Ho un progetto di scrittura. Il progetto parte da una costatazione: non dispongo liberamente del mio tempo. Le mie giornate sono scandite da obblighi asfissianti, devo chiedere sempre il permesso a qualcuno per fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non sono un uomo libero. Questo modello di vita a cui mi sono piegato non è raro, anzi, è il modello dominante. E quindi vorrei fare un esperimento: vorrei trascorre del tempo, diciamo tre mesi, da uomo libero, senza alcun obbligo, solo il tempo ed io, una massa sterminata di tempo non da colmare ma da abitare. Vorrei tenere un diario di questa specie di rieducazione alla libertà. Per fare questo ho bisogno di isolamento, di un luogo in cui vivere in una condizione di completa autonomia, in cui le giornate siano scandite solo da ciò che è necessario fare per vivere. Non voglio meditare, voglio contemplare, disporre di me, ronzare come un insetto pigro, annoiarmi come un albero. E naturalmente scrivere. L’idea mi è venuta leggendo Nelle foreste siberiane, di Sylvain Tesson. Tesson, che è un autentico avventuriero, si è autoconfinato per sei mesi in una capanna sulle sponde del lago Bajkal, il più antico del mondo, procacciandosi il cibo e resistendo a condizioni di vita avverse. Io però non sono un avventuriero, e non mi interessa esplorare i miei limiti. Ciò che cerco non è una vacanza né un’esperienza estrema, ma qualcosa di molto più semplice e per questo più ardito. Non so se riuscirò a farlo, e non so neppure dove potrei andare a vivere questo tempo bianco. Ma è qualcosa che mi fischia forte nella testa.

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Quando penso che non ho una buona autostima provo a farmi una domanda: è più veloce un uomo o una mucca? Io senza autostima rispondo: “Senz’altro un uomo”. Una mucca può correre alla velocità di quaranta chilometri orari; Bolt, sui cento e sui duecento metri, va in media a trentasette. D’altra parte non so se la mucca ha una buona autostima.

Se fossi capace di costruire un palazzo ne andrei fiero. È molto difficile costruire un palazzo, è tra le cose più difficili di questa vita. Eppure il mondo è pieno di palazzi. Ce ne sono moltissimi, di belli e di brutti, di alti e di bassi, di grigi e di colorati. Quando mi dicono che è difficile scrivere un romanzo, perché per scriverlo ci vuole talento, arte, mestiere, pazienza, resistenza, genio, o semplicemente tempo, io penso a chi costruisce palazzi. Ma nonostante in tanti riconoscano che scrivere un romanzo è difficile, sento spesso dire: “Prima o poi scrivo un romanzo”. Chi lo dice, poi, in genere non lo scrive mai. Invece non ho mai sentito nessuno dire: “Prima o poi costruisco un palazzo”. A me per esempio piacerebbe costruire un palazzo, anche solo per poter dire che ho un palazzo nel cassetto.

Per quanto il suicidio sia sempre da considerare un momento di estrema solennità, ci sono due tipi di suicidio: il suicidio grandioso e il suicidio insignificante. A giudicare se un suicidio è grandioso o insignificante non è il modo in cui il suicida si suicida, ma il motivo che l’ha indotto al suicidio. Affare spesso complicato, perché non si può mai conoscere con certezza il motivo del suicidio. Qualche anno fa l’inaugurazione della fermata Dostoevskaya della metropolitana di Mosca fu rinviata perché i media sostenevano che l’immagine incombente di Dostoevskij nei murales ispirati a Delitto e Castigo era talmente macabra da risultare un’istigazione al suicidio. Ecco, un suicidio indotto dall’immagine incombente di Dostoevskij è un suicidio insignificante. Il suicidio insignificante ha una portata tragica maggiore del suicidio grandioso. Il suicidio politico ha sempre qualcosa di tragico che forse solo l’arte del romanzo è capace di indagare in tutta la sua complessità. Credo che il romanziere acuto immaginerebbe così l’ultimo suicidio politico di cui oggi tutti parlano: il suicida ha trascorso troppo tempo davanti al murales incombente di se stesso, e un suicidio indotto dalla contemplazione ostinata dell’immagine incombente di se stesso è al contempo grandioso e insignificante, e quindi tragico a metà. Nessuno ne capirà il motivo, e a trovarlo appassionante sarà solo chi si occupa per mestiere dei più inesplorabili abissi umani.

A casa è saltata la connessione per tre giorni. Il secondo giorno ho chiamato la Tim e una voce registrata mi ha detto che nella mia zona c’era un problema in via di risoluzione. Ho pensato che erano due giorni che c’era un problema, e ho pensato che per dire che il problema è “in via di risoluzione” ci vuole dell’ottimismo, perché magari il problema è irrisolvibile, chissà, e ho pensato che una multinazionale delle telecomunicazioni non può essere pessimista, una multinazionale delle telecomunicazioni non ammette che magari è arrivata la fine del mondo e il problema nella mia zona non verrà mai più risolto, che passeranno violente ed estese unità geocronologiche, che si susseguiranno esplosioni astrali e trasformazioni celesti e del mio problema non se ne saprà più niente. Per una multinazionale delle telecomunicazioni se c’è un problema, esso è “in via di risoluzione”. Ho pensato che c’è un vero e proprio approccio alla vita in tutto questo: un problema è qualcosa che esiste come tale solo se è compresa la possibilità di una sua risoluzione. In termini filosofici un problema irrisolvibile non è un problema, è un’altra cosa. La morte, per esempio, non è un problema, perché la morte non si aggiusta. La morte è essa stessa una risoluzione, e non è un caso che un sinonimo della parola “risoluzione” sia “dissolvimento”. Ho pensato che finora solo uno tra noi è riuscito ad aggiustare la morte. E ho pensato che infine, anche nel mio caso, il problema è stato risolto il terzo giorno.

Prendiamo gli adesivi-famiglia, quelli che si attaccano al vetro posteriore delle macchine: papà Franco che fa il barbecue, mamma Alessia col vestito con la grande S perché è una supermamma, il piccolo Giulio con la maglietta numero nove e il pallone da calcio, il gatto Figaro e la tartaruga Va…lentina. Ogni semaforo rosso mi sbattono in faccia la loro la vitalità, la spigliatezza, l’esuberanza, la fretta allegra della loro vita che cozza con la gravità della mia, impongono su tutte le strade la loro vigoria, l’entusiasmo con cui prendono di petto le giornate, il rapporto di convivenza, di parentela, di affinità rappresentato dal mezzo di trasporto che usano per i loro spostamenti, l’essere il fondamento di una moderna società di giusti, senza picchi di saggezza né abissi di ottusità. Vivo tutto questo come l’uomo sottoposto alla tirannia dei semplici, costretto a sorbirsi su ogni strada un tetro riepilogo degli umani che popolano il proprio tempo. A volte vorrei essere come loro, non come le persone in carne e ossa che scelgono gli adesivi che meglio rappresentino ciascuno di loro, ma gli adesivi stessi, la rappresentazione delle persone. Vorrei essere la rappresentazione di me stesso, la ricapitolazione, la sintesi che elimina il superfluo, solo per poter capire una buona volta cosa sia, nel mio caso, il superfluo e cosa l’essenziale. Come sarebbe dunque l’adesivo di papà Andrea? Un imbranato con gli occhi da pazzo che brandisce un tagliasiepi? Un impiegato depresso che timbra il cartellino alle sette e mezza del mattino? Un corridore che arranca sul lungotevere cercando di respirare solo col naso? Ci vuole un disegnatore molto abile per fare questo, per fare la sintesi di me stesso. Il fatto è che gli adesivi-famiglia non sono la sintesi di ogni singolo individuo, ma di un tipo sociale, e quindi di nessuno. Il riepilogo degli uomini, ossia il compendio della felicità degli altri, non è il riepilogo di ogni singolo uomo, e neppure quindi il riepilogo della felicità individuale di ciascuno. Quelle felicità posticce che le famiglie in monovolume mi impongono al semaforo sono le pitture rupestri della contemporaneità. Appiccichiamo uno di questi adesivi in una grotta, e fra cinquemila anni i nostri posteri sapranno ricavare le informazioni essenziali, sapranno indovinare come siamo, e che bel tempo di gioiosa spensieratezza abbiamo vissuto.

Corro da quindici anni, lo faccio con maggiore o minore regolarità, da qualche settimana sono molto costante. Ieri ho fatto una bella scoperta, una di quelle cose che cambiano il sentimento che si prova rispetto a una cosa che ci piace fare, nel mio caso correre. Ieri ho corso per nove chilometri respirando solo col naso, ossia non ho respirato alternando naso e bocca come faccio da quindici anni e come fa la maggioranza dei corridori. Al principio mi è sembrato di procedere con grande difficoltà, facevo fatica a tenere la bocca chiusa e a non colmare il senso di affanno che mi insorgeva nel petto ingerendo saltuarie ma appaganti boccate d’aria. Poi è subentrata una sensazione di benessere, e tutto il corpo ha iniziato a funzionare meglio. Alla fine ho provato minore affaticamento muscolare e una sensazione di strana ma confortevole euforia. Tutto ciò pare sia dovuto all’ossido nitrico, una molecola prodotta nei seni paranasali che rende la respirazione più efficace e migliora di molto l’ossigenazione dei tessuti. Da qualche parte ho letto che in fondo è una soluzione logica: il naso è fatto per respirare e la bocca per mangiare. Eppure per quindici anni non ci avevo pensato, se mentre correvo avevo bisogno di una quantità d’aria supplementare aprivo la bocca. Non rallentavo, aprivo la bocca. Certe scoperte sono di una tale sconsolante banalità che mi fanno pensare al massimo grado alle coincidenze. Per esempio, quando passo correndo accanto a un campo di calcio in cui si sta giocando una partita, mi volto lentamente sperando che l’azione di gioco a cui sto assistendo sia quella decisiva, che la corrispondenza tra il mio passaggio e i movimenti dei calciatori disegni la sincronia assoluta. A volte succede. È l’istante in cui il mediano appoggia la palla in verticale con un colpo accurato, e il nove si insinua nelle maglie della difesa avversaria con la precisione di un insetto impollinatore, raccoglie il passaggio, fa uno, due tocchi, stende la gamba e sospinge con la punta della scarpa il pallone, il quale schizza al lato del portiere in uscita e lo trafigge impietoso. Un istante che coincide con la rotazione che fa la mia testa verso il campo, mentre proseguo spedito la mia corsa. Quando riesce, è il momento perfetto, la realtà si espande, e vedo gli occhi pallidi di quei ragazzi stravolti dalla fatica che mi fissano da lontano, come bengala riflessi in un pozzo, undici di loro che levano le braccia al cielo in segno di esultanza e gli altri undici che restano attoniti a misurare il dolore della disfatta. E tutto questo dura una frazione di secondo, un tempo troppo breve per tutto, un tempo che non si può esprimere né formulare, perché io sono già oltre, e il paesaggio è già cambiato, e mi trovo nel dominio degli spostamenti da un luogo a un altro. Capire dopo tanto tempo una cosa semplice, ossia che quando corro devo respirare col naso, mi ha dato la conferma che esiste un ordine naturale delle cose, e che io ne faccio parte, che non sono estraneo alla creazione e al tempo, ma sono un elemento della simultaneità, che il mio essere tra i vivi non è solo un fatto mentale, una speculazione, un fondale su cui proietto la mia illusione, ma è una cosa vera, come lo sono l’erba, le ossa, la luce, la terra, qualsiasi composizione di atomi, qualsiasi organismo vivente. Ecco, è una parola bella ‘vivente’.

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