Non so che pensare

6 dicembre 2017

Sono andato a un appuntamento, ore diciotto, ho parcheggiato in una via tranquilla, elegante, dove passa giusto una macchina ogni tanto. Mi sono messo comodo, avevo venti minuti d’anticipo. Leggo un po’, mi sono detto, con tutta la pace del buio, con la concordia della sera. Due tizi sono usciti da un cancello, si sono messi a chiacchierare proprio dietro la mia macchina, uno dei due diceva delle cose che non capivo, e l’altro rideva, rideva sempre di più, in un modo così esagitato e naturale e contagioso che stavo per mettermi a ridere anch’io, sebbene non sapessi di cosa avrei dovuto ridere. Fatto sta che a quel punto non potevo più leggere, perché se il silenzio non è pressoché totale io non riesco a leggere, perciò sono sceso dalla macchina, mentre i due continuavano a ridere reggendosi la pancia. “Se passa qualcuno chissà che pensa”, ha detto uno dei due, sempre ridendo a crepapelle. Stavo passando io, che a quel punto non potevo più leggere e non potevo più ridere, non potevo più fare niente, non ero ‘qualcuno’, non il ‘qualcuno’ a cui si riferivano loro, o forse è che ho riso per davvero, e quindi hanno pensato che fossi dei loro, che non fossi il qualcuno che passa e che pensa (a che pensa?), o forse hanno pensato che io non penso, che non ho la faccia di uno che pensa, o forse al contrario che penso troppo e che ero talmente assorto da non aver neppure notato le loro risate sguaiate, che ero insomma qualcuno che passa pensando a tutt’altro, uno che chissà che avrebbe pensato se invece avesse notato loro due che ridevano reggendosi la pancia. Non so che pensare.

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Nessuno muore di lavoro

21 novembre 2017

In Germania si sta mettendo in discussione il limite stabilito per legge delle otto ore di lavoro giornaliere. Si definisce questo limite “obsoleto”, perché nell’epoca digitale “le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail”. Visto che attraverso i mezzi digitali si è realizzata una commistione tra vita privata e lavoro, i cui confini sono sempre più labili, per non dire che sono definitivamente aboliti (questo varia ovviamente da lavoro a lavoro), l’idea tedesca non è tanto di ridiscutere un limite, quanto di abolire l’idea stessa di porre un limite. Il lavoro coincide con la vita, come se nella vita non esistesse altro che il lavoro. Non solo il limite, ma il concetto stesso di orario di lavoro è obsoleto. Eppure ancora oggi costituisce, salvo poche e lungimiranti eccezioni, il fondamento che sta alla base di qualsiasi organizzazione del lavoro. Un sistema che si fonda sul principio che il datore di lavoro acquista dal lavoratore una particolare capacità produttiva (quella “merce speciale” – come la chiamava Marx – “che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo”). In realtà, ciò che il datore di lavoro acquista dal lavoratore è il tempo, e non la prestazione. E questo “prodotto” non può essere ora ridotto, per i saggi di Germania, a solo un terzo delle ventiquattro ore. Ora il datore di lavoro pretende di acquistare il pacchetto completo, le ventiquattr’ore, ossia la vita intera del lavoratore. L’idea che una persona felice possa lavorare meno e meglio, e quindi essere più produttiva, è un’utopia destinata a restare tale. La civiltà in cui ci è toccato vivere diffida del tempo libero. La rivoluzione digitale sta spingendo le cose in questa direzione. Una persona che ha molte ore a disposizione fuori dal proprio lavoro viene vista con sospetto. Ancora oggi questa etica del lavoro subisce l’influenza di valori religiosi antichi di millenni (nella Bibbia il lavoro è la punizione per i peccati dell’uomo, e un riformatore come Lutero sosteneva che “nessuno muore di lavoro; sono piuttosto l’ozio e la mancanza di occupazione a rovinare il corpo e la vita”). Sulla carta d’identità è riportato il nostro lavoro, quando moriamo o ammazziamo qualcuno o perveniamo agli onori della cronaca, prima ancora di chiamarci per nome, ci definiscono in base alla professione: “Idraulico uccide la madre e va a costituirsi”. Perché allora dovremmo mai continuare a mascherarci da qualcos’altro per sedici ore al giorno, fingere di non essere ciò che il mondo vuole che siamo, impiegati, artigiani, commessi, avvocati, amministratori delegati, magazzinieri, autisti, piloti, poveri stronzi, o quel che sia?


Vita da cani

17 novembre 2017

Mio figlio un bel giorno ha preso il tablet e ha scritto un’email a una bambina, una sua compagna di classe, poi una volta a scuola le ha detto: “Isi, ti ho scritto un’email, mi dai il tuo indirizzo così te la spedisco?”. La bambina le ha dato l’indirizzo di casa. Mio figlio è tornato da scuola e ha detto: “Ho l’indirizzo di Isi”, e ha snocciolato l’indirizzo di casa di Isi. Al che gli abbiamo spiegato che avendole scritto un’email e non una lettera vera e propria, ossia non una di quelle lettere che si scrivono sulla carta, non possiamo spedirgliela all’indirizzo di casa, abbiamo bensì bisogno della sua email. A quel punto ha voluto sapere cosa diavolo fosse esattamente una EMAIL, dal momento che pensava di averne scritta una sul tablet e che questo fosse di per sé sufficiente, quindi ha pensato che, per recapitare a Isi l’email che lui aveva scritto sul tablet, avessimo bisogno che anche Isi scrivesse a sua volta un’email, e che solo dopo le due email – la sua e quella di Isi – avrebbero potuto incontrarsi in un punto remoto di una memoria nebulosa magnetizzata.

Da due giorni siamo bloccati a questo punto della storia.

L’altra sera, dopo aver saputo che la mamma non sarebbe tornata per cena, mio figlio ha esclamato: “Uff, che vita da cani!”.


Attacchiamo un ciccione a un palo e iniziamo a deriderlo perché crediamo sia giusto

31 ottobre 2017

1994. Carmelo Bene, durante il Maurizio Costanzo Show: “Io non ho mai picchiato nessuno, ma mi sarebbe piaciuto. Ma bisogna esistere per picchiare qualcuno”.

2011. Red Ronnie viene ingaggiato da Letizia Moratti per curare la comunicazione nella campagna elettorale che avrebbe eletto Pisapia sindaco di Milano. La rete si scatena, ventiquattr’ore di insulti, feroci ironie, disprezzo. L’immagine di Red Ronnie ne esce devastata.

2016. Tiziana Cantone si impicca con un foulard nella cantina di casa. Da un anno e mezzo era vittima di una gogna infernale a causa di un video hot che la vedeva protagonista finito in rete a sua insaputa.

2017. La carriera trentennale di Kevin Spacey, attore di Hollywood tra i più talentuosi della sua generazione, va in pezzi. Non per via di un fatto concreto, un episodio accaduto trent’anni fa la cui portata penale sarebbe da valutare nella sola sede opportuna, ossia in giudizio (ammesso ovviamente che si possa fare a trent’anni di distanza dai fatti), e sul quale qui non è il caso di discutere. Bensì – dettaglio fondamentale – dalla sua portata morale, e dal pestaggio collettivo che ne consegue.

“Volevo solo riuscire ad arrivare fin qui per farmi ascoltare da voi. Per costringervi almeno una volta nella vostra vita ad ascoltare davvero qualcuno invece di starvene lì a far finta di farlo. Vi accomodate a quel tavolo, guardate verso questo palco e noi… noi ci mettiamo subito a ballare, a cantare, come dei pagliacci. Per voi non siamo delle persone, voi non ci vedete come degli uomini quando siamo qui, ma della merce. E più siamo falsi e più vi piace perché è la falsità l’unico valore ormai, l’unica cosa che riusciamo a digerire. Anzi no! Non l’unica, il dolore e la violenza: accettiamo anche quelli. Attacchiamo un ciccione ad un palo e iniziamo a deriderlo perché crediamo sia giusto”. (Black Mirror, Stagione 1 – Episodio 2, 15 milioni di celebrità)


Quando la rivedrò?

29 ottobre 2017

I fratelli Taviani ne hanno fatto un film, due giorni fa è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. Lessi Una questione privata di Fenoglio all’università, quando seguivo il corso di letteratura italiana contemporanea di Biancamaria Frabotta. Venne Marco Lodoli a parlarcene, era ventitré o ventiquattro anni fa. Oggi ho iniziato a rileggerlo, pomeriggio di fine ottobre, cielo del colore dei nostri libri vecchi. “Quando la rivedrò?”, si chiede Milton nella prima pagina del racconto, pensando a Fulvia. Forse il giorno in cui finirà la guerra. “È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria”. Non c’era un modo più bello di dirlo.


Nella lotta fra te e il mondo

17 ottobre 2017

Ho fallito col giardinaggio, è morto tutto, tre viti americane, una dipladenia, una bouganville, un agrume, la salvia. La stagione bellissima in cui ho creduto di poter curare un giardino, di potermi curare con un giardino, di poter trovare la mia difesa in un giardino, questa stagione infiammante, piena di fiducia, è finita. Ciò che è morto è morto. In compenso nel vialetto è cresciuto un tappeto di erba infestante. Cosicché ho comprato un diserbante, ho versato il diserbante sul vialetto. Ma il diserbante non ha diserbato. L’erba risplende più lucida e rigogliosa che prima. “Nella lotta fra te e il mondo vedi di assecondare il mondo” (Kafka).


La vita è imprecisa

19 settembre 2017

Domenica mattina ero fuori che tentavo di togliere delle macchie di vomito dai sedili posteriori della macchina. Era una bella giornata luminosa, ancora fresca, la pioggia della sera prima faceva riverberare le chiome dei pini come se fossero composte da aghi di cristallo. E così, mentre grattavo via le macchie di vomito, sulla strada è passata una macchina. La macchina aveva i finestrini abbassati e dalle casse dello stereo fuoriusciva Fly me to the Moon di Frank Sinatra. Insomma la domenica mattina, gli alberi scintillanti sotto i raggi del sole, io che gratto via le macchie di vomito dai sedili posteriori, e… Frank Sinatra. Quasi non sembrava la mia solita vita. Sembrava la vita di un giovanotto della provincia americana degli anni Cinquanta. O sembrava un film di Martin Scorsese. O un racconto di Andre Dubus. O quel che pare a voi. Sembrava tutto fuorché la mia vita. E non dico che è stato bello (non è bello pulire macchie di vomito la domenica mattina, neppure se il vomito è di tuo figlio); dico che è stato strano. È strano quando nella tua solita vita si infilano pezzi di un’altra vita, la più lontana possibile dalla tua. Questa cosa ti si offre come – diciamo – una visione, una possibilità. Una delle cose che mi sono rimaste più impresse di quest’ultimo periodo è la frase che ha pronunciato una persona durante un incontro che ho avuto la settimana scorsa. Questa persona prima ha citato uno dei piccoli romanzi fiume contenuti in Centuria di Manganelli (me lo sono andato a cercare, il piccolo romanzo fiume di Manganelli; è la storia raccontata in poche righe di un inveterato abitudinario: “Nel suo quotidiano tragitto” – scrive Manganelli – “egli esegue quello che chiama un ‘esercizio spirituale’; esso consiste nella limitazione del mondo ad un itinerario angusto, nel cui ambito sempre meno possa accadere”), poi ha pronunciato la frase, ha detto pressappoco così: “Noi tendiamo a semplificare la nostra vita, a credere che sia sempre ben delimitata, localizzata, e immodificabile. Ma la vita è imprecisa”, ha detto. La vita è imprecisa.


La visione del tempo tra gli antichi greci

11 settembre 2017

Alle elementari avevo una maestra dolcissima ma rigorosa, una vera autorità, ci crebbe per cinque anni, mi aiutò a superare un periodo particolarmente difficile della mia infanzia, poi andò in pensione. Pochi anni dopo morì di cirrosi epatica. Scoprimmo che era oppressa dall’alcolismo. Prima che morisse la incontrai una volta per le strade della borgata in cui vivevo, la salutai aspettandomi di ricevere in cambio la stessa dolcezza e la stessa premura dei tempi in cui ero un suo scolaro, invece mi trattò con una fredda cordialità, come se fossi uno sconosciuto. Aveva perso la confidenza, l’avevamo persa entrambi, e lei forse stava perdendo anche altro, molto di più. Anni dopo incontrai suo figlio, lavorava in un grande teatro di Roma, svolgeva qualche tipo di maestranza, volevo chiedergli conferma che fosse il figlio della maestra E., e poi parlargli di sua madre, dirgli che donna meravigliosa fosse stata, ma lui guardava tutti bruscamente, e poi mi tornò in mente la volta in cui avevo incontrato sua madre, e mi tornò in mente la sua freddezza, e poi mi tornarono in mente gli anni di scuola, e quindi mi passò la voglia di riconnettermi con quel passato, perciò finii per non dirgli niente. Più o meno la stessa cosa mi capitò una volta con un amico di infanzia, lo incontrai per caso nel centro di Roma, gli sorrisi e lui per tutta risposta mi lanciò uno sguardo carico di ostilità e disse: “Mi dispiace, non ci conosciamo”. Avevo passato a casa sua più o meno tutti i pomeriggi tra i dieci e i quindici anni, e tra noi non c’erano conti in sospeso o vecchi rancori, semplicemente credo che a certe persone non piaccia rimestare nel passato, o meglio, piace in senso ideale, piace l’idea romantica del passato, ma per i più le cose che tornano fanno solo un gran male. Una volta ho letto una cosa che mi ha colpito molto: gli antichi greci avevano una visione del tempo diversa da quella che abbiamo oggi, per certi aspetti più coerente; il futuro per loro era come qualcosa che ci arriva alle spalle, mentre il passato si allontana davanti a noi.


Kim non ha fatto vacanze

5 settembre 2017

Le persone sono di due tipi: chi insegue il piacere, chi la possibilità. Alla fine dell’estate molti raccontano delle loro vacanze, di come sono stati bene. Io non ho fatto vacanze, a parte una manciata di giorni definibile come “vacanza”. Ma racconto ogni giorno la possibilità. Non bado tanto alla vita che faccio, ma a quella che potrei fare e che non faccio. Non sono felice. Per fortuna, direi. Non sono neanche triste (meglio ancora). Perché faccio parte del secondo tipo di persone? Perché “il piacere delude, la possibilità non delude mai” ha scritto Kierkegaard, il quale, come ogni filosofo che si rispetti, era cagionevole di salute (lui attribuiva la sua debolezza al fatto che da bambino fosse caduto da un albero).

Kim ha piazzato un missile intercontinentale sulla costa. Kim non ha fatto vacanze. Anche lui insegue la possibilità, non la felicità. Racconta a se stesso ciò che potrebbe essere e che non è. Dunque ho una cosa in comune con Kim.

Negli ultimi tempi sono cagionevole di salute. Adesso che ci penso da bambino non sono caduto da un albero, ma da qualcosa di molto più imponente.


Preparatevi a difendervi fisicamente

31 agosto 2017

Non dico niente di nuovo, però lo dico. È ormai qualche anno che scrivo sul web, fin dall’inizio ho tenuto d’occhio con particolare attenzione il fenomeno degli hater, mi incuriosiva il pensiero di una persona che la mattina va in ufficio, timbra il cartellino, sale al quarto piano, fa una sosta davanti al distributore automatico, infila una chiavetta ricaricabile e seleziona la solita bottiglia di Ferrarelle da 0,50, poi entra nella stanza, apre le finestre, accende il cellulare di servizio, il computer, infila una pen-drive, si toglie la giacca, la lancia sull’appendiabiti e sprofonda nella poltrona. E qui, lontano dal caos di casa sua, dall’oscena stupidità dei discorsi tra colleghi, diventa Erik Maulberzius, ma solo perché nell’ultima settimana ha scelto di essere Erik Maulberzius (per dire, la settimana prima è stato ReKing, e quella prima ancora Rob Halford). E questo accade di norma tutti i giorni della sua routinante vita senza che nessuno sappia niente della sua doppia vita, a eccezione del controllo remoto della rete locale che gestisce tutti i pc della società per cui lavora, ossia un gruppo di informatici annoiati e disgustati che opera in una sede lontana dalla sua e che ogni tanto prende il controllo del puntatore del mouse e apre e chiude le finestre sul suo desktop, facendo più o meno gli stessi scherzi che Erik immagina faccia Dio per manifestare la sua presenza giocosa. Nei panni di Erik Maulberzius il nostro uomo martella, infierisce, dilaga negli spazi della rete, prediligendo i social network e i grandi portali di informazione, dove posta commenti al vetriolo sotto qualsiasi genere di articolo o post che tratti qualsiasi genere di argomento, dalle attiviste palestinesi perseguitate per le proteste pacifiche in Cisgiordania ai concorsi truffa all’università, dall’impennata dei tassi di interesse sul mercato interbancario cinese ai rendiconti del re di Spagna, dal caro benzina agli attraversamenti del canale di Sicilia. La sua bulimia divulgativa si nutre di disprezzo, i suoi commenti sono gigantesche sfuriate che occasionalmente generano orrendi putiferi, sfarzose gazzarre che rimbombano nell’acquario della rete e che nutrono il suo livore. Ogni materia gli dà occasione di misurarsi su un piano polemico, anche se non ha mai praticato prima quella materia né se ne è mai minimamente interessato. L’odio è dentro di lui come un fatto naturale, odia con la stessa inconsapevolezza con cui respira, con la stessa incoscienza con cui i suoi polmoni trasportano l’ossigeno atmosferico ai fluidi corporei, non è cioè al corrente di possedere in qualche parte di sé un organo preposto all’odio come non ha la percezione di essere dotato, in quanto vertebrato evoluto, di un mosaico di cellule specializzate che formano quelle piccole sacche d’aria chiamate alveoli. Erik Maulberzius – e prima di lui ReKing, e prima ancora Rob Halford – è un organismo che odia a dispetto di sé e della propria coscienza. Oggi però, dopo qualche anno che tengo d’occhio Erik Maulberzius, posso dire che Erik Maulberzius è diventato qualcosa di peggio. Innanzitutto si è tolto la maschera e si fa chiamare col suo vero nome, Piero Giancotti (nome di fantasia); ha una foto profilo che corrisponde alla sua vera faccia; posta spesso e volentieri immagini dei figli; non nasconde più le cose che ama (prima mostrava solo le cose che odia). Nonostante ciò è diventato ancora più aggressivo, rabbioso, sfrenato, amorale, disgustoso. Non teme più di apparire per ciò che è realmente. Ha, per così dire, perduto la sua unica ricchezza, che era la vergogna. Ma lui non lo sa, perché ciò che io chiamo “vergogna” in cuor suo era codardia; inammissibile, ignominiosa codardia. Essere passati da Erik Maulberzius a Piero Giancotti, ossia aver perduto la vergogna (e non avere più bisogno di essere codardo) è un mutamento sostanziale che traccia un’importantissima evoluzione sociale. Ma non è l’approdo, è un passaggio. Il punto di arrivo di questo processo sarà dato quando avverrà il salto dal web al mondo tangibile, quando la violenza verbale diventerà violenza fisica, quando all’insulto si sostituirà il randello. La violenza scaturisce da un’idea di odio che viene propagata attraverso un atto verbale a cui fa seguito un gesto fisico. Ci sono in giro idee politiche fondate su una costruzione convergente dell’odio. Sono ormai idee ampiamente maggioritarie. E l’odio, una volta aggregato, deve avere uno sbocco. Non resteremo ancora per molto a insultarci su queste superfici di biossido di silicio. Preparatevi a difendervi fisicamente da Piero, che dopo aver perso la vergogna e la codardia, vorrà perdere anche il freno del progresso morale che per tutta la vita gli ha impedito di pestarvi a sangue. Temo che non manchi molto.


I pugili alla pesa

28 agosto 2017

C’è stato un incontro di boxe importante, ho visto in tv le immagini dei pugili alla pesa, lo sfidante ha fatto una sceneggiata inverosimile a un centimetro dalla faccia del campione, il quale dopo un po’, anziché dare una testata a quel pagliaccio e lasciarlo secco davanti ai fotografi, si è messo a ridere. Le sceneggiate dei pugili alla pesa sono tra le cose che mi provocano l’ansia. Anzi, se mi chiedessero di dare una definizione della mia ansia direi proprio che è la sceneggiata di un pugile alla pesa. Se adesso sto meglio però lo devo al fatto che il campione ha battuto il pagliaccio per knockout tecnico alla decima ripresa. Il pagliaccio è un ex idraulico di Dublino. Anche gli idraulici mi provocano l’ansia.


Gli togliamo la scorta

9 agosto 2017

“Gli togliamo la scorta” è una cosa che fa molto schifo, come lo è la maggior parte delle cose che dice Salvini. “Gli togliamo la scorta” però fa un po’ più schifo. Ma non è questo il punto. Sappiamo che Salvini fa spesso di queste cose, le fa per stimolare i più lugubri istinti primordiali degli elettori. Si dice che la Formula Uno sia uno spettacolo noioso, ma la gente lo guarda solo perché aspetta segretamente di assistere all’incidente. Salvini, se ne avesse il potere, farebbe correre bendati i piloti di Formula Uno. Salvini compiace i più lugubri istinti primordiali degli elettori, come gli antichi imperatori romani compiacevano il popolo dando i condannati in pasto alle belve. Si tratta di capire cosa sono, per Salvini, gli elettori; se sono il popolo, le belve o i condannati. È questo il punto.


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