Ho letto che a Chernobyl, da quando è andato via l’uomo, le specie animali si sono moltiplicate. Oggi la zona è diventata il paradiso delle alci, degli orsi bruni, delle volpi e dei cavalli di Przewalski. Io sono un membro del genere umano. Non il migliore, ma neppure il peggiore. Un esponente nella media, diciamo, ma attendibile nel caso in cui una schiatta aliena volesse approfondire, attraverso di me, il tema dell’umano. Eppure se mi guardo nello specchio, mi giudico molto male, ma non al punto da giudicarmi un disastro così letale, più letale addirittura d’un disastro nucleare. In fondo sono buono e calmo, e non ho mica – così, per dire – l’aria dello sterminatore. E quindi, dell’essere così tanto disprezzato dal cavallo di Przewalski, ecco, proprio non riesco a farmi una ragione.

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Ai miei allievi della Scuola del libro, durante il primo incontro del corso di scrittura autobiografica Scrivere di sé, ho proposto un gioco. Pur essendo genericamente allergico ai comandamenti rivolti agli scrittori, ho preso le famose otto regole di Kurt Vonnegut per scrivere un racconto breve (compaiono nella postfazione di Bagombo Snuff Box) e le ho riadattate al racconto autobiografico (le mie sono quelle tra parentesi). Alcune fanno ridere, altre sono mortalmente serie.

1. Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi. (K.V.)
(Fate in modo che i vostri conoscenti non pensino di aver sprecato tempo frequentandovi).

2. Date al lettore almeno un personaggio per cui possa fare apertamente il tifo. (K.V.)
(Voi siete il personaggio per cui il lettore deve fare apertamente il tifo).

3. Ogni personaggio che si rispetti deve volere qualcosa, fosse anche solo un bicchiere d’acqua. (K.V.)
(Siate personaggi di tutto rispetto, vogliate il massimo, non accontentatevi solo di un bicchiere d’acqua).

4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere di un personaggio o far progredire l’azione. (K.V.)
(Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il vostro carattere o far regredire l’azione fino alle cause che l’hanno determinata).

5. Iniziate la narrazione il più possibile vicino alla fine. (K.V.)
(Iniziate la narrazione il più possibile vicino al punto in cui vi trovate mentre state scrivendo).

6. Siate sadici. Non importa quanto siano dolci e innocenti i protagonisti del vostro racconto: fategli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che pasta sono fatti. (K.V.)
(Siate spudorati. Non importa quanto siete dolci e innocenti nella realtà: raccontate cose terribili di voi, in modo che il lettore possa vedervi disarmati).

7. Scrivete per piacere a un solo lettore. Se spalancate la finestra e vi mettete a fare l’amore con il mondo, per così dire, alla vostra storia verrà la polmonite. (K.V.)
(Scrivete per piacere a un solo lettore. Ma per carità fate in modo che quel lettore non siate voi stessi. Se vi mettete a fare l’amore con voi stessi, per così dire, alla vostra storia verrà una famigerata forma di cecità).

8. Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di terminare da soli la storia nel caso in cui gli scarafaggi si mangino le ultime pagine. (K.V.)
(Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di spacciarsi per voi nel caso in cui gli scarafaggi vi mangino vivi).

Stamattina ero in una sala d’attesa, e facevo quel che si fa nelle sale d’attesa, ossia attendevo. Per ingannare l’attesa, e quindi la sala d’attesa, e quindi me stesso in attesa, guardavo le piante. C’erano tante piante, alcune molto belle. E pensavo a quei video time-lapse in cui vengono catturati i singoli momenti della crescita di una pianta. E pensavo che la crescita di una pianta emette rumore, poiché ogni movimento in natura emette una quantità, seppure infinitesimale, di rumore. Ma quello della crescita delle piante dev’essere un rumore lentissimo, uno scricchiolio diluito nel macrotempo. E quindi pensavo che se fosse possibile cogliere quel rumore usando una tecnica time-lapse per i rumori avremmo il suono di una pianta che cresce, il suono emesso dal processo di distensione dei tessuti vegetali. Poi pensavo alla somma di tutti questi rumori, alla somma di tutte le piante che crescono emettendo un microrumore, alla somma di questi microrumori diluiti nel macrotempo, a questo frastuono di piante che crescono, a questo putiferio infernale che esiste solo in una velocità del tempo che per fortuna non corrisponde alla nostra, e pensavo che per cavarsela, per non impazzire, nove volte su dieci, occorre solo adottare una velocità che non corrisponde alla velocità di ciò che abbiamo intorno, occorre solo questo, andare pianissimo, o fortissimo, in controtempo.

A Bolzano ho visitato la cappella di San Giovanni nella chiesa dei Domenicani. All’interno della cappella c’è un bellissimo ciclo di affreschi, tra i migliori esempi di pittura di scuola giottesca del nord Italia. Il mio accompagnatore ed io ci siamo soffermati sulla scena che raffigura il martirio di San Bartolomeo (qui). San Bartolomeo secondo la tradizione venne scuoiato della pelle per ordine del re dei Medi. La rappresentazione pittorica più famosa di questo episodio è nel Giudizio Universale della Sistina, dove Michelangelo, in quello che forse è l’autoritratto di artista più angosciante di tutti i tempi, raffigura se stesso nella pelle floscia staccata dal corpo di San Bartolomeo (qui). Nella cappella di San Giovanni, il cosiddetto “Maestro dei Domenicani” (l’autore degli affreschi) raffigura il martirio nella sua fase iniziale. Il santo è sdraiato su un tavolo, intorno a lui sei uomini incidono la pelle delle braccia e del torace. Mentre osservavamo la scena, il mio accompagnatore ha detto a voce alta: “Cosa doveva esserci nella testa di questi uomini per compiere su un altro uomo uno scempio del genere?”. Ed io, in un impeto di razionalismo: “In fondo si tratta di gente vissuta duemila anni fa”.

La sera torno a casa, accendo la tv e sento che il sovrano del Brunei dal 3 aprile ha introdotto nel suo paese un nuovo codice penale basato sulla Sharia. Per omosessuali, adulteri e ladri il codice prevede la lapidazione, il taglio della mano e del piede.

Pensavo che mi piacerebbe scrivere una specie di pamphlet contro le nazioni. Perché credo che gli esseri umani che vivranno fra duecento anni non crederanno possibile che per tanto tempo l’uomo abbia vissuto imponendo la legge della segregazione fuori da uno spazio fisico, decretando il diritto territoriale acquisito per nascita, imponendo confini, non solo sulla terra, ma perfino nei mari e in cielo, e ci guarderanno con compassione. Il principio di nazionalità, ossia l’idea secondo cui ogni lembo di terra emersa debba far capo a uno Stato politico indipendente, risale al Diciannovesimo secolo. Questo principio si è consacrato definitivamente all’inizio del Ventesimo, non a caso il secolo che ha conosciuto più guerre e più morti nella storia dell’umanità. Noi viviamo l’idea di nazione come se fosse data per natura, ma se riusciamo anche solo per un istante a elevarci al di sopra delle convinzioni, a guardarci a volo d’angelo e con gli occhi remoti di qualcuno che verrà, scopriremmo che l’idea stessa di un pezzo di terra racchiuso entro confini in cui si può transitare solo se in possesso di determinati diritti (come se avere un corpo, dei sensi, un’intelligenza e un cuore non fosse sufficiente di per sé) è una tragica sciocchezza. Il sovranismo è la febbre, è la reazione a uno stato di crisi umano prima ancora che politico. Il cuore del problema è l’identità. Ed è tempo che l’uomo inizi a cercare altrove la propria identità, politica e sociale. Non nella storia, non nella lingua, non nella religione, non in un nemico. Non so, vorrei guardarmi da lontano, per iniziare a capire quella che mi sembra una delle più curiose insensatezze di questo tempo.

Sono stato per tre giorni a Roccaraso. Ho letto alcune cose sull’eccidio di Pietransieri avvenuto il 21 novembre 1943 in una frazione del comune di Roccaraso. Quel giorno i soldati tedeschi rastrellarono gli abitanti della frazione, 128 persone in totale, tra cui 34 bambini con meno di dieci anni e un neonato di appena un mese, e li trucidarono, poi sparsero i cadaveri nel bosco dove restarono sepolti sotto la neve fino all’estate del 1944. Pare che all’eccidio non presero parte soldati italiani, come invece accadde per esempio a Sant’Anna di Stazzema, dove i membri della 36ª brigata Mussolini parteciparono alla strage travestiti con divise dell’esercito tedesco (niente meglio di questo definisce un vigliacco, e soprattutto un fascista). Nel novembre del 2017 una sentenza ha condannato la Germania a risarcire i discendenti delle vittime e il Comune di Roccaraso per una cifra di diversi milioni di euro. Su alcuni giornali locali è stato scritto che lo stato Italiano si è costituito in giudizio cercando di impedire la condanna della Germania. Il motivo sarebbe che applicando lo stesso criterio l’Italia potrebbe essere condannata al risarcimento per le stragi fasciste in Etiopia, nell’ex Jugoslavia e in Grecia. Il pensiero che ho fatto è questo. Lo Stato liberale si fonda sulla supremazia del diritto e della libertà dell’uomo, al contrario dello Stato etico che è, rispetto al cittadino, giudice assoluto del bene e del male. Se vivessi in uno Stato etico, prima di pensarmi o dirmi “italiano” (con tutto ciò che ne consegue) dovrei pensare e dire a me stesso se mi riconosco o meno nell’etica che presiede all’essere italiano. Ma poiché vivo in un moderno Stato liberale, prima di pensarmi o dirmi “italiano” (con tutto ciò che ne consegue) devo pensare e dire a me stesso se mi riconosco o meno nel diritto e nell’idea di libertà che presiede all’essere italiano. Questa storia mi ha fatto pensare che in nessun caso io riesco a sentirmi “italiano”.

Cartesio amava passare le mattine nel letto a meditare. Siccome Cartesio era un pensatore a cui l’umanità deve qualcosa, il suo passare le mattine nel letto a meditare era un’attività che si sarebbe dovuta preservare. Invece la regina Cristina di Svezia lo obbligò a impartirle lezioni di filosofia per tre volte la settimana, dalle 5 alle 10 del mattino, e Cartesio per tre giorni la settimana non poté meditare. Finì per beccarsi un’infezione toracica causata dal freddo invernale di Stoccolma e morì a 54 anni lasciando molte cose a metà. Cristina di Svezia non la si ricorda come notevole filosofa. La morale è che le persone dovrebbero passare il tempo facendo ciò per cui sono umanamente, psicologicamente e convenientemente portate. Ne guadagneremmo un po’ tutti.

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