La volpe e il coniglietto

5 agosto 2016

Ieri sera mio figlio ha iniziato a raccontare una storia. Era la storia dell’incontro tra una volpe e un coniglietto. Lo ha fatto mentre eravamo seduti a tavola, per cena, e noialtri stavamo parlando. Voleva mettere il becco nella nostra conversazione, e deve aver pensato che la storia della volpe e del coniglietto fosse infinitamente migliore delle nostre chiacchiere opprimenti. Ma noi abbiamo continuato per i fatti nostri, e lui ha alzato la voce. Così a un certo punto ho taciuto, ho guardato mio figlio e ho pensato. Ho pensato a una cosa che mi è sembrata lì per lì ovvia, ma che forse, tutto sommato, non lo è affatto. Ho pensato che quando mi viene voglia di scrivere qualcosa, è perché voglio catturare l’attenzione di qualcuno, qualcuno che dovrà scegliere se leggermi o seguitare a fare qualcos’altro. E lo faccio avendo l’enorme, strepitosa pretesa di avere qualcosa di molto interessante da dire, qualcosa di così interessante che quel qualcuno, senzameno, smetterà di fare qualsiasi altra cosa per il solo piacere di stare a sentire me e la mia cosa. Ho pensato che quando mi viene voglia di scrivere, insomma, devo tenere a mente questo: che mi sto comportando come un bambino che reclama l’attenzione dei genitori, immaginando che la propria storia sia quanto di più meraviglioso, assordante e imprescindibile si possa vagheggiare per scampare al tedio di certe sere. Quindi, dicevamo, in una radura del bosco una volpe incontrò un coniglietto…


Sdraialo! Ammazzalo!

31 luglio 2016

L’altro giorno, all’ora di pranzo, esco da lavoro, e per le strade del quartiere dove lavoro, vedo un gruppo di uomini che guardano tutti dalla stessa parte, uomini vestiti con pantaloncini acetati e canottiere, uomini perlopiù in ciabatte. Questi uomini guardano altri due uomini che combattono in mezzo alla strada, che se le danno forte, botte da orbi, due uomini anche loro vestiti con pantaloncini acetati e canottiere, due uomini anche loro in ciabatte. Sul balcone al primo piano del palazzo che sovrasta i due uomini c’è una donna anziana, è seduta su una sedia, a gambe larghe. La donna anziana diventa il terminale della mia osservazione. L’anziana dondola le braccia e muove il corpo per quel poco che può, incombe enorme, cospicua, padrona della situazione, sulle teste dei due uomini che se le stanno dando di santa ragione, e per come si sono messe le cose, temo proprio che uno dei due stia per soccombere, insomma uno dei due è ridotto proprio male. Ed è in quel momento, è in quel preciso momento, che la donna anziana a gambe larghe che dondola le braccia e muove il corpo, è in quel preciso momento che si mette a gridare, rivolta verso il basso, a uno dei due, a quello presumo che la sta avendo vinta, ossia è in quel preciso momento che la vecchia si sceglie la parte, più o meno come fanno tutti, con quel tempismo decisivo, risaputo, osceno, remoto, è in quel preciso momento che grida roca: “Sdraialo! Ammazzalo!”, dicendo la cosa radicale e definitiva, la cosa che – fino a un momento prima – lasciando per così dire il giudizio in sospeso, non aveva detto.


La disperanza

26 luglio 2016

“C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile sul palco su cui sta tenendo un comizio. Sono settimane, o forse mesi, che mi accorgo di tenermi tutto dentro, come ho sempre fatto del resto nel corso della mia vita. Ma sono settimane, o forse mesi, in cui mi accorgo che lo faccio più del solito, lo faccio al punto da aver sigillato il mondo dentro me stesso, in una forma di difesa estrema, di rassegnazione. È un problema che riguarda il mio carattere psicotico, al limite della sociopatia, o della gelosia con cui assimilo i fatti, li elaboro e li registro nel mio schedario interiore. C’è un posto da qualche parte laggiù in cui è pieno zeppo di considerazioni, ma essendo capitato per vie del tutto involontarie ad abitare un mondo e un’epoca in cui più o meno tutti esternano considerazioni su più o meno tutto, ho vissuto settimane, o forse mesi, di completa resa, settimane, o forse mesi, in cui scaravento fatti e considerazioni in quel posto laggiù, come se quel posto fosse la discarica delle riflessioni. Prima insomma scrivevo, partecipavo alla vita pubblica come potevo, dicevo la mia nella grande cloaca rumorosa di gente che dice la sua, poi c’è stato un momento in cui ho perso ogni stimolo. Adesso, se mi metto a pensare cos’è stato, al di là del mio carattere psicotico, il motivo di questa separazione, mi viene in mente che è la profonda, assoluta, spasmodica, lancinante, trivialità del mondo. Mi rendo conto che parlare di “trivialità del mondo” significa appigliarsi a un’idea assolutamente superficiale e lacunosa. Così come estendere alla totalità del mondo il giudizio ricavato dall’esternazione pronunciata da un idiota è una pura approssimazione. Ma quello che voglio dire è che c’è un momento, credo, nella vita di un uomo, in cui si spezzano le difese, l’epidermide si frantuma, e prende corpo una qualità dell’essere: la disperanza. Ora, Alvaro Mutis sulla disperanza ha scritto cose mirabili: “Una caratteristica di chi vive nella disperanza è la solitudine. Solitudine nata da una parte dall’incomunicabilità e, dall’altra, dalla difficoltà di stare accanto a chi vive, ama, crea e gode senza speranza”. Così, visionando l’ennesima porcheria di Salvini, ho riflettuto a lungo su questa idea, e ho riflettuto a lungo in particolare su quelle ultime due parole: “senza speranza”. Com’è possibile – mi sono chiesto – che loro (e per “loro” intendo i centomila Salvini che mi hanno sepolto sotto questa coltre di disperanza) amino, creino e godano SENZA SPERANZA? Come sono l’amore, la creazione, il godimento, private della speranza? Che forma hanno? Non sono capace di immaginare cose come l’amore, la creazione e il godimento espropriate dal concetto di speranza, esse sono funzioni umane colme di attesa, di fiducia e di auspicio. Eppure, riflettendo dal mio isolamento, osservando la famosa “trivialità del mondo”, mi viene da pensare che tale trivialità deriva esattamente da questa espulsione della speranza da cose come l’amore, la creazione e il godimento. “C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile. Egli, nel pronunciare una simile bestialità, non fa che esprimere un’idea di amore senza speranza, la sua. Ed è questo, come dice Mutis, che mi ha portato alla disperanza. E quindi alla solitudine, e quindi alla separazione estrema, e quindi a questa buca nera in cui mi sono seppellito nelle ultime settimane, o forse mesi, o forse anni. Non è una questione politica, non è sessismo, non è trivialità, badate; è una questione totale.


Dissuasori per piccioni

21 luglio 2016

Quando si posa un piccione sul balcone, se sto facendo qualsiasi cosa, la mollo e corro in balcone a scacciare il piccione. Non faccio chissacché, solo mi scaravento contro la finestra, apro la finestra e resto lì impalato, sul balcone, come un attrezzista scagliato sulla scena. Al piccione basta vedere me che faccio questo movimento elementare, che mi paleso sul balcone, al piccione basta questo per spiccare il volo e filare su un altro balcone. Cosicché da un po’ di giorni c’è la dirimpettaia che si gusta la scena, guarda me che ogni tanto esco inviperito sul balcone, come un portiere che si avventura fuori dall’area di rigore, come un acchiappagalline, e qualsiasi cosa lei stia facendo, resta immobile e mi guarda, mi guarda e si chiede che razza di comportamento sia il mio, si chiede la ragione di questa mia repentina impulsività, della mia faccia da fesso, e fa lei stessa una faccia da fessa, ma più triste, di una tristezza cosmica, come in balìa di un sentimento lugubre, e quella faccia lì – immagino – è già di per sé un dissuasore per piccioni.


Del perché, per esempio, non sono mai entrato nel tunnel della droga

20 luglio 2016

Qualche volta ascolto la radio, e qualche volta gli inserzionisti pubblicitari si raccomandano: “Un trattamento speciale a chi si presenta in negozio a nome della radio”, tuttavia penso che sono entrato in molti negozi in vita mia, ma non ho mai sentito nessuno che si presentasse a nome della radio, quindi mi sono chiesto se questa cosa è vera, se presentandosi in un negozio a nome della radio si ha davvero diritto a qualche trattamento speciale, e mi sono chiesto in che consiste poi questo trattamento speciale, e mi sono chiesto perché invece non conta quello che sei, i pensieri e le opinioni che ti porti dentro, la strada in cui vivi, i libri che hai letto e le cose che hai studiato, la gente con cui ti sei azzuffato, la nebulosa di cose con cui ti presenti al mondo, e mi sono chiesto se in definitiva davvero desidero un trattamento speciale, e mi sono risposto che no, non lo desidero, perché i trattamenti speciali mi fanno sentire a disagio, perfino spegnere le candeline sulla torta mi fa sentire a disagio, per non parlare dello stabilire dei rapporti sociali con degli sconosciuti, credo per esempio di non essere mai entrato nel tunnel della droga per un fattore di timidezza, quindi figuriamoci presentarmi in negozio a nome della radio.


Guardo

18 luglio 2016

Al parco, seduto al bar, con mio figlio che tira giù d’un sorso un bicchiere di succo alla pera, guardo; guardo due ventenni che discutono di soldi, di marchi registrati, di società vecchie da chiudere e di società nuove da costituire, mezz’ora prima eravamo cento metri più in là a passeggiare lungo la riva del laghetto, e adesso siamo seduti qua – prima là ora qua –, guardo perdutamente le acque limacciose del laghetto, meditando davanti alla penetrante malinconia del crepuscolo, guardo questi due che discutono di soldi con una disinvoltura che mi atterrisce, non perché mi atterriscano i soldi, ma perché mi atterrisce la disinvoltura.


Ma la vita, la vita tutta intera

13 luglio 2016

“Antonino che voleva fare l’esame, il contadino centrato da una scheggia, Jolanda che doveva sposarsi”. Al giornalismo contemporaneo piace raccontare così le storie delle vittime di un disastro ferroviario. Si tratta l’esistenza di una persona come la somma di tanti frammenti del reale, sceglie i più levigati, i più facili alla comprensione, e li lascia vibrare sotto gli occhi del lettore. La gente muore, e già la morte di per sé non la puoi ridurre a due parole allusive. Ma la vita, la vita tutta intera, la massa indifferenziata di cose, di eventi, di fenomeni, di esperienze, di situazioni, di avventure, di momenti, la vita come la riassumi in un titolo di giornale? Che diranno di me il giorno che creperò in una sciagura nazionale? Di tutte le rogne, le allegrie, le monotonie, le fissazioni, le categorie e i gradi, i tripudi (pochi) e le afflizioni (tante) in cui sono impelagato giorno per giorno, quale l’avrà vinta?


Maria alla croce

11 luglio 2016

Quando Gesù Cristo morì, Maria era alla croce. Poi Maria non è più menzionata. Non sappiamo niente di cosa sia stato di lei. Non si parla della sua morte. Nel Cristianesimo il trapasso di Maria viene chiamato “dormizione”, perché Maria non sarebbe veramente mai morta, ma sarebbe soltanto caduta in un sonno profondo che ha preceduto l’ascensione in cielo. Durante le ultime cene che abbiamo fatto non si è parlato che di lei, e la domenica, mentre filavano le immagini del funerale di Emmanuel Chidi Namdi, ci ripetevamo che per lei, riaversi dopo tutto questo, sarà una cosa impossibile, roba da alchimisti, da fachiri. Pensare che si possa vivere ancora è un’assurdità. Dormizione, ecco la parola che ci mancava. Io, da uomo laico, non posso che vedere in lei la passione di Maria, e attraverso lei la prigionia di questo tempo infame.

Chinyery


Vedi, siamo fritti!

8 luglio 2016

Da due anni a oggi ho cominciato a capire che la mia mente sta invecchiando. Mi capita di ritrovarmi a fissare il vuoto per molti minuti senza sapere a che sto pensando, o se sto pensando a qualcosa, fisso il vuoto per molti minuti cercando di afferrare il pensiero che mi ero prefissato di pensare, ma senza riuscirci pienamente, afferrando cioè solo un lembo del pensiero, come se il pensiero fosse un lenzuolo che sventola nel turbinio delle correnti senza lasciarsi ghermire. Mentre un tempo, diciamo fino – appunto – a due anni fa, riuscivo a concentrarmi su tutto, e soprattutto avevo la mente strapiena di cose, un altoforno sempre acceso, bollente e schiumeggiante. Adesso invece, adesso la mia mente assomiglia a un bicchiere di macedonia vuoto sulle cui pareti sono rimaste tracce di polpa di frutta e sul fondo mezzo dito di liquore giallastro e dolce. Credo che invecchiare, alla fine, molto stupidamente, non sia che questo: lasciare tracce sulle pareti; dissolversi sul fondo; mettere da parte il fulgore.

Per contrasto guardo mio figlio e vedo che ha gambe e braccia lunghissime, e una mente azzurra e vivace.

Ieri, in una pagina di Clarice Lispector, ho letto: “Per ragioni che né mia madre né mio padre potevano controllare, nacqui e mi ritrovai così: nata”. Così, mentre guardavo le gambe e le braccia di mio figlio, gambe e braccia sempre più lunghe, ho pensato che mentre lui si è ritrovato così, nato, io cerco da una settimana di raccogliere tutti i documenti che servono al commercialista, e non faccio che pensare: «Vedi, siamo fritti!».


Le celebri rovine che ci portiamo dentro

6 luglio 2016

Tre volte, solo ieri, mi è stato chiesto: “Che fai ad agosto?”; tre volte, solo ieri, non ho saputo come rispondere. Perché il problema che m’attanaglia non è tanto che farò ad agosto. Il mio problema è che quando mi chiedono “Che fai ad agosto?”, io, dentro di me, mi metto a pensare al perché nessuno mi fa mai la stessa domanda per tutti gli altri mesi dell’anno, o – che so – per le settimane a venire, o magari per i prossimi giorni, o per le ore. Ossia nessuno mi chiede, per esempio, “Che fai mercoledì?”, alludendo al fatto che ha in mente di propormi di uscire magari insieme, o di invitarmi a casa sua a mangiare ravioli, o a bere in un bar all’ora del tramonto, o a fare quattro pettegolezzi per le strade di Roma, cosicché io provo una bruciante vergogna, sentendomi gravare sulla faccia il sorriso d’attesa di queste persone che invece vogliono sapere che faccio ad agosto, senza in realtà volerlo sapere veramente.

Il problema principale di questo tempo è, credo, che la gente fa domande dalle quali non desidera affatto avere in cambio delle risposte. La gente fa domande tanto per farle, per occupare il tempo, perché è affaticata e ha gli occhi vitrei, perché ha paura del silenzio. Più di tutto perché ha paura del silenzio. Perché quando ci si ritrova in due da qualche parte, su un ballatoio a fumare una sigaretta, o in una sala d’attesa, o davanti al distributore automatico del caffè, ciò che pesa più di tutto non è il fardello gramo della vita, l’inconcepibile sensazione di vuoto che sfonda le pareti dello stomaco, le celebri rovine che ci portiamo dentro sperando nella visita di qualche misericordioso turista americano, ciò che pesa più di tutto è non avere niente da dire all’altro, e così continuiamo a mettere in fila una lunga serie di conversazioni vuote, decoriamo il niente, un niente eterno, che quando viene agosto, poi, è più niente del niente.


Softair

23 giugno 2016

Mentre usciamo dalla tavola calda dove abbiamo pranzato, veniamo sfiorati da uno, due, tre colpi, tre pallini da softair sparati da un balcone al sesto piano, allora passiamo rasenti al muro per non farci impallinare e ci fermiamo a guardare a distanza il balcone al sesto piano da cui partono i colpi, e scorgiamo la canna di un fucile da softair che affiora tra i vasi di gerani (ah, come ci sta bene qui il verbo affiora!), affiora e scompare tra i gerani, e mi viene in mente quel vecchio slogan hippie, “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, e poi mi viene in mente che il pistolero del sesto piano ha rovesciato la questione, ha messo i cannoni nei suoi fiori.

Bergson, ne Il riso – saggio sul significato del comico, scrive: “Basta turarsi le orecchie al suono della musica, in una sala dove si danza, perché i danzatori ci appaiano subito ridicoli”. L’altro giorno ero in macchina, nel traffico, e guardavo nella macchina ferma dietro di me, e in quella macchina c’era una ragazza che si sbracciava, e solo dopo qualche secondo ho capito che la ragazza faceva una specie di danza, una danza che come ogni danza presupponeva una musica, ma poi le circostanze del traffico hanno fatto sì che la macchina con dentro la ragazza si accostasse alla mia macchina, e poiché avevamo entrambi i finestrini abbassati, ho sentito che dall’interno della macchina della ragazza non proveniva alcuna musica, e tuttavia la ragazza continuava a sbracciarsi, perciò l’ho guardata e lei ha guardato me, e nonostante lei fosse la danzatrice senza musica a cui allude Bergson, sono stato io, tra i due, quello che sicuramente è apparso ridicolo.


Sigillare una buca

21 giugno 2016

Ora la campagna elettorale è finita, Roma ha un sindaco, una cosa però ho pensato per tutto questo tempo, ho pensato che nella precedente campagna elettorale, voglio dire in quella del 2013, non si era parlato d’altro che del tema della sicurezza, allora c’era un’aria a Roma rovinosa, catastrofica, sembrava che dietro a ogni palo della luce si nascondesse una carogna, un figlio d’un cane, un bucaniere pronto a tagliare il collo al passante elettore, e quindi i candidati sindaci non facevano altro che mettere in cima alle loro priorità il tema della sicurezza. In questa campagna elettorale, invece, in questa del 2016, non si è parlato d’altro che del tema delle buche, che pure è un tema serio, ma che mi sembra indichi una cosa ben precisa, una cose di cui invece ho sentito poco parlare, e cioè una rinuncia incondizionata e completa al sogno, voglio dire, io che, ancora non molto tempo fa ero un giovane uomo e vagheggiavo viaggi sempre più lontani, io che in quanto giovane uomo desideravo, e quindi volevo, agire affinché il mio desiderio si realizzasse, e quindi demandavo all’espressione della politica la realizzazione, seppure parziale, del desiderio, ossia del viaggio, senza osare confessare a me stesso che più il viaggio mirava lontano e più si trattava di utopia, e quindi mi aspettavo che la politica volasse in alto, che scavalcasse le montagne per me e mi lasciasse intravedere oltre le nubi vaporose del presente, oggi mi trovo frustrato in quel che rimane di quella vecchia ebbrezza, mi trovo avvinto nella sonnolenza attuale, mi trovo a ragionare su un orizzonte politico limitato, un orizzonte la cui promessa massima che dichiara di poter mantenere è la seguente: sigillare una buca. Ecco, io non sono più tanto sicuro che la politica debba essere in principal modo pragmatismo e concretezza, io penso che un po’ di idealismo, un po’ di teoria, diciamo di visione, è quel che ci vorrebbe. Perché una volta che la buca è riempita, insomma, poi ci si annoia un po’ tutti.


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