A pagina 670 della nuova edizione Einaudi di Guerra e pace tradotto da Emanuela Guercetti, Tolstoj scrive: “Che cosa stava accadendo in quell’anima infantilmente recettiva, che captava e assimilava con tanta avidità tutte le più varie impressioni della vita?”. Sta parlando di Nataša, o meglio, sta voltando tra le sue mani la statuina del personaggio di Nataša, la contempla e la rimira, dà due colpi di pollice alla terracotta e ne sistema il profilo, poi si chiede lui stesso che cosa Nataša capterà e assimilerà della vita, insomma come la farà parlare e pensare e muoversi e agire. Ecco, la cosa straordinaria di questo romanzo è che i personaggi sono essi stessi opere d’arte, non solo quindi il libro compiuto in sé, ma ogni singola figura. Se una civiltà del futuro rinvenisse anche solo un frammento di questo immenso romanzo, diciamo la descrizione di uno dei personaggi, il ritrovamento avrebbe lo stesso valore di una statua dei frontoni del Partenone che attraverso il panneggio bagnato di Fidia ci racconta di un mondo perduto.

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Ora ho preso l’abitudine a colazione di guardare i programmi della BBC. All’ora in cui faccio colazione io però, ossia alle sei e un quarto circa, sulla BBC va in onda il programma di economia condotto da Sally Bundock. Non ho grande interesse per le questioni economiche, per l’ascesa e la discesa dei titoli azionari, per le vicende giudiziarie di questo o di quel magnate. Ho interesse invece per la gentilezza. Ed ecco, Sally Bundock è gentilissima. E anche i corrispondenti dalle varie sedi internazionali sono gentilissimi, di una gentilezza quasi asfissiante, e molto simpatici. Il più simpatico di tutta la combriccola è Rico Hizon, il corrispondente da Singapore. Rico è filippino ed è un uomo adorabile, la quintessenza della gentilezza. Le questioni economiche, come altre faccende mondiali del resto, pullulano di cose cattive che sono il contrario della gentilezza. Per esempio ho letto che un tale Keith Wade – che io non conosco ma che sicuramente in molti conosceranno, se non altro perché anche Keith avrà i suoi amici e parenti e persone che lo stimano o lo detestano – ha dichiarato che nel 2019 per l’economia globale il rischio è la stagflazione. STAGFLAZIONE non è una parola gentile, ma è una parola dal suono rude, severo, gelido. Però a guardare il programma di economia della BBC alle sei e un quarto del mattino circa si direbbe che il mondo è un posto tutt’altro che brutale.

Serotonina, il nuovo romanzo di Houellebecq, affronta il tema della rivolta del ceto medio. Uscirà mentre in Francia è in atto la protesta dei gilet gialli. Sottomissione fu pubblicato il giorno della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Non mi viene in mente un altro caso di un autore così perfettamente sincronizzato col suo tempo, il che significa qualcosa d’importante, al di là del giudizio che si può avere sullo scrittore e sulla sua opera. A me, per esempio, Sottomissione non era piaciuto, e poco in generale m’è piaciuto di Houellebecq. A parte Estensione del dominio della lotta, quello sì un capolavoro. Ciò che mi chiedo è: possiamo giudicare grande uno scrittore di cui non ci è piaciuto praticamente nulla, a parte un solo libro? A me pare di sì. Perché per certi scrittori la risposta non sembra limitarsi a una questione puramente letteraria. La loro grandezza affiora, certo, dalla pagina scritta, ma si realizza poi in una specie di sovrasfera, che è un misto di lampo, intuizione, stile e circostanze. Le circostanze, ecco. Ci sono stati autori potenzialmente grandissimi a cui sono mancate le circostanze.

Forse qualcuno sa che ho passato i miei anni di gioventù ad ascoltare le canzoni di uno che durante i concerti si arrampicava sulle torri del palco ed era capace di lasciarsi dondolare nel vuoto a dieci metri d’altezza. E un altro che urlava “Rape me, rape me again!” e che poi un bel giorno, non trovando più nulla di buono in questo mondo, si è chiuso in una serra e si è sparato un colpo di fucile. Frequentavo gente che certe sere desiderava tagliarsi un dito perché lo percepiva di troppo, o passava ore con la schiena al muro terrorizzata perché sotto i piedi vedeva voragini colme di demoni urlanti. Gli adulti di quel tempo facevano la morale al grunge, dicevano che era roba malsana, che ai loro tempi gli idoli del rock mica rischiavano la pelle facendo certe stronzate (non si ricordavano che AI LORO TEMPI Keith Moon, per dirne uno, durante i concerti imbottiva di esplosivo la grancassa della batteria e la faceva esplodere sul finale dei brani, o che strafatto guidava una cadillac dentro la piscina di un hotel). Sento dire da qualcuno che il pericolo per i giovani di oggi è la trap. Vorrei prenderli a schiaffi, perché non sanno che stanno dicendo due cose che fanno male: la prima è che i ragazzi sono scemi, mica come loro; la seconda è che il rock’n roll non fa più paura, quindi stavolta è davvero morto. Diceva Lovecraft che l’età adulta è l’inferno, mi sento di dargli ragione. Il moralismo e la smania di giudicare erano, sono e saranno il problema principale contro cui combatte la gioventù. È passato tanto tempo, ma non so se ve ne siete accorti: oggi il problema principale siete voi.

Mio figlio frequenta una nuova palestra di judo. Nella nuova palestra non si può assistere alla lezione, perciò bisogna vagare per un’ora e mezza nelle vie del quartiere prima di passare a riprendere i piccoli judoka. La prima volta ho vagato per un’ora e mezza nelle vie del quartiere, ma poiché è un quartiere poco interessante, mi sono annoiato moltissimo. Ieri invece ho cercato di appassionarmi a un OVS. Fuori pioveva, perciò c’è voluto poco a risvegliare in me un qualche interesse per certi maglioni cento per cento acrilico. La passione tuttavia è scemata presto, allora mi sono trovato un bel posto all’aperto, davanti a una banca, sotto un balcone, per ripararmi dalla pioggia, e sono rimasto fermo a guardare il traffico e la pioggia in attesa che succedesse qualcosa. È successo che uno scooterista è caduto a terra, però si è rialzato subito inveendo contro l’asfalto scivoloso, ed è ripartito mandando a quel paese l’asfalto scivoloso. Poi è successo che un passante mi ha chiesto dove fosse l’ufficio postale più vicino, gliel’ho indicato ma l’ho avvisato che a quell’ora probabilmente lo avrebbe trovato chiuso. Ha risposto: “Lo voglio sapere lo stesso”. Perciò gliel’ho indicato lo stesso. Infine ho ricevuto tre telefonate da altrettanti operatori telefonici che volevano illustrarmi le loro offerte vantaggiosissime. Alla fine anche ieri mi sono annoiato. Considerato che mio figlio ha lezione di judo due volte la settimana ho pensato che potrei scrivere una sorta di cronache nell’attesa del judo che siano cronache della noia, della pioggia e del freddo, del traffico, delle vetrine dei negozi, degli annunci sulle bacheche delle agenzie immobiliari, della città tediosa, dei luoghi e dei modi assurdi, monotoni, strazianti, grotteschi in cui viviamo.

Sto studiando la lettera al padre di Leopardi. Voglio capire alcuni concetti che Leopardi dissemina qua e là, cose come “le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi procurava la mia strana immaginazione”. Comprendere il meccanismo che consente a certe espressioni (“orribili malinconie”, “strana immaginazione”) di risuonare d’una così feroce bellezza. Spaccarmi la testa, soprattutto, su un passaggio come: “Ma essendo così debole come io sono, […] mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto”. Perché penso che nella vita, soprattutto, non ho fatto altro che questo: morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno.

Andreotti era più intelligente e scaltro di me, era migliore di me, perciò lo votavo. Berlusconi era il mio videogioco preferito: non era migliore di me, ma ero ciò che avrei voluto essere e che non sarei mai stato. Salvini sono io (“Un vertice col primo ministro? Veramente stasera ho un vertice coi rigatoni, il ragù e la Champions League”); lo era anche il Bossi in canottiera, ma Salvini ha – per così dire – perfezionato il ruolo. Questa è, a grandi linee e con evidenti approssimazioni, l’evoluzione del pensiero dell’elettore italiano negli ultimi cinquant’anni. Ciò che salta all’occhio è che a essere in crisi non è la politica, non è la società, non è il sistema culturale entro cui si esprime la vita civile e sociale del paese. A essere in crisi è l’idea di rappresentanza, ossia la trasmissione formale del potere dalla totalità degli individui votanti a chi assume la sovranità e la guida, e quindi il potere. La democrazia, come forma applicata di stato, si è affermata negli ultimi due secoli. Due secoli appena in un arco di oltre duemilacinquecento anni di teoria, da quando cioè ne parla Platone (criticandola) ne La Repubblica. Una goccia in un mare. Il potere e le pulsioni contemporanee non sono fasciste. Il fascismo è un’idea precisa di stato (corporativismo economico, accentramento amministrativo, monocrazia, gerarchismo, imperialismo, élitismo di censo, di stirpe e di etnia). Il fascismo NON È tutto ciò che è diverso da me che sono progressista e democratico. Così come la crisi della rappresentanza non è un problema italiano; è un problema occidentale. In ogni paese, con le ovvie differenze locali, è tracciabile un’evoluzione analoga alla rotta italiana Andreotti-Berlusconi-Salvini. Il prossimo passaggio sarà quindi la dissoluzione stessa dell’idea di rappresentanza democratica (in Italia ci stanno lavorando alacremente da più di un decennio Grillo e i suoi seguaci), e l’avvento di nuove forme di espressione del potere. Non del fascismo. Chissà, magari di qualcosa di peggio. Per questo è tempo, forse, che i pensatori migliori di questo mondo inizino a immaginare non come superare l’idea democratica, ma come migliorarla (nei duemilacinquecento anni di vita la democrazia è stata ripensata, prima come dottrina poi come forma di stato, più e più volte). La democrazia, credo, oggi la si difende e la si rafforza non arroccandosi nelle idee migliori (e nell’evocazione dei mostri peggiori) del passato, ma – udite, udite – mettendola in discussione, rivedendola, aggiornandola al mondo che verrà.

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