Ridono i cavalli?

2 dicembre 2016

Mi sembra che ci sia in giro una gran voglia di ridere, più che in ogni altro tempo. Io stesso passo le giornate ad avere voglia di ridere, a cercare il comico in ogni cosa. Questo non significa che siamo persone allegre. Anzi, secondo me significa l’esatto contrario.

“Il cavallo, se così si può dire, ha quattro ascelle e perciò soffre il solletico il doppio dell’uomo”. (Robert Musil, ‘Ridono i cavalli?’, in Pagine postume pubblicate in vita, Einaudi, trad. di Anita Rho).


Un’idea di come dovrebbe suonare la musica impeccabile delle parole

22 novembre 2016

Se ho un modello letterario, un’aspirazione, un’idea di come dovrebbe suonare la musica impeccabile delle parole, quel modello è qualcosa di molto simile a questo:

“Adesso ti sei sfilata le scarpe. Ma ecco che le calze vanno avanti e indietro sul tappeto morbido, come le scarpe poco fa. Versi acqua nel bicchiere, tre, quattro volte di seguito, non mi so spiegare perché. Da molto tempo la mia fantasia ha smesso d’immaginare tutto l’immaginabile, mentre tu evidentemente trovi sempre qualche altra cosa da fare. Ti sento infilare la camicia da notte. Ma siamo ancora lontani dalla fine. Ci sono cento faccende da sbrigare. So che ti spicci per riguardo a me; dunque si vede che tutto è necessario, che fa parte del tuo ‘Io’ più profondo e come il muto affaccendarsi degli animali il tuo movimento non si arresta dal mattino alla sera; con piccoli gesti incoscienti e innumerevoli, di cui non sai renderti conto, tu t’immergi in un vasto spazio dove nemmeno un soffio di me stesso ti ha mai raggiunta”.

(Robert Musil, da ‘Pagine postume pubblicate in vita’, Einaudi. Traduzione di Anita Rho).


Ma esistono ancora i giganti?

22 novembre 2016

Uscito ieri su Rivista Studio

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Il 30 maggio 1978 un uomo dalla statura compresa tra i 213 e i 226 centimetri (le testimonianze su questo punto sono discordanti) sfida in Giappone, nella finale dell’edizione annuale del Madison Square Garden Tournament, il campione di wrestling Antonio Inoki. Inoki è il dio che si china sulle umane creature, dotato di forza, nobiltà e di una certa bellezza. Un eroe indiscutibile, una specie di Omar Sharif del ring. Il colosso è un francese di trentadue anni, ex agricoltore e operaio, di nome André Roussimoff, meglio noto come André the Giant.

L’incontro dura venti minuti. Nei primi dieci, the Giant non fa che tentare di spezzare il braccio sinistro di Inoki eseguendo un’interminabile leva articolare. Inoki non sa come difendersi e, se il wrestling fosse vera lotta, il suo arto sarebbe già appeso a un gancio dell’infermeria. Ma il wrestling è una delle mille declinazioni dell’arte circense, e nessuno si fa male. A un certo punto l’incontro si fa più serrato. I continui ribaltamenti di fronte, il susseguirsi di leve, le prese di sottomissione, le torsioni praticate tanto dal campione giapponese quanto dallo sfidante, hanno lo scopo di far apparire equilibrato un duello che, stando alle semplici regole della natura, risulterebbe impari. Poi the Giant decide di scaraventare Inoki sui fotografi, trasformando il match in una rissa a tutto campo. È il caos. Ossia l’unica circostanza che Inoki può sfruttare per volgere la sorte a suo vantaggio. Così, mentre the Giant cerca di svitare la testa a uno degli aiutanti del campione, Inoki, quatto quatto, riguadagna il centro del ring.

Nel wrestling l’arbitro ha la facoltà di conteggiare il tempo che uno dei lottatori trascorre fuori dal quadrato. Arrivato a dieci, può decretare la vittoria del wrestler che invece è rimasto al proprio posto. Si chiama “countout”. The Giant scavalca di nuovo le corde, con una testata getta Inoki al tappeto e si lascia precipitare su di lui a corpo morto. Il giapponese lo schiva per miracolo e corre a rifugiarsi ancora lontano dal ring. Ma ormai il match è finito. L’arbitro salta giù e proclama Inoki vincitore. The Giant resta solo sul quadrato, è attonito e ha lo sguardo perso nel vuoto. Non sa cosa sia successo, urla qualcosa verso il pubblico. Si appoggia alle corde. Solo a quel punto capisce di essere stato sconfitto.

L’incontro che ho appena descritto è la cosa che per me meglio risponde a una domanda che negli ultimi tempi mi è ronzata per la testa, e che ha a che fare con la recente assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Una di quelle sulle quali è forse inutile perdere il sonno, ma che in un certo senso, una volta meditate, contribuiscono a chiarirci le idee su alcune questioni che riguardano il nostro tempo. La domanda è: nel mondo livellato, compresso, iperconnesso in cui viviamo, esistono ancora i giganti?

Quando il 13 ottobre del 2016 l’Accademia di Svezia ha insignito Dylan del massimo riconoscimento per la letteratura, il mondo si è scisso in due. Da una parte coloro che l’hanno giudicata una scelta coraggiosa ma legittima, dall’altra quanti invece rigettano l’idea che un cantautore possa essere equiparato a un letterato, anzi, che un cantautore sia addirittura ritenuto la principale autorità vivente nel campo letterario. Interpellato a tal proposito, Leonard Cohen ha espresso la sua: «Per me è come aver dato al monte Everest una medaglia per la montagna più alta del mondo».

Cohen dice sostanzialmente che ribadire che una cosa è grande, quando questa cosa è indubbiamente grande, significa affermare un’ovvietà. In pratica nel giudizio di Cohen è contenuta una stoccata all’Accademia di Svezia, o perlomeno alla sua improvvida mancanza di fantasia, dal momento che appariva a tutti, già prima della fatidica data del 13 ottobre 2016, come una cosa assodata, indiscutibile, che Bob Dylan fosse il più grande. Naturalmente Cohen, nel sottintenderlo, si è posto tra coloro che ritengono Dylan non solo il maggiore cantautore del nostro tempo, ma anche la più alta autorità vivente in campo letterario. Cohen, insomma, afferma che nell’epoca in cui viviamo esistono eccome i giganti; o, quantomeno, ne esiste certamente uno.

Sulla medesima questione nel 2015 si sono interrogati alcuni studenti del Mit di Boston. “Chi sono i personaggi più influenti di tutti i tempi?”, si sono chiesti. Per fornire una risposta dotata di una certa attendibilità hanno creato una mappatura interattiva denominata Pantheon analizzando migliaia di dati dispersi nella rete. Nella classifica generale che hanno ottenuto, ai primi tre posti si sono classificati Aristotele, Platone e Gesù Cristo. Scorrendo le graduatorie per categorie si scopre che tra gli scrittori il podio è occupato da Omero, Shakespeare e Dante. Tra gli attori: Marylin Monroe, Bruce Lee e Charlie Chaplin. La particolarità che accomuna questi nomi è che sono tutti personaggi appartenenti ad altre epoche. Per trovare un personaggio che sia ancora vivo bisogna leggere la classifica dei musicisti, dove al terzo posto, dopo Jimi Hendrix e Bob Marley, compare, guarda caso, Bob Dylan.

È abbastanza ovvio sottolineare la parzialità di questo tipo di classifiche, ma ciò di cui si deve tener conto è che l’obiettivo della mappatura degli studenti del Mit non era stabilire oggettivamente i personaggi più rilevanti della storia, ma capire quali tra questi siano oggi percepiti come i principali, chiamiamoli così, influencer della civiltà contemporanea. È altrettanto ovvio che la distanza storica consente di determinare meglio l’impatto che l’operato di un personaggio ha sulla nostra contemporaneità.

Tuttavia è ragionevole immaginare che nei futuri manuali di storia nessuno tra i presidenti americani che si sono succeduti dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy in poi comparirà dentro qualcosa di più di una scarna citazione. Barack Obama sarà ricordato per essere stato il primo presidente nero degli Stati Uniti, certo, ma non perché i suoi due mandati hanno inciso così profondamente nella vita collettiva di quel Paese. Lo stesso nome di George W. Bush, che ebbe la ventura di essere il presidente in carica l’11 settembre del 2001, non verrà tramandato ai posteri soffuso dell’albore che circonda il nome, per esempio, di Abraham Lincoln o di Franklin Delano Roosevelt. Allo stesso modo mi chiedo se, in una futura storia delle scienze, a un genio come Stephen Hawking verrà riservato lo stesso spazio di Archimede, Galileo, Newton e Einstein. E che dire di artisti come Damien Hirst, Marina Abramović e Jeff Koons? La forza della loro opera è assimilabile a quella di Giotto, Michelangelo e Picasso? E ancora, l’attuale campione del mondo di scacchi, il giovane norvegese Magnus Carlsen, saprà segnare un’epoca come fecero a loro modo Bobby Fischer e Alexander Alekhine? E i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco? Saranno annoverati tra i più significativi della storia della Chiesa?

L’impressione è che viviamo in un periodo storico tutto sommato trascurabile se paragonato ad altri periodi della storia umana. I personaggi pubblici che animano il nostro tempo non possiedono quell’energia propulsiva che sconvolge e migliora la società e che si propaga come un’onda oltre il presente e negli anni a venire. Eppure viviamo in un mondo in cui la media generale degli individui possiede talenti e saperi in misura infinitamente maggiore rispetto a quanta ne abbia posseduta la media degli esseri umani vissuti in qualsiasi altro tempo; ma in questo mondo nessuno è in grado di massimizzare, per così dire, il proprio dono. L’accesso diffuso alle risorse culturali non fa il genio. In sostanza non esistono oggi persone di così straordinarie doti intellettuali e morali, o di così enorme ingegno, che dominano incontrastati in un campo della letteratura, dell’arte, della scienza, della politica, e il cui talento verrà ricordato fra mille anni. A parte, forse, Bob Dylan…

Oggi esistono migliaia di scuole di musica in cui si può affrontare a vari livelli lo studio di uno strumento musicale; esistono altresì corsi di scrittura creativa in cui chiunque può dotarsi della cassetta degli attrezzi necessaria per ideare un romanzo o semplicemente per raccontare una storia. Le stesse scuole di musica non esistevano ai tempi in cui Elvis Presley imparava da autodidatta a suonare la chitarra e perfezionava il suo stile vocale ascoltando i cori gospel nella chiesa di Memphis, o se esistevano erano in numero assai minore rispetto a oggi. Così come non esistevano scuole di scrittura nella San Pietroburgo di Dostoevskij. C’è però oggi, rispetto ai tempi di Elvis e di Dostoevskij, un numero immensamente maggiore di musicisti professionisti e di scrittori che pubblicano con regolarità opere letterarie di grande pregio. Ma non c’è un gigante come Elvis; tantomeno un Dostoevskij.

La cosa che spiega forse questa apparente contraddizione è l’assenza, oggi, di un complesso di condizioni culturali, storiche e sociali ideale a far fermentare i talenti. È quindi la temperie la vera fucina dei giganti? O forse, più semplicemente, l’affermazione statistica che il genio nasce ogni cent’anni ci pone di fronte alla realtà banale e sconfortante che non viviamo nell’intervallo di tempo giusto per assistere all’agognato prodigio? E se poi il genio fosse in fondo come la pianta che fiorisce una sola volta nell’arco di un secolo, e quando fiorisce emana un odore che somiglia a quello della morte? E – ancora – se ammettessimo invece che i giganti esistono, ma sono sopraffatti dall’aurea mediocritas generale? Se il loro destino di esseri solitari, in un tempo magmatico come il nostro, fosse quello di soccombere penosamente nella folla indifferenziata?

Eric McLuhan, esperto in comunicazione ed ecologia dei media, nonché figlio di Marshall McLuhan, chiama la moltitudine raziocinante che orienta gli odierni dibatti sociali “folla elettronica”, e la definisce come una sorta di intelligenza collettiva senza corpi. Siamo tutti noi, o perlomeno quanti riversano quotidianamente informazioni nella rete. In uno scenario di questo tipo il genio solitario, ossia il condensato purissimo di talento, estro e immaginazione, viene stemperato, e tutto il suo potenziale disciolto come un confetto effervescente in un bicchier d’acqua. Il genio produce degli effetti sulla civilizzazione, ma si tratta di effetti senza paternità. Il paradosso è che nell’era dell’individualismo trionfa il genio impersonale.

Il gigante, quindi, è da solo sul ring della contemporaneità, attonito, e con lo sguardo perso nel vuoto, urla al pubblico ma nessuno lo ascolta, si appoggia alle corde, è sconfitto. Jonathan Swift fa pronunciare a Gulliver, una volta risvegliatosi nel paese di Lilluput, la frase: «Non cessavo di stupirmi per l’intrepidezza di quei minuscoli mortali, che s’avventuravano a scalare e percorrere il mio corpo mentre avevo una mano libera, senza tremare alla vista d’una creatura prodigiosa come dovevo io apparire ai loro occhi».

Si dice che André the Giant, quando si trovava in Giappone, fosse costretto a evacuare su un foglio di giornale, poiché per lui le toilette di quel Paese erano troppo piccole. Non riesco a concepire qualcosa di più triste dell’immagine di un gigante in una suite a cinque stelle che, a causa della propria natura, si trova obbligato ad accucciarsi su una pagina di giornale per espletare le proprie funzioni corporali. È la fotografia grottesca di una solitudine senza fine. Ma è anche qualcosa che – paradossalmente – ce lo restituisce in una dimensione umana. Ci fa tenerezza, perché in quella posizione il gigante è tale e quale a un bambino. Non ci spaventa più, non proviamo più soggezione per la sua mostruosa prestanza, arriviamo perfino a sentire dell’affetto per lui.

Dopo la sconfitta subìta contro Antonio Inoki molte cose cambiarono nella vita di the Giant. Alla fine degli anni Ottanta Shepard Fairey ne fece addirittura un’icona della street art. Vent’anni prima del celebre volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia, decine di migliaia di adesivi con la faccia di André e la scritta “Obbedisci al gigante” vennero fotocopiati, serigrafati a mano ed esposti in luoghi pubblici di tutto il mondo. Quando morì d’infarto, il 27 gennaio 1993, in un hotel di Parigi, André the Giant era ormai il lottatore più amato della storia del wrestling. La cosa non stupisce. In fondo, tra le qualità di cui i giganti possono vantarsi, ce n’è una che è ontologica: è la capacità di essere immensi.


Il pulcino pio XIII

7 novembre 2016

Guardando The Young Pope, con tutto il disincanto che mi provoca il cinema di Sorrentino, con tutta la collera che a tratti mi provoca il cinema di Sorrentino, penso che da qui alla fine della serie, lo dico senza aver letto la sceneggiatura e senza aver visto alcuna anteprima, anzi lo dico mentre ho appena finito di guardare la quarta puntata nel momento in cui il resto del mondo ha finito di guardare la sesta, lo dico ora insomma a scanso di equivoci, dico che secondo me, entro la fine della serie, Sorrentino, così come ha usato la canzone di Nada, che pure è bellissima e quel disco, Tutto l’amore che mi manca, lo comprai quando uscì nel 2004 e tuttora lo reputo tra le cose migliori uscite in Italia in quel decennio, dico che secondo me Sorrentino, in una delle puntate finali, infilerà una sequenza in cui, non so, un cardinale, il capo di stato della Transnistria, o lo stesso Lenny Belardo in arte Pio XIII, ascolta la canzone del pulcino pio come traslato del giovane Pio pontefice massimo, e confesserà che tutta la serie è nata dalla suggestione prodotta dall’ascolto della canzone, perciò la Madonna fa beee, e il toro muuu, e la mucca mooo, e la capra meee, e il cane baubau, il gatto miao, e il piccione trruu, e il tacchino glugluglu, e il gallo corococò, e la gallina coo, e il pulcino pio e il pulcino pio e il pulcino pio.


Medioevo punitivo

2 novembre 2016

Alex Schwazer crea un sito per allenare maratoneti e ciclisti e infuria la polemica. Perché Schwazer non deve allenare, non deve guadagnarsi da vivere, è reo delle più orrende malefatte che il mondo possa concepire. Alex Schwazer non deve vivere. Questo è un tempo molto pericoloso. È il tempo della catarsi, il tempo in cui viene attribuita a uno la responsabilità del tutto e lo si perseguita fino all’annientamento. Più costui resiste all’annientamento, più la stizza collettiva diventa feroce, cieca e brada. E questa non è solo una storia di sport e di doping, è il sintomo di un medioevo punitivo.


Un problema per la salute pubblica

31 ottobre 2016

Titoli dei giornali sportivi nella rassegna stampa dell’undicesima giornata del campionato di Serie A: “Milan, che battiBacca!”; “L’Inter si sQuagliarella”; “La Roma a Empoli è poco allupata”. I titolisti in questo paese stanno diventando un problema per la salute pubblica.

L’altra sera ho guardato Nightingale. Prima di guardarlo, come faccio sempre, ho cercato una scheda del film. Ho trovato questa che dice: “Nightingale impressiona subito tutti, l’idea è potente, singolare, coraggiosa: lo è per il plot, una storia dura, eppure tragicamente commovente, ma anche per la scelta di ambientare l’intero dramma in un’unica location (l’abitazione di Peter Snowden) e basandolo su un solo personaggio. Scelta reputata azzardata da alcuni ma che, grazie al coraggio di HBO e […] alla straordinaria interpretazione di Oyelowo, ha potuto tradursi in un prodotto per la TV originale e potente”.

Non so perché gli esteti di questo tempo giustificano spesso le cose belle come frutto di scelte coraggiose e azzardate, quando le cose belle derivano invece, credo, semplicemente dalla naturalezza dell’esser belli. Per gli esteti di questo tempo, tuttavia, i prodotti artistici funzionano al meglio quando rientrano nell’abitudine, nel procedimento automatico, o persino nel riflesso condizionato, quando si impone cioè il canone, ovvero l’immutabilità, il che contribuisce poi a creare il principale ostacolo a chi, di contro, voglia affrontare contingenze non previste, vie inesplorate, ossia compiere scelte ardimentose; precisamente il tipo di scelte da cui poi, sempre secondo gli esteti di questo tempo, scaturisce il bello coraggioso, potente, singolare. Io vedo in questo nostro tempo cervellottici sofismi.


Per esempio a nessuno è ancora venuto in mente di sfiduciare un semaforo

17 ottobre 2016

L’inventore del semaforo è stato un tale di nome John Peake Knight che di mestiere faceva l’ingegnere ferroviario. Chiamò il suo apparecchio semaforo, mutuandolo dal francese sémaphore, a sua volta una parola di origine greca che significa portatore di messaggi, definizione che ben si confà – per dire – a Gesù Cristo.

Una cosa che mi diverte fare è guardare quello che succede in un incrocio dove c’è un semaforo rotto. In un incrocio con un semaforo rotto le macchine si ammucchiano una sull’altra, il suono dei clacson è prevaricante e volano insulti tremendi da un finestrino all’altro. In una parola regna il caos. In un incrocio dove invece il semaforo fa il suo lavoro, in genere tutto fila liscio, tutti si conformano all’autorità del semaforo, nessuno mette in discussione la carica dominante rappresentata dalla segnalazione a luci colorate. Trovo molto buffo questo fatto che gli esseri umani eleggano di volta in volta un’autorità e le conferiscano il potere di stabilire diritti e limiti della propria azione nel mondo, e che spesso questa autorità venga conferita a oggetti non pensanti. Trovo buffo soprattutto che dove deliberatamente l’autorità è umana, gli altri esseri umani si affannano presto a ripudiarla retoricamente, descrivendo quell’autorità nel migliore dei casi come corrotta e indifendibile. Laddove invece l’autorità è meccanica e non pensante, la sua autorità non viene mai messa in discussione, la sua legge è dogma e l’ordine che essa stabilisce sfiora la natura divina. Per esempio a nessuno è ancora venuto in mente di sfiduciare un semaforo.

Nel 1974 però Gino Paoli ha pubblicato un album dal titolo I semafori rossi non sono Dio.


Chi sceglie la libertà, sceglie il deserto

11 ottobre 2016

Mi sveglio ogni mattina alle sei. Per svegliarmi cinque minuti più tardi devo chiedere il permesso alla sveglia. La sveglia di solito non è indulgente. Esco di casa alle sette per stare in ufficio alle sette e quarantacinque. Ogni deroga a questo orario deve passare per il cartellino. In effetti timbro un cartellino, e se non lo timbro devo giustificare il fatto che non ho timbrato il cartellino. Passo in media otto ore sul posto di lavoro. Se ne passo sette devo chiedere un permesso di un’ora. Devo chiedere permesso per vivere liberamente un’ora della mia vita. Finite poi le otto ore di lavoro devo andare a prendere il bambino che esce da scuola. Sto con lui fino alla sera. Se voglio leggere un libro, guardare la Tv, andare al bagno, devo chiedere il permesso al bambino. Devo chiedere: “Posso andare al bagno o ci devi andare tu?”. Mi piace correre. Ma per andare a correre devo chiedere il permesso a una quantità imbarazzante di persone. Non è detto che me lo concedano. Perché le persone hanno un sacco di cose da fare, e le cose che hanno da fare sono mediamente più importanti delle cose che ho da fare io. E del resto andare a correre non è mica una cosa importante! Come non lo è leggere un libro, guardare la Tv o andare al bagno. Negli ultimi tempi le cose poco importanti sono diventate le mie più grandi aspirazioni. Quando sarò morto la Storia dirà che sono stato un uomo libero fra milioni di uomini liberi che vivevano in un mondo libero nell’era del libero mercato. La Storia ne dice di stronzate.

“L’unica forma di governo che garantisca qualcosa è la democrazia, paradossalmente è la più accettabile. Ma vi domando: che cosa garantisce una democrazia che una dittatura non possa garantire? Certo, garantisce qualcosa: l’invivibilità della vita. Non risolve la vita. Chi sceglie la libertà, sceglie il deserto.” (Carmelo Bene nel 1994 al Costanzo Show)


Loro non si integrano

10 ottobre 2016

C’era questa persona che si lamentava: “Loro non si integrano”, e io che ribattevo: “Che intendi con non si integrano?”, e questa persona: “Non danno confidenza a nessuno, non guardano i programmi che guardiamo noi in Tv, ascoltano musica che ascoltano solo loro”, e quindi ci ho pensato un momento: “Mi sa che manco io mi sono integrato”.


Elena Ferrante è un gioco

5 ottobre 2016

Eppure una mezza ammissione, per quanto involontaria, c’era stata. Il 14 ottobre del 2014 Starnone rilascia un’intervista a Simonetta Fiori di Repubblica. Per tutta la durata dell’intervista la giornalista incalza lo scrittore sul mistero dell’identità di Elena Ferrante. A un certo punto Starnone sbotta: “Scusi, mettiamo che la Ferrante sia io, o sia mia moglie…”. Al che Simonetta Fiori, prontamente, ribatte: “O entrambi…”. È qui che Starnone si lascia scappare il lapsus: “No, insieme lo escludo”.

Cortázar intervistato da Jason Weiss: “Ricordo di quando ero piccolo e i miei genitori mi dicevano: «D’accordo, hai giocato abbastanza, ora vieni a farti il bagno». Lo trovavo completamente stupido, perché per me il bagno era un fatto sciocco. Non m’importava di niente, ma giocare con i miei amici costituiva una cosa seria. La letteratura è così: è un gioco, ma nel quale si può mettere in ballo la propria vita. Si può fare tutto per quel gioco”.

 


Non è uno stupido

4 ottobre 2016

Ci sono persone di cui si dice “Non è uno stupido”, intendendo che rispetto a tutte le altre, che sono stupide, primeggiano per mancanza di stupidità, insomma non primeggiano perché hanno doti di intelligenza, ma perché non sono stupide, e il non essere stupide diventa la loro qualità migliore, quella per la quale meritano riguardo. Una di queste persone, per esempio, è Pizzarotti. Ogni volta che mi è capitato di parlare di Pizzarotti la conversazione è iniziata con “Pizzarotti non è uno stupido”.

Per principio penso che non essere qualcosa non sia un talento, penso che il talento non si possa esprimere attraverso una negazione, il mio talento da gourmet non può essere stabilito dal fatto che non mangio lumache.

“[…] il talento è destinato dagli dèi ad amare, a dare, a sentirsi partecipe dei sentimenti altrui. Deve essere or­goglioso e sapere che «orgoglioso» è il contra­rio di altezzoso. Deve essere audace per avere in ogni momento il piacere di respingere of­ferte umilianti. Deve amare il pericolo, deve soffrire, non può mai rifiutarsi di soffrire, altrimenti si appiattisce e allora soffre davvero”. (Robert Walser, Storie che danno da pensare, Adelphi. Traduzione di Eugenio Bernardi)


Follow the money

3 ottobre 2016

Stramberie dei tempi. Un giornalista del Sole 24 Ore ha usato il metodo follow the money per arrivare a svelare la vera identità di Elena Ferrante. Il metodo follow the money era il sistema usato da Falcone per stanare i mafiosi. Diceva Falcone: “Segui il denaro. Se hanno venduto droga in America del nord, nelle banche siciliane saranno rimaste tracce delle operazioni realizzate”. Nel frattempo, nei territori controllati dalla mafia, i mafiosi, per mantenere saldo il potere, usano tecniche di storytelling.


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