Atlante delle nubi

24 marzo 2017

Nella meteorologia esiste una cosa che si chiama “Atlante delle nubi”. È un catalogo in cui sono rappresentate le varietà degli ammassi nuvolosi. A ogni tipo di nube è associato un simbolo. Osservando la tabella dei simboli delle nubi sembra di guardare la scrittura più antica del mondo.


Preistoria

23 marzo 2017

Un team di ricercatori cinesi ha studiato tre esemplari di damigelle preistoriche incastonate nell’ambra e vissute oltre cento milioni di anni fa. Gli insetti sono tre maschi colti nella messa in atto di una strategia di corteggiamento. Il corrispettivo di tre operai vetrocementificati che alla vista di una passante sussurrano: “Pssss…”.


La passione secondo Paolo Zardi

18 marzo 2017

Uscito giovedì su ilfattoquotidiano.it

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È l’alba. In una località di villeggiatura marina, Matteo De Angelisriceve una chiamata dall’Ucraina. Dall’altra parte del telefono c’è Giovanni, suo padre, che gli chiede di raggiungerlo a Voronyhrad, una città a est di Kiev. Inizia così La passione secondo Matteo, il nuovo romanzo di Paolo Zardi in uscita in questi giorni per NEO Edizioni (come il precedente XXI Secolo, già finalista al Premio Strega 2015).

Matteo è un ingegnere informatico, è “piccolo, bruttino, poco brillante”, uno che tende sempre “a ragionare in termini di giustizia, morale, senso del dovere”. Ha una moglie e due figli piccoli, vive una vita scialba, ordinaria, interamente dedicata alla causa del lavoro e della gestione domestica. La telefonata notturna di suo padre arriva a increspare questa superficie piatta, ridestando in lui i ricordi cupi del passato. Giovanni non è stato per Matteo un buon padre; o più semplicemente non è stato un padre. Si è limitato a concepirlo al culmine di una delle innumerevoli avventure sentimentali di cui ha costellato la sua esistenza. E così ha lasciato che Matteo crescesse nel profondo Veneto, in una terra schiacciata da un ottenebrante cattolicesimo di provincia – la scuola delle suore, il catechismo, la messa della domenica – finché, all’età di tredici anni, il suicidio della madre non lo ha reso orfano.

Giovanni ha anche una figlia, Giulia, avuta con un’altra donna. Giulia, all’opposto di Matteo, possiede un temperamento spontaneo, generoso, è dotata di una carnalità selvatica e nel contempo di una fragilità emotiva che la rende estremamente vulnerabile. I due fratellastri si sono incontrati poche volte nel corso degli anni. La prima volta è stato a seguito della morte della madre di Matteo, quando Giovanni ha spedito il figlio in Sicilia a casa della famiglia di Giulia in attesa di trovargli una sistemazione. Quel viaggio ha segnato per Matteo il disvelamento della sensualità, e quindi la costruzione di un paesaggio erotico-psichico leggendario a cui fare continuamente ritorno. Ora Matteo e Giulia, insieme, devono affrontare un altro viaggio, verso l’Ucraina, in “una mesta città industriale nella ferrosa galassia dell’ex impero sovietico”, poiché Giovanni li ha convocati per una misteriosa riunione di famiglia. Quello che ancora non sanno è che Giovanni sta morendo a causa di una malattia degenerativa del sistema nervoso, e ciò che intende chiedere loro non sarà la disponibilità a una tardiva riconciliazione, ma un sacrificio capace di mettere in discussione i basamenti della loro natura e della loro morale.

Paolo Zardi torna dunque con un romanzo sensibilissimo che tocca un tema di grande attualità: il “fine vita”. Lo fa costruendo una storia di impianto classico, capace tuttavia di restituire con grande facilità il respiro del nostro tempo. D’altronde la cifra stilistica di Zardi, già apprezzata nei lavori precedenti, sta nel mettere in scena una contemporaneità frastornata, inquieta, fatta di giorni sui quali aleggia costantemente lo spettro del disfacimento. Una civiltà che sembra potersi rigenerare solo trovando il coraggio di passare attraverso le strettoie delle proprie contraddizioni.

“Castiga tuo figlio, mentre c’è ancora speranza”, è scritto nella Bibbia. Per i protagonisti di questa storia, confrontarsi con il senso della fine significa interrogarsi su se stessi e sulle proprie origini. Non si spiegherebbe altrimenti perché, alla chiamata di un padre inesistente che li convoca a duemila chilometri di distanza, essi rispondano quasi senza indecisioni (quando la moglie, mentre fanno colazione, chiede a Matteo se pensa di partire, lui risponde: “Cosa dovrei fare, dirgli di no?”). È qualcosa di più di una semplice rassegnazione al senso del dovere. È l’accettazione di una dottrina secondo la quale nei confronti di un padre si hanno, sempre e comunque, degli obblighi. Matteo non viene mai meno a questa dottrina, neppure quando è posto di fronte alla prova suprema che il padre ha in serbo per lui. Una prova che Matteo, uomo di ferme convinzioni religiose, astrattamente, non può affrontare, se non come una forma di penitenza.

Nel cuore delle migliori opere di narrativa c’è sempre un dilemma morale che il lettore è chiamato a sciogliere. Si tratta di un compito non sempre superabile; anzi, un compito che spesso si rivela irrisolvibile. La letteratura d’altro canto pone domande, non confeziona risposte. A meno che non si tratti di narrativa consolatoria, ma in quel caso non si può parlare neppure di letteratura. Ne La passione secondo Matteo siamo in presenza di un dilemma morale fortissimo che riguarda la preservazione dell’innocenza: “Chissà se mentre venivano cacciati a calci in culo dal paradiso terrestre”, scrive Zardi, “Adamo ed Eva si erano resi conto che non avrebbero più fatto ritorno. Sapevano che l’innocenza si può perdere una volta soltanto? O serviva perderla, l’innocenza, per capirlo?”.


Era da tanto che non provavo una cosa di questo tipo

12 marzo 2017

Ieri sono andato a correre, tornando ho visto sul marciapiedi uno scatolone con dentro tanti scatoloni ripiegati, ho preso lo scatolone con dentro gli scatoloni ripiegati perché mi servono, perché tra poco dovrò fare un trasloco, ho issato sulla spalla lo scatolone con dentro gli scatoloni ripiegati, pesavano da spezzare la schiena, e poi c’era vento, cosicché lo scatolone con dentro gli scatoloni ripiegati rischiava di cadermi ogni tre passi, e in effetti a un certo punto è caduto, lo scatolone principale si è rovesciato, gli scatoloni ripiegati si sono sparsi in mezzo alla strada, un ragazzo che usciva in quel momento da una scuola d’inglese mi ha guardato con aria sprezzante, ero sudato e in tenuta da corsa, e cercavo di raccattare gli scatoloni sparsi in mezzo alla strada, per di più dallo scatolone principale sono fuoriuscite delle bucce di mandarino, qualche passante aveva mangiato un mandarino e aveva gettato le bucce nello scatolone principale, ho percorso un chilometro in queste condizioni, spostando il peso da una spalla all’altra, e sempre combattendo contro il vento che minacciava di portarmi via il carico, quando sono arrivato a casa mi tremavano le mani per lo sforzo, poi le mani hanno continuato a tremarmi per tutto il pomeriggio, però alla fine l’ho avuta vinta io in questa contesa con il vento, e mi sono goduto un pezzetto della mia gloria, ho fatto una foto agli scatoloni e ho provato una sorda soddisfazione, una liberazione, un flusso nuovo di vita, era da tanto che non provavo una cosa di questo tipo.


Messaggi criptati

28 febbraio 2017

Una cosa davvero sconcertante: se camminando sul marciapiede mi imbattessi in una vetrina con scritto “Uomo”, saprei per certo che, entrando, non troverei messaggi criptati rivolti ad altre forme viventi nello spazio profondo, con elementi del DNA, la fisionomia umana, una rappresentazione del sistema solare in cui viviamo, i primi versi della Divina Commedia, una raffigurazione della volta della Sistina, una registrazione di Imagine e una sequenza di Casablanca, ma pantaloni da uomo.

Giorni fa ho letto il titolo di una notizia che diceva: “La ventottenne Jenny Scordamaglia in onda con il vestito trasparente”.


Anna Kuliscioff, lettere di una donna innamorata della libertà

12 febbraio 2017

Uscito ieri su ilfattoquotidiano.it

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È un libro piccino, ma è un vero e proprio condensato di passione e di storia politica e umana: si intitola Io in te cerco la vita – sottotitolo Lettere di una donna innamorata della libertà. È curato da Elena Vozzi ed è pubblicato da L’orma. Raccoglie le lettere scritte da Anna Kuliscioff, in gran parte ad Andrea Costa e a Filippo Turati, tra il 1880 e il 1924.

Anna Kuliscioff è stata una delle figure più importanti del nascente socialismo europeo. Cosmopolita, dotata di una straordinaria lungimiranza, fu tra le prime, alla fine dell’Ottocento, a imporre nel dibattito culturale questioni cruciali come l’emancipazione delle donne attraverso l’acquisizione dei diritti politici e sociali. Sua fu l’intuizione che il riscatto femminile potesse avvenire solamente all’interno di un più vasto riconoscimento dei diritti di coloro che appartenevano agli strati più bassi della società.

Nata a Moskaja, in Crimea, nella casa di un ricco commerciante ebreo, Kuliscioff abbandonò la Russia da giovanissima per studiare filosofia all’università di Zurigo. Approdò in Italia nel 1878, dopo essere stata prima processata in Russia per aver partecipato alla cosiddetta “andata verso il popolo”, ossia il lavoro – ispirato alle idee di Bakunin – svolto a fianco dei contadini, e poi espulsa dalla Francia insieme ad Andrea Costa. L’incontro con quest’ultimo portò alla nascita di un profondo quanto breve sodalizio politico e sentimentale (i due nel 1881 ebbero una figlia, Andreina). Nel frattempo, Kuliscioff aveva intrapreso studi di medicina tra Pavia, Torino e Padova, i quali la portarono, tra l’altro, a esercitare la professione medica nei sobborghi di Milano, facendole guadagnare l’appellativo di “dottora dei poveri”.

Il lavoro sul campo fu fondamentale per l’elaborazione delle sue teorie politiche. Teorie che le consentirono di far parte del gruppo che, nel 1892, nella sala Sivori di Genova, fondò il Partito dei Lavoratori Italiani (quello che tre anni più tardi assumerà la definitiva denominazione di Partito Socialista Italiano), tra i quali figurava Filippo Turati, con cui Anna Kuliscioff si era legata sentimentalmente dal 1885. Anna e Filippo nel ’91 si trasferirono in un appartamento con vista sulle guglie del Duomo di Milano. Qui stabilirono la redazione di Critica sociale, la rivista del socialismo riformista italiano di cui furono condirettori. L’appartamento divenne presto il salotto in cui si incontravano gli esponenti più in vista della cultura e della politica milanese del tempo.

Anna Kuliscioff visse in un momento storico cruciale in cui fermentavano le idee del marxismo e in cui lentamente prendevano forma gli spettri che avrebbero ottenebrato l’orizzonte nella prima metà del Novecento. Il suo è un carteggio che si legge come un romanzo epistolare, tale è la forza evocativa di sentimenti e situazioni storiche, nonché la padronanza della lingua italiana attraverso cui esprime concetti e sensazioni con frasi come: “La vita senza te è per me una vegetazione continua” (dalla lettera ad Andrea Costa del 18 novembre 1880). Attraverso queste lettere assistiamo a un’emersione di modernità a tratti sorprendente, considerato il periodo storico in cui si collocano, che fanno di Anna Kuliscioff uno dei pensatori più lucidi, intraprendenti e avveduti della sua epoca. Modernità poi che non è solo di pensiero, ma di gesto, se non, usando il lessico contemporaneo, di stile, inteso come stile di vita. “Non credi tu ch’io abbia ragione di sentirmi un po’ offesa del fatto che tu consideri come dovere di non separarti mai da me”, scrive sempre ad Andrea Costa, rimproverandolo di una sorta di benevolo paternalismo maschilista, “perché se la mamma prima pensava a me, ora lo devi tu”. Il progressivo distacco sentimentale da Costa diventa poi l’occasione per scandagliare il crepuscolo di un rapporto di coppia con tratti di bruciante realismo: “Tu cerchi in me il riposo, io in te la vita. Io sono per te poco donna, tu per me sei un’astrazione. Io non ho la maternità. Tu non mi dai l’umano del contatto fra i sessi diversi”.

Come in un romanzo, poiché nella progressione delle lettere, tra le righe, si avverte una lenta ma continua maturazione. La scandalosa rivoluzionaria, l’infaticabile agitatrice, si tramuta via via in un’analista più acuta e precisa, una donna maggiormente padrona di se stessa e dei propri affetti. Il 22 ottobre del 1898 scrive alla figlia: “Ricordati, Ninina, prima di adirarti contro uomini e contro cose, di dare uno sguardo nel profondo dell’animo tuo, e vi troverai spesso molte attenuanti che volgeranno l’ira a pietà o compassione”. Della stessa figlia renderà conto in una delle più belle lettere di questa raccolta, quella ad Andrea Costa del 27 marzo 1904, in cui ragiona sulle scelte di vita della giovane Andreina: “È una gran malinconia di dover convincersi che noi non siamo i nostri figli, e che essi vogliono far la loro vita […]. La malinconia non proviene da quel piccolo incidente di matrimonio religioso, ma dal fatto che la nostra figlia non ha né l’animo ribelle, né il temperamento di combattività”.

C’è poi la restituzione di quel clima di lento scivolamento verso il dirupo che si intuisce nel lungo epistolario che scandisce il rapporto più che trentennale con Filippo Turati. I diversi punti di vista dei due sul primo conflitto mondiale – fieramente neutralista lui, possibilista lei riguardo all’ipotesi di un intervento in guerra dell’Italia. L’entusiasmo iniziale per la rivoluzione russa di cui coglie le somiglianze con quella francese. Lo sconforto per la presa del potere da parte di Mussolini; scrive a Turati il 17 novembre 1922: “Oggi chiederei a te una parola di conforto, tanto sono piena di disgusto, avvilita e quasi sgomenta dello spettro di rovine che si prospetta nell’avvenire”. Uno spettro di rovine che nel 1925 non mancherà di funestare perfino il suo funerale, quando a Milano gli squadristi si scaglieranno contro le carrozze del corteo, devastandone gli addobbi funebri.


In realtà non sono mai esistito

10 febbraio 2017

Uscito ieri su doppiozero.

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Ho letto oggi, com’è – credo – dovere di tutti, la lettera d’addio scritta da un uomo di trent’anni morto suicida. L’uomo si chiamava Michele, era friulano, e i giornali, in gran parte, si sono affrettati a qualificarlo come “trentenne precario”, condensando in due parole la totalità del suo essere.

L’anno scorso, in occasione dell’incidente ferroviario tra Andria e Corato, i giornali online pubblicarono articoli con titoli come: Antonino che voleva fare l’esame, il contadino centrato da una scheggia, Jolanda che doveva sposarsi. Un’abitudine giornalistica molto in voga, questa, quando si è esaurita la cronaca e occorre dare un volto alle vittime. Si considera l’esistenza di una persona come la somma di tanti frammenti del reale, si scelgono i più levigati, i più facili alla comprensione, e si lasciano vibrare sotto gli occhi del lettore. La gente muore, e già la morte di per sé non la si può ridurre a due parole allusive. Ma la vita, la vita tutta intera, la massa indifferenziata di cose, di eventi, di fenomeni, di esperienze, di situazioni, di avventure, di momenti, la vita come la si riassume in un titolo di giornale? Al che, di fronte a titoli come quello, mi feci qualche domanda. Che direbbero di me – mi chiesi – nel caso crepassi in una sciagura nazionale? Di tutte le rogne, le allegrie, le monotonie, le fissazioni, le categorie e i gradi, i tripudi (pochi) e le afflizioni (tante) in cui sono impelagato giorno per giorno, quale l’avrebbe vinta?

Ebbene, nel caso di quest’uomo che si chiamava Michele, l’ha vinta la tipologia di contratto con cui, presumo, ha avuto (o non ha avuto) le sue occasioni professionali (nella lettera accenna al fatto che fosse un grafico). E l’ha vinta la sua età anagrafica. Precario, trentenne. Fine.

Larga parte di questa scelta giornalistica deriva dal post scriptum della lettera, in cui Michele chiosa: “Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”, alludendo allo sciagurato giudizio che diede Giuliano Poletti nel commentare la fuga di centomila giovani italiani all’estero in cerca di lavoro. “In alcuni casi è un bene non averli più tra i piedi”, disse Poletti. Insomma, il giornalismo italiano, e di conseguenza i commenti sui social, nei bar (sembra straordinario, ma ci sono bar in cui si discute ancora dell’attualità), si sono allineati su questa chiave di lettura.

Il fatto è che di tutte le possibili chiavi di lettura, ammesso che sia possibile scovare nella lettera d’addio di un suicida una chiave di lettura che abbia un minimo di senso, questa è la più facile: trent’anni, precario, si uccide perché in questo paese non c’è futuro.

Ma io so che quando si tratta di indagare nelle motivazioni di un suicidio è sempre bene non avere certezze. In realtà sarebbe bene non indagare affatto. Trovo già così complicato, assurdo, impossibile, tirar fuori chissà che dalla testa di un uomo che opta per una scelta qualsiasi tra le migliaia di scelte che ci troviamo a dover fronteggiare ogni giorno della nostra vita, figuriamoci far la diagnosi a qualcuno che ha fatto la scelta più radicale di tutte. Ma tant’è. Oltre a essere stufo di fare colloqui di lavoro come grafico (da che, deduco, Michele non era neppure un precario, ma un disoccupato), egli scrive di essere “stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere […], stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità”.

Michele, dunque, oltre che col ministro Poletti, se la prende con la sfortuna dei sentimenti, con una generica indeterminatezza della sua esistenza, con la propria stessa sensibilità. Qualcosa di molto più complesso, quindi, di un generico (ma certo sensazionalistico) j’accuse generazionale sulla mancanza di lavoro in questo paese, sul disastro economico, sociale, culturale di una nazione e di un tempo storico.

Questioni, queste ultime, che sono già enormemente complesse di loro, ma che sono infinitamente meno complesse se paragonate alla configurazione umana di una mente speculativa dotata di percezioni acutissime e capace di scandagliare la realtà oltre i fatti meramente economici. Fatti che determinano (certo) la sopravvivenza di un cittadino al giorno d’oggi, ma che riguardano la sopravvivenza organica, la parte vile del problema, se vogliamo, tra le più importanti, certo, ma pur sempre una parte, e non l’unica parte.

La mia opinione è che abbiamo occhi per il mondo e nessuno sguardo per quel prodotto chimico che è l’intelligenza delle persone. Diamo peso ai fatti e non alle sensazioni. Viviamo in un secolo di spietato realismo in cui se un uomo decide di ammazzarsi è per colpa del sistema sociale, delle politiche del lavoro, delle aspettative, perché sappiamo guardare solo in quella direzione, e siamo convinti che le qualità di un uomo derivino dal posto che egli occupa in questo complicato sistema. Preferiamo stabilire in fretta l’identità di una vittima sulla base della sua posizione nella scala sociale; e non attribuiamo qualità umane, ma qualifiche pseudo-professionali. Ma è un modo, questo, iper-veloce per affrontare la questione, un modo per rimuoverla in fretta, senza averla non dico risolta, ma neppure scalfita. Dare la colpa a un governo, a un sistema socioeconomico, a una generazione che ne ha affossata un’altra, è dare la colpa a tutti, e quindi a nessuno, è infiacchirsi in uno stato, come io penso, di assoluta irresponsabilità, ossia di esenzione da una qualsiasi responsabilità, anche la più remota.

Ma voglio provare a ribaltare il punto di vista per afferrare il problema dalla parte opposta. Perché il problema va in ogni caso afferrato, e non voglio dire che l’essere un disoccupato di lungo corso non abbia il suo peso nello scivolamento verso un dirupo depressivo così spietato. Voglio dire che si è disoccupati di lungo corso anche perché l’universo sociale in cui viviamo non tiene conto delle qualità sensibili delle persone, ma solamente delle loro qualità materiali: il saper fare, più del sapere o del sentire.

Eppure conosco molte persone che svolgono lavori completamente soprannaturali, ossia lavori che non richiedono sforzo intellettuale e neppure fisico, ma solo cieca abnegazione. Lavori che rispondono a logiche senza scopo, o meglio, lavori che nello sfilacciamento dei processi produttivi hanno perduto l’aggancio con quello che è lo scopo ultimo di qualsiasi lavoro: la fornitura di un servizio, sia esso un prodotto o una prestazione. Lavori in cui non conta più nemmeno il saper fare, laddove già non contava il sapere né il sentire. Lavori dunque che smaterializzano l’intelligenza delle persone, che rendono gli uomini schiavi dell’illogicità, lavori spaventosamente inutili.

L’incontro di un’intelligenza speculativa con questi non-lavori crea il medesimo cortocircuito che viene descritto da Michele nella sua lettera d’addio: “Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente”.

Dunque siamo sicuri che le sue siano parole che arrivano, come si legge da più parti, direttamente da chi ha vissuto sulla propria pelle il “dramma della precarietà”, e non riguardino invece qualcosa di molto più ampio, intricato e multiforme? Siamo sicuri di potercela cavare rubricandola come “la lettera d’addio di Michele, trentenne precario che si è tolto la vita”?

Mentre scrivo questa cosa, sto leggendo Un bambino, ultima parte dell’autobiografia di Thomas Bernhard. C’è in una pagina del libro un passaggio in cui Bernhard dice: “Volevo morire. Ma la cosa non era così semplice. Provavo ad assumere un comportamento degno di un vero uomo. Mi condannavo al massimo della pena. Non alla pena di morte ma al massimo della pena, sebbene io stesso non sapessi con precisione in che cosa il massimo della pena potesse consistere, e subito dopo tornava in me la consapevolezza dell’assurdità di questo gioco infernale”. Voler morire e condannarsi al massimo della pena può voler dire due cose opposte. Il massimo della pena per un suicida è vivere – “un comportamento degno di un vero uomo” come sottolinea, non senza un velo di macabra ironia, Bernhard.

Ma… “non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito”, ribatte Michele, in questo dialogo che ora prende forme assurde, sovratemporali, una comunicazione che risuona dentro il campo tutto immateriale della letteratura.

Cosicché oggi il nostro tempo non fa i conti con una protesta estrema, con un drammatico sberleffo, con il suicidio di un dissenziente, un uomo che c’era e che ora non c’è più. Oggi è molto peggio di quanto pensiate: oggi si fanno i conti con ciò che non c’è mai stato; con l’inesistente.

Provate ad affrontare questo.


Vuoto orizzontale 3

6 febbraio 2017

Giorni fa il bambino ha chiesto di poter scrivere una storia sul tablet, ha preso il tablet e ha scritto la sua prima storia, il bambino ha sei anni e ha scritto: “Pensieri. Un bambino di nome Matteo che non sapeva leggere ma ora sa leggere – documentario numero 1 – Inviare a tutto IL MONDO PER FAVORE”, in alto il titolo del file, ossia il nome del modello di Pages, il programma di scrittura con cui ha scritto la sua storia; il titolo era Vuoto orizzontale 3, che tutto sommato a me sembra un bel titolo.


Piccone-party

1 febbraio 2017

Cercando una casa nuova, più grande di quella in cui abito da sette anni, passo i fine settimana a visitare appartamenti. Uno degli ultimi appartamenti che ho visitato era grande, molto più grande di quanto non sia quello in cui abito da sette anni. Aveva però le pareti dipinte di blu, color vinaccia, rosa vivo, grigio topo e viola, aveva le porte coperte dai graffiti, come le porte dei bagni della scuola, e aveva i sanitari sfondati. Al che ho pensato alla cosa che mi ha detto tempo fa una persona con cui lavoro. Questa persona mi ha chiesto se da giovane avessi mai partecipato a un “piccone-party”. Gli ho chiesto cosa fosse un “piccone-party”, e lui mi ha spiegato che è un party che si fa nelle case che si affittano da studenti, case dalle quali si è stati sfrattati e che bisogna lasciare in fretta: si invitano venti amici, la regola di base è che ciascuno porta qualcosa. “Da mangiare?”, ho chiesto io ingenuamente. “Qualcosa con cui abbattere le pareti”, ha specificato lui. Al che gli ho detto che no, non ho mai partecipato a un piccone-party, anche perché – ho spiegato – non sono mai stato uno studente fuori sede, e ai tempi della gloria non conoscevo dei fuori sede, e anche se li avessi conosciuti sono troppo rispettoso delle cose altrui, e soprattutto non ho mai avuto venti amici tutti nello stesso momento, e mi fanno paura i picconi, e sono così imbranato che temo perfino che potrei farmi male a maneggiarne uno, e poi temo i rumori violenti, la polizia, le denunce penali e gli alterchi rissosi. Perciò non ho mai partecipato a un piccone-party. Allora, mentre visitavo l’appartamento con le pareti colorate, le porte imbrattate e i sanitari sfondati, mi sono lasciato scappare la frase: “Qui dev’esserci stato un piccone-party”, e l’agente immobiliare ha annuito gravemente e ha detto: “Eh, mi sa”.

Qualche giorno dopo ho raccontato la cosa al mio collega, il quale ha stretto i denti e, forse pentito per l’immagine che poteva aver dato di sé, ha precisato: “Io non ho mai detto di aver partecipato a un piccone-party; ne ho semplicemente sentito parlare”.

In un’intervista che fece al comandante supremo delle forze statunitensi in Vietnam, generale Westmoreland, Goffredo Parise chiese: “Lei ha pronunciato una frase famosa, così famosa che a tutt’oggi rimane la sua unica dichiarazione politica sulla guerra in corso. Questa frase è: «Bisogna distruggere il Nord per vincere al Sud». È veramente persuaso che questo sia giusto? Giusto non soltanto da un punto di vista militare, ma anche politico, per non dire umano?”. Il generale Westmoreland rispose: “Non ho mai detto questo, la frase mi è stata attribuita dalla propaganda comunista ed è falsa”.


Dipendenza patologica

25 gennaio 2017

Negli ultimi tempi è tornata in auge una teoria secondo la quale l’universo non sarebbe altro che una simulazione realizzata da una civiltà esterna al nostro mondo dotata di una super intelligenza. Sul tema si sono svolti convegni e sono stati scritti lunghi articoli. Al che ho pensato allo spot di un’agenzia di scommesse sportive in cui un astronauta, nel pieno di una tempesta marziana, muove frenetico le dita sul cellulare per fare la sua giocata prima che il vento lo spazzi via, mentre la voce fuori campo avvisa: “Attenzione! Il gioco può procurare dipendenza patologica”.

Il nuovo terzo pilota della Ferrari ha rilasciato un’intervista in televisione in cui dice: “Devo imparare tantissime funzioni, per esempio lo sterzo”.


Telecronache

13 gennaio 2017

Quando da ragazzino per la prima volta mi portarono allo stadio, una cosa mi colpì: la partita vista dallo stadio si svolgeva in mancanza della voce del telecronista. Ieri pensavo che un calciatore può giocare per vent’anni  sui campi di calcio, e nel suo ricordo delle partite giocate mancherà la voce del telecronista; quindi il calciatore avrà giocato per vent’anni avvolto in quel brusio liturgico che vibra nello stadio, e l’idea stessa della partita che serberà sarà viziata da questa mancanza, che è nient’altro che una mancanza di interpretazione. Ieri mi sono ricordato che spesso da ragazzino, nel silenzio della mente, facevo la telecronaca minuto per minuto della mia vita, perché avevo bisogno dell’interpretazione.


La vita militare

11 gennaio 2017

C’è un’ora al mattino, quand’è ancora molto presto, in cui dalla finestra del mio ufficio vedo affacciarsi una luce radente che cade lenta come una seta d’oro sui palazzi e sulle chiome sfumate degli alberi, e sulle tettoie dei capannoni, e sul canneto, questa luce dura un istante nell’esperienza della dispersione, e sento le grida degli studenti che vanno a scuola, e i clacson degli impiegati nelle loro macchine diretti a lavoro, ciascuno ignaro di questa luce, ciascuno che va controvoglia, chi scherzando chi incupendosi, ma comunque vanno, che non vedono niente oltre il compito che è stato loro assegnato e che consiste nell’andare a scuola, o a lavoro, a quest’ora precisa del mattino, talmente consacrati da rinunciare a tutto il resto, nella più totale inconsapevolezza di cosa sia il resto.

“Esiste un’idea generale che a volte conferisce a tutti questi individui austeri riuniti insieme la bellezza dell’autentica grandezza: l’idea dell’abnegazione”. (Alfred De Vigny, Servitù e grandezza della vita militare)


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