Giovedì scorso, rispondendo alle domande del gruppo di lettura Pagine Vagabonde di Mendrisio, credo di aver detto che non considero la scrittura come un atto separato dalla vita. Scrivere autobiografia non è dare conto degli eventi che ho vissuto, ma è la parte finale di quegli eventi. Penso che le cose che mi accadono non siano mai pienamente concluse se non intravedo per loro un approdo nella pagina scritta. Forse questa è la forma di ossessione più grave che mi riconosco, ma è anche il modo che mi è più congeniale per dare sostanza e senso alla vita. La sera, dopo l’incontro, leggendo L’evento, il libro di Annie Ernaux che esce oggi (a pubblicarlo in Italia è sempre L’orma editore, a tradurlo sempre Lorenzo Flabbi) e che racconta l’esperienza di un aborto clandestino nella Francia degli anni Sessanta, ho trovato nelle ultime pagine questo passo:

“Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, c’è n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

La bellezza di questo libro è lancinante, e non solo per il racconto feroce e dolente dell’aborto, ma anche per questa ammissione finale. In precedenza, a metà libro, Annie Ernaux scrive di aver sognato di essere nella stessa situazione del 1963, e aggiunge:

“Ricordare il sogno mi ha fatto credere di aver ottenuto senza sforzo ciò che cerco di ritrovare con le parole – rendendo inutile il mio processo di scrittura”.

Da tempo, leggere e scrivere autobiografie, mi pone di fronte a due domande incessanti: Qual è il momento esatto in cui si compie la mia vita, quando vivo o quando scrivo? Scrivere è un modo per ritrovare qualcosa che credevo perduto, o è un espediente per perdere nuovamente quella cosa, e per continuare a perderla, e perderla, senza requie, fino alla fine?

La cosa che mi ha sempre colpito nella fisionomia di Stephen King è il prolabio, cioè la parte anatomica che separa il naso dalla bocca, altrimenti detto solco sottonasale, che in Stephen King è una Panamericana a 9 corsie per carreggiata, e il fatto che l’estensione prodigiosa del prolabio non è data dalla posizione ribassata della bocca, ma dalla brevità del naso, il che dà l’impressione che gli occhiali da vista gli siano scivolati in giù tirandosi dietro gli occhi e tutto quello che c’è dietro.

Oggi cadono i cinquant’anni dalla morte di Kerouac. Cosa ha significato per me Kerouac è presto detto. Una volta un amico poeta mi disse che da giovane aveva passato del tempo a New York frequentando i beat: “A casa ho degli autografi di Kerouac”. Feci un respiro grande e gli risposi: “Devi sapere che è come se stessi dicendo a un bambino che possiedi il costume originale di Batman”. Quando nove anni fa nacque mio figlio, decisi di comprare un libro, scrivere qualcosa sul frontespizio, e metterlo da parte per quando sarebbe stato abbastanza grande da leggerlo con cognizione. Il libro doveva rappresentare una sorta di auspicio per la sua vita, doveva raccontare una storia che fosse un autorevole augurio di libertà ed emancipazione. Al libro affidavo il compito di tener viva in lui, sempre e comunque, la curiosità per le cose del mondo. Il libro che scelsi è Sulla strada. Il suo autore, Batman.

Ho un progetto di scrittura. Il progetto parte da una costatazione: non dispongo liberamente del mio tempo. Le mie giornate sono scandite da obblighi asfissianti, devo chiedere sempre il permesso a qualcuno per fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non sono un uomo libero. Questo modello di vita a cui mi sono piegato non è raro, anzi, è il modello dominante. E quindi vorrei fare un esperimento: vorrei trascorre del tempo, diciamo tre mesi, da uomo libero, senza alcun obbligo, solo il tempo ed io, una massa sterminata di tempo non da colmare ma da abitare. Vorrei tenere un diario di questa specie di rieducazione alla libertà. Per fare questo ho bisogno di isolamento, di un luogo in cui vivere in una condizione di completa autonomia, in cui le giornate siano scandite solo da ciò che è necessario fare per vivere. Non voglio meditare, voglio contemplare, disporre di me, ronzare come un insetto pigro, annoiarmi come un albero. E naturalmente scrivere. L’idea mi è venuta leggendo Nelle foreste siberiane, di Sylvain Tesson. Tesson, che è un autentico avventuriero, si è autoconfinato per sei mesi in una capanna sulle sponde del lago Bajkal, il più antico del mondo, procacciandosi il cibo e resistendo a condizioni di vita avverse. Io però non sono un avventuriero, e non mi interessa esplorare i miei limiti. Ciò che cerco non è una vacanza né un’esperienza estrema, ma qualcosa di molto più semplice e per questo più ardito. Non so se riuscirò a farlo, e non so neppure dove potrei andare a vivere questo tempo bianco. Ma è qualcosa che mi fischia forte nella testa.

Quando penso che non ho una buona autostima provo a farmi una domanda: è più veloce un uomo o una mucca? Io senza autostima rispondo: “Senz’altro un uomo”. Una mucca può correre alla velocità di quaranta chilometri orari; Bolt, sui cento e sui duecento metri, va in media a trentasette. D’altra parte non so se la mucca ha una buona autostima.

Se fossi capace di costruire un palazzo ne andrei fiero. È molto difficile costruire un palazzo, è tra le cose più difficili di questa vita. Eppure il mondo è pieno di palazzi. Ce ne sono moltissimi, di belli e di brutti, di alti e di bassi, di grigi e di colorati. Quando mi dicono che è difficile scrivere un romanzo, perché per scriverlo ci vuole talento, arte, mestiere, pazienza, resistenza, genio, o semplicemente tempo, io penso a chi costruisce palazzi. Ma nonostante in tanti riconoscano che scrivere un romanzo è difficile, sento spesso dire: “Prima o poi scrivo un romanzo”. Chi lo dice, poi, in genere non lo scrive mai. Invece non ho mai sentito nessuno dire: “Prima o poi costruisco un palazzo”. A me per esempio piacerebbe costruire un palazzo, anche solo per poter dire che ho un palazzo nel cassetto.

Per quanto il suicidio sia sempre da considerare un momento di estrema solennità, ci sono due tipi di suicidio: il suicidio grandioso e il suicidio insignificante. A giudicare se un suicidio è grandioso o insignificante non è il modo in cui il suicida si suicida, ma il motivo che l’ha indotto al suicidio. Affare spesso complicato, perché non si può mai conoscere con certezza il motivo del suicidio. Qualche anno fa l’inaugurazione della fermata Dostoevskaya della metropolitana di Mosca fu rinviata perché i media sostenevano che l’immagine incombente di Dostoevskij nei murales ispirati a Delitto e Castigo era talmente macabra da risultare un’istigazione al suicidio. Ecco, un suicidio indotto dall’immagine incombente di Dostoevskij è un suicidio insignificante. Il suicidio insignificante ha una portata tragica maggiore del suicidio grandioso. Il suicidio politico ha sempre qualcosa di tragico che forse solo l’arte del romanzo è capace di indagare in tutta la sua complessità. Credo che il romanziere acuto immaginerebbe così l’ultimo suicidio politico di cui oggi tutti parlano: il suicida ha trascorso troppo tempo davanti al murales incombente di se stesso, e un suicidio indotto dalla contemplazione ostinata dell’immagine incombente di se stesso è al contempo grandioso e insignificante, e quindi tragico a metà. Nessuno ne capirà il motivo, e a trovarlo appassionante sarà solo chi si occupa per mestiere dei più inesplorabili abissi umani.

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