pronunciato una persona durante un incontro che ho avuto la settimana scorsa. Questa persona prima ha citato uno dei piccoli romanzi fiume contenuti in Centuria di Manganelli (me lo sono andato a cercare, il piccolo romanzo fiume di Manganelli; è la storia raccontata in poche righe di un inveterato abitudinario: “Nel suo quotidiano tragitto” – scrive Manganelli – “egli esegue quello che chiama un ‘esercizio spirituale’; esso consiste nella limitazione del mondo ad un itinerario angusto, nel cui ambito sempre meno possa accadere”), poi ha pronunciato la frase, ha detto pressappoco così: “Noi tendiamo a semplificare la nostra vita, a credere che sia sempre ben delimitata, localizzata, e immodificabile. Ma la vita è imprecisa”, ha detto. La vita è imprecisa.

Annunci

La visione del tempo tra gli antichi greci

11 settembre 2017

Alle elementari avevo una maestra dolcissima ma rigorosa, una vera autorità, ci crebbe per cinque anni, mi aiutò a superare un periodo particolarmente difficile della mia infanzia, poi andò in pensione. Pochi anni dopo morì di cirrosi epatica. Scoprimmo che era oppressa dall’alcolismo. Prima che morisse la incontrai una volta per le strade della borgata in cui vivevo, la salutai aspettandomi di ricevere in cambio la stessa dolcezza e la stessa premura dei tempi in cui ero un suo scolaro, invece mi trattò con una fredda cordialità, come se fossi uno sconosciuto. Aveva perso la confidenza, l’avevamo persa entrambi, e lei forse stava perdendo anche altro, molto di più. Anni dopo incontrai suo figlio, lavorava in un grande teatro di Roma, svolgeva qualche tipo di maestranza, volevo chiedergli conferma che fosse il figlio della maestra E., e poi parlargli di sua madre, dirgli che donna meravigliosa fosse stata, ma lui guardava tutti bruscamente, e poi mi tornò in mente la volta in cui avevo incontrato sua madre, e mi tornò in mente la sua freddezza, e poi mi tornarono in mente gli anni di scuola, e quindi mi passò la voglia di riconnettermi con quel passato, perciò finii per non dirgli niente. Più o meno la stessa cosa mi capitò una volta con un amico di infanzia, lo incontrai per caso nel centro di Roma, gli sorrisi e lui per tutta risposta mi lanciò uno sguardo carico di ostilità e disse: “Mi dispiace, non ci conosciamo”. Avevo passato a casa sua più o meno tutti i pomeriggi tra i dieci e i quindici anni, e tra noi non c’erano conti in sospeso o vecchi rancori, semplicemente credo che a certe persone non piaccia rimestare nel passato, o meglio, piace in senso ideale, piace l’idea romantica del passato, ma per i più le cose che tornano fanno solo un gran male. Una volta ho letto una cosa che mi ha colpito molto: gli antichi greci avevano una visione del tempo diversa da quella che abbiamo oggi, per certi aspetti più coerente; il futuro per loro era come qualcosa che ci arriva alle spalle, mentre il passato si allontana davanti a noi.


Kim non ha fatto vacanze

5 settembre 2017

Le persone sono di due tipi: chi insegue il piacere, chi la possibilità. Alla fine dell’estate molti raccontano delle loro vacanze, di come sono stati bene. Io non ho fatto vacanze, a parte una manciata di giorni definibile come “vacanza”. Ma racconto ogni giorno la possibilità. Non bado tanto alla vita che faccio, ma a quella che potrei fare e che non faccio. Non sono felice. Per fortuna, direi. Non sono neanche triste (meglio ancora). Perché faccio parte del secondo tipo di persone? Perché “il piacere delude, la possibilità non delude mai” ha scritto Kierkegaard, il quale, come ogni filosofo che si rispetti, era cagionevole di salute (lui attribuiva la sua debolezza al fatto che da bambino fosse caduto da un albero).

Kim ha piazzato un missile intercontinentale sulla costa. Kim non ha fatto vacanze. Anche lui insegue la possibilità, non la felicità. Racconta a se stesso ciò che potrebbe essere e che non è. Dunque ho una cosa in comune con Kim.

Negli ultimi tempi sono cagionevole di salute. Adesso che ci penso da bambino non sono caduto da un albero, ma da qualcosa di molto più imponente.


Preparatevi a difendervi fisicamente

31 agosto 2017

Non dico niente di nuovo, però lo dico. È ormai qualche anno che scrivo sul web, fin dall’inizio ho tenuto d’occhio con particolare attenzione il fenomeno degli hater, mi incuriosiva il pensiero di una persona che la mattina va in ufficio, timbra il cartellino, sale al quarto piano, fa una sosta davanti al distributore automatico, infila una chiavetta ricaricabile e seleziona la solita bottiglia di Ferrarelle da 0,50, poi entra nella stanza, apre le finestre, accende il cellulare di servizio, il computer, infila una pen-drive, si toglie la giacca, la lancia sull’appendiabiti e sprofonda nella poltrona. E qui, lontano dal caos di casa sua, dall’oscena stupidità dei discorsi tra colleghi, diventa Erik Maulberzius, ma solo perché nell’ultima settimana ha scelto di essere Erik Maulberzius (per dire, la settimana prima è stato ReKing, e quella prima ancora Rob Halford). E questo accade di norma tutti i giorni della sua routinante vita senza che nessuno sappia niente della sua doppia vita, a eccezione del controllo remoto della rete locale che gestisce tutti i pc della società per cui lavora, ossia un gruppo di informatici annoiati e disgustati che opera in una sede lontana dalla sua e che ogni tanto prende il controllo del puntatore del mouse e apre e chiude le finestre sul suo desktop, facendo più o meno gli stessi scherzi che Erik immagina faccia Dio per manifestare la sua presenza giocosa. Nei panni di Erik Maulberzius il nostro uomo martella, infierisce, dilaga negli spazi della rete, prediligendo i social network e i grandi portali di informazione, dove posta commenti al vetriolo sotto qualsiasi genere di articolo o post che tratti qualsiasi genere di argomento, dalle attiviste palestinesi perseguitate per le proteste pacifiche in Cisgiordania ai concorsi truffa all’università, dall’impennata dei tassi di interesse sul mercato interbancario cinese ai rendiconti del re di Spagna, dal caro benzina agli attraversamenti del canale di Sicilia. La sua bulimia divulgativa si nutre di disprezzo, i suoi commenti sono gigantesche sfuriate che occasionalmente generano orrendi putiferi, sfarzose gazzarre che rimbombano nell’acquario della rete e che nutrono il suo livore. Ogni materia gli dà occasione di misurarsi su un piano polemico, anche se non ha mai praticato prima quella materia né se ne è mai minimamente interessato. L’odio è dentro di lui come un fatto naturale, odia con la stessa inconsapevolezza con cui respira, con la stessa incoscienza con cui i suoi polmoni trasportano l’ossigeno atmosferico ai fluidi corporei, non è cioè al corrente di possedere in qualche parte di sé un organo preposto all’odio come non ha la percezione di essere dotato, in quanto vertebrato evoluto, di un mosaico di cellule specializzate che formano quelle piccole sacche d’aria chiamate alveoli. Erik Maulberzius – e prima di lui ReKing, e prima ancora Rob Halford – è un organismo che odia a dispetto di sé e della propria coscienza. Oggi però, dopo qualche anno che tengo d’occhio Erik Maulberzius, posso dire che Erik Maulberzius è diventato qualcosa di peggio. Innanzitutto si è tolto la maschera e si fa chiamare col suo vero nome, Piero Giancotti (nome di fantasia); ha una foto profilo che corrisponde alla sua vera faccia; posta spesso e volentieri immagini dei figli; non nasconde più le cose che ama (prima mostrava solo le cose che odia). Nonostante ciò è diventato ancora più aggressivo, rabbioso, sfrenato, amorale, disgustoso. Non teme più di apparire per ciò che è realmente. Ha, per così dire, perduto la sua unica ricchezza, che era la vergogna. Ma lui non lo sa, perché ciò che io chiamo “vergogna” in cuor suo era codardia; inammissibile, ignominiosa codardia. Essere passati da Erik Maulberzius a Piero Giancotti, ossia aver perduto la vergogna (e non avere più bisogno di essere codardo) è un mutamento sostanziale che traccia un’importantissima evoluzione sociale. Ma non è l’approdo, è un passaggio. Il punto di arrivo di questo processo sarà dato quando avverrà il salto dal web al mondo tangibile, quando la violenza verbale diventerà violenza fisica, quando all’insulto si sostituirà il randello. La violenza scaturisce da un’idea di odio che viene propagata attraverso un atto verbale a cui fa seguito un gesto fisico. Ci sono in giro idee politiche fondate su una costruzione convergente dell’odio. Sono ormai idee ampiamente maggioritarie. E l’odio, una volta aggregato, deve avere uno sbocco. Non resteremo ancora per molto a insultarci su queste superfici di biossido di silicio. Preparatevi a difendervi fisicamente da Piero, che dopo aver perso la vergogna e la codardia, vorrà perdere anche il freno del progresso morale che per tutta la vita gli ha impedito di pestarvi a sangue. Temo che non manchi molto.


I pugili alla pesa

28 agosto 2017

C’è stato un incontro di boxe importante, ho visto in tv le immagini dei pugili alla pesa, lo sfidante ha fatto una sceneggiata inverosimile a un centimetro dalla faccia del campione, il quale dopo un po’, anziché dare una testata a quel pagliaccio e lasciarlo secco davanti ai fotografi, si è messo a ridere. Le sceneggiate dei pugili alla pesa sono tra le cose che mi provocano l’ansia. Anzi, se mi chiedessero di dare una definizione della mia ansia direi proprio che è la sceneggiata di un pugile alla pesa. Se adesso sto meglio però lo devo al fatto che il campione ha battuto il pagliaccio per knockout tecnico alla decima ripresa. Il pagliaccio è un ex idraulico di Dublino. Anche gli idraulici mi provocano l’ansia.


Gli togliamo la scorta

9 agosto 2017

“Gli togliamo la scorta” è una cosa che fa molto schifo, come lo è la maggior parte delle cose che dice Salvini. “Gli togliamo la scorta” però fa un po’ più schifo. Ma non è questo il punto. Sappiamo che Salvini fa spesso di queste cose, le fa per stimolare i più lugubri istinti primordiali degli elettori. Si dice che la Formula Uno sia uno spettacolo noioso, ma la gente lo guarda solo perché aspetta segretamente di assistere all’incidente. Salvini, se ne avesse il potere, farebbe correre bendati i piloti di Formula Uno. Salvini compiace i più lugubri istinti primordiali degli elettori, come gli antichi imperatori romani compiacevano il popolo dando i condannati in pasto alle belve. Si tratta di capire cosa sono, per Salvini, gli elettori; se sono il popolo, le belve o i condannati. È questo il punto.


Il solitario del genere di cui faccio parte io

8 agosto 2017

Quando arriva l’estate, e in particolare quando arriva questa fase “acuta” dell’estate, e la gente che affolla la città si rarefà come una scoreggia nell’aria, io – che tendenzialmente sono un solitario – dovrei sentirmi a mio agio, bearmi del vuoto metafisico, del silenzio e dell’espansione. E invece no, invece sento un malessere costante, un malessere che è dato proprio da questo silenzio e da questa ipersolitudine. È un’assurdità, ma il solitario del genere di cui faccio parte io trova ragione della propria misantropia nello stare in mezzo agli altri. E quando invece si ritrova a stare da solo, non sta bene come immaginava, perché gli viene meno il motivo della sua aspirazione. Ieri, per esempio, in ufficio si parlava della Norvegia, un’impiegata diceva che vorrebbe vivere in Norvegia, nella foresta, con la lepre polare, il lemming, l’alce, l’orso e il lupo, diceva quant’è bello fare passeggiate solitarie con venti gradi sotto zero (QUANT’È BELLO), e mentre l’impiegata diceva questo, nella mia mente continuavano ad affiorare immagini di affollatissimi, sudatissimi concerti rock. Il mio desiderio di solitudine esiste solo in contrapposizione, non vale in senso assoluto. Il solitario del genere di cui faccio parte io è tre cose: un finto solitario, un malato di noia e un rompicoglioni siderale.


L’originalità è la morte

26 luglio 2017

Prendiamo le foto che scattano i turisti, per esempio, al cospetto della torre di Pisa. Quel genere di foto in cui il turista si pone a una certa distanza dalla torre di Pisa per fare in modo che nell’inquadratura sembri che la torre si sia rimpicciolita e che il turista la stia sorreggendo con la mano. Oppure quel genere di foto in cui il turista sembra stringere il sole tra pollice e indice. Le varianti sono molteplici, il principio è il medesimo. Ragioniamo non tanto sulle varianti, quanto sul principio. Ragioniamo sul fatto che il principio scaturisce – in origine – da quello che si può definire come un ‘colpo di genio’, ossia un’idea eccezionalmente semplice alla quale nessuno tuttavia aveva mai pensato prima. E ragioniamo su quanto i colpi di genio siano soggetti a deterioramento. Oggi nessuno è disposto a riconoscere la qualità del genio al turista in posa in piazza dei Miracoli a Pisa con la mano tesa e la torre sullo sfondo. Anzi, oggi la cosa appare del tutto banale, insulsa, un’idea grossolana e di cattivo gusto come lo sono in definitiva un po’ tutte le cose che circondano il turismo di massa. Eppure il primo che ha pensato di poter scattare una foto di quel genere dev’essere stato a suo modo un genio creativo. Il primo e l’unico. O al limite lui e la sua idea, altrettanto acuta. Il colpo di genio, ovvero l’idea eccezionale, ingegnosa e totalmente inconsueta, quando ha successo presso gli uomini subisce un destino bizzarro, una nemesi: diventa dozzinale, simbolo stesso di mediocrità. Alcune opere di Banksy, come la bambina col palloncino a forma di cuore, o il lanciatore di fiori, sembrano destinate a subire la stessa sorte, diventare immagini altrettanto abusate, al punto che oggi postarle, per esempio, su un social, denota quantomeno scarsa originalità (e forse, se guardiamo la cosa secondo ciò che si potrebbe definire “il mandato artistico”, proprio questa progressiva e inesorabile perdita di originalità è ciò che conferisce senso e funzione all’opera di Banksy e alla sua idea originaria). In definitiva non esiste l’originalità – se esiste è quella che Karl Kraus chiamava “un’originalità per difetto che non è in grado di librarsi sino alla banalità” – perché nel momento stesso in cui l’originalità si rivela, essa svanisce. Come certi corpi riesumati dei quali, si dice, per un istante si riesce a intravedere il volto incorrotto, e che un istante dopo, una volta venuti in contatto con l’ossigeno, si polverizzano. Nelle arti visive l’originalità a ogni costo ha reso il panorama artistico contemporaneo un mare conforme di anticonformismo. L’originalità è la morte.


Sono passati tanti anni

25 luglio 2017

Il barista del centro anziani, che è a sua volta molto anziano, ha raccontato di quando da ragazzino, nel paese del sud da cui proviene, lui e gli altri ragazzini aspettavano che qualcuno si sposasse, dopodiché si arrampicavano sul balcone della casa in cui gli sposi consumavano la prima notte di nozze, si acquattavano dietro la finestra della camera da letto e ascoltavano i rumori che provenivano da dentro, ha detto che lui ancora oggi ricorda ogni cosa, tutti i rumori, tutte le frasi che gli sposi si scambiavano, invece non ricorda quasi niente della sua prima notte di nozze, e quando gli ho chiesto: “Ma com’è possibile?”, lui ha risposto: “Sono passati tanti anni”.


Buongiorno e buonasera

21 luglio 2017

Sono andato dalla dottoressa per farmi fare un certificato medico, ha cambiato studio, adesso sta nello stesso edificio che ospita una banca, a me la cosa è sembrata un minimo significativa, uno studio medico e una banca, due cose che tratteggiano bene un’epoca peculiare, mentre salivo le scale ho incrociato una signora anziana, ho detto buongiorno, lei ha ribattuto buonasera, dandomi un’occhiata violenta, perché erano le quattro e mezza del pomeriggio, e so per certo che ci sono persone al mondo che tengono moltissimo a che si dica buongiorno e buonasera a seconda di quando lo si dice, mattina – appunto – o sera, io dico sempre buongiorno, mi sembra più facile da dire, buonasera è più complicato, è una questione di movimento mascellare, a dire buonasera mi viene il mal di mare perché le mandibole devono fare un saliscendi da luna-park, e in sostanza perché non me ne frega un cazzo di essere così scrupoloso e puntuale, insomma come al solito nello studio della dottoressa non c’era nessuno, l’abbiamo scelta per questo, perché da lei non c’è mai fila, era al telefono, mi ha fatto cenno di aspettare, mi sono seduto su una sedia in corridoio, il corridoio era totalmente spoglio, c’era solo un biglietto attaccato al muro, sul biglietto era riportata in tono lamentoso e vagamente intimidatorio la differenza tra ricette “rosse” e ricette “bianche”, ho pensato che al piano sottostante c’era la banca, e che nella banca dovevano esserci tanti di quei biglietti, promemoria, brochure pubblicitarie, avvisi, altrettanto lamentosi e vagamente intimidatori, ma soprattutto, soprattutto noiosi, e tetri, e malinconici, al che mi sono rattristato, tanto, profondamente, cupamente, e mi sono detto che non dovevo amareggiarmi per un pensiero tanto sciocco, il pensiero che il mondo fosse invaso di corridoi spogli e di avvisi in cui viene riportata la differenza tra ricette “rosse” e ricette “bianche”, che il modo in cui riusciamo a scoprire una verità da una cosa insignificante è la nostra vera malattia, il morbo dell’umanità, ma a quel punto la dottoressa ha chiuso la telefonata che stava facendo, ha detto prego, perciò mi sono alzato dalla sedia in corridoio e sono entrato nel suo studio, ho detto buongiorno, lei mi ha seccato con lo sguardo, BUONASERA ha detto, molando la erre come se fosse una lama.


L’opinione dell’opinione pubblica

19 luglio 2017

Mentre danno la notizia della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, il servizio mandato in onda dal tg dice: “Sentenza che divide l’opinione pubblica”, dopodiché seguono una serie di quattro interviste a passanti a cui si chiede se la sentenza è, secondo loro, più o meno giusta. Io, che in questo caso sono lo spettatore dell’organo di informazione che dà la notizia, ossia sono colui che deve essere informato, mi chiedo che tipo di informazione mi restituisce l’organo di informazione che dà la notizia propinandomi l’opinione di quattro passanti scelti a caso in mezzo alla strada; mi chiedo perché se la prima notizia è la notizia della condanna di Massimo Bossetti, la seconda notizia debba essere la divisione dell’opinione pubblica rispetto alla correttezza della sentenza; mi chiedo se questa presunta divisione sia il semplice risultato statistico ottenuto dalle risposte fornite dai quattro passanti intervistati, due colpevolisti e due innocentisti, e se sì mi chiedo coma si possa umiliare in questo modo la scienza della statistica; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione della notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione di un passante sconosciuto e non qualificato dell’opinione di un individuo dotato di un’identità e di una qualifica, ossia qualcuno a cui sia sensato al limite chiedere di esprimere un giudizio sulla notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo l’opinione pubblica, anziché formarsi come reazione all’informazione, diventi la materia prima dell’informazione; mi chiedo se, dal momento che l’opinione di quattro passanti appare sufficiente a definire l’opinione di sessanta virgola otto milioni di italiani senza che nessuno si ponga per questo il minimo problema, mi chiedo se sia propria dei sistemi dittatoriali la soppressione dell’opinione pubblica o se piuttosto l’opinione pubblica non sia uno strumento (il principale strumento) utile alla formazione dei sistemi dittatoriali; mi chiedo soprattutto perché quando ascolto l’opinione dell’opinione pubblica io mi senta sempre così sbalorditivamente, desolatamente, solo.


Niente è vero, solo il cattivo umore è vero

12 luglio 2017

Dopo molti giorni in cui mi svegliavo di cattivo umore, con un peso nel petto, difficoltà a deglutire, senso di oppressione, un giorno mi sono svegliato chiedendomi: perché mi sveglio sempre di cattivo umore? E ancora: perché dovrei invece svegliarmi di buon umore? Ma soprattutto: cos’è il buono e il cattivo umore? Dove sta la verità dell’umore? Fingo di più quando sto di buono o di cattivo umore? E fingo rispetto a cosa? Rispetto alla realtà del mio umore, o rispetto alla fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda? E quindi come dovrei essere, una volta accertata la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, di buono o di cattivo umore? E se riesco con ragionevole obiettività ad accertare la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, ossia se mi riscopro dotato della qualità psicologica necessaria a giudicare con ragionevole obiettività la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, perché allora il mio umore sembra insensibile a questa realtà, ossia perché il mio umore reagisce come se questa realtà oggettiva non esistesse, ma anzi come se la realtà di riferimento fosse un’altra, come se quest’altra realtà fosse, diciamo, tendenzialmente più brutta della realtà oggettiva? Di norma nella genesi del nostro umore sono coinvolte diverse componenti che si combinano fra loro in modo imperscrutabile. Per esempio se me ne sto seduto in giardino considero queste componenti: la brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio, quattordici piante vive, una morta, due in via di avvizzimento, la signora del palazzo di fronte che sbraita all’indirizzo di un cane che abbaia ininterrottamente da due mesi, le punture di zanzara che fioriscono sulle mie gambe e sulle mie braccia, il cielo limpido, l’erba infestante che cresce in mezzo al ghiaino, il canto delle cicale. Componenti questi che possono avere segno + o segno – e la cui somma fa il totale. Tuttavia un calcolo del genere vale per gli animali, ma non per gli uomini. Soprattutto non per me. Il meccanismo che contribuisce a costruire il mio cattivo umore è il seguente. La brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio mi ricorda le agghiaccianti, infinite estati solitarie di quando ero bambino e la testa mi tuonava in un vuoto ancestrale. Le quattordici piante vive, quella morta, e le due in via di avvizzimento sono il segno che nell’arte del giardinaggio, come in tutte le forme d’arte in cui mi sono cimentato, sono destinato al fallimento (tempo due settimane e il numero delle piante morte supererà quello delle piante vive). La signora esasperata dall’abbaiare del cane è la materializzazione di ciò che accade di norma nella mia testa (c’è un cane che abbaia ossessivamente, nella mia testa). Le punture di zanzara, il cielo limpido, l’erba infestante, il canto delle cicale mi riportano col ricordo alla parte disabitata e selvaggia di un’isola greca che visitai all’età di diciott’anni, a una madonnina sul bordo della strada che digradava verso il mare, agli occhi della madonnina fatti con due pietruzze bianche, i quali, nel biancore della luce mediterranea e nell’ampio silenzio soffice di quel vuoto terracqueo mi restituì l’impressione della più vasta, totale, assoluta solitudine concepibile in natura, all’atto di vandalismo che compì uno dei ragazzi che erano con me il quale scagliò una pietra contro la madonnina spaccando il vetro che proteggeva quegli occhi gelidi. Tutto questo accade mentre me ne sto seduto in giardino convinto di non essere immerso in una fase particolarmente riflessiva né drammatica né emozionante, ma in uno stato che giudicherei neutro. Eppure, ecco, è così che prospera il mio cattivo umore. Non è quasi mai in connessione con la realtà che mi circonda, o se lo è, lo è solo perché quella realtà è il treno sul quale salto per arrivare a nuove e più remote destinazioni. Tutto questo, mi hanno spiegato, avviene per delle infinitesimali produzioni di sostanze chimiche, per questioni “organiche”, “cromosomiche”, “genetiche”. Quindi il cane, le estati di quando ero ragazzino, la madonnina con gli occhi di pietra, non sono altro che delle entità molecolari, ioni, miscele. Niente è vero, nessuna realtà. Solo il cattivo umore è vero.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: