Mio figlio frequenta una nuova palestra di judo. Nella nuova palestra non si può assistere alla lezione, perciò bisogna vagare per un’ora e mezza nelle vie del quartiere prima di passare a riprendere i piccoli judoka. La prima volta ho vagato per un’ora e mezza nelle vie del quartiere, ma poiché è un quartiere poco interessante, mi sono annoiato moltissimo. Ieri invece ho cercato di appassionarmi a un OVS. Fuori pioveva, perciò c’è voluto poco a risvegliare in me un qualche interesse per certi maglioni cento per cento acrilico. La passione tuttavia è scemata presto, allora mi sono trovato un bel posto all’aperto, davanti a una banca, sotto un balcone, per ripararmi dalla pioggia, e sono rimasto fermo a guardare il traffico e la pioggia in attesa che succedesse qualcosa. È successo che uno scooterista è caduto a terra, però si è rialzato subito inveendo contro l’asfalto scivoloso, ed è ripartito mandando a quel paese l’asfalto scivoloso. Poi è successo che un passante mi ha chiesto dove fosse l’ufficio postale più vicino, gliel’ho indicato ma l’ho avvisato che a quell’ora probabilmente lo avrebbe trovato chiuso. Ha risposto: “Lo voglio sapere lo stesso”. Perciò gliel’ho indicato lo stesso. Infine ho ricevuto tre telefonate da altrettanti operatori telefonici che volevano illustrarmi le loro offerte vantaggiosissime. Alla fine anche ieri mi sono annoiato. Considerato che mio figlio ha lezione di judo due volte la settimana ho pensato che potrei scrivere una sorta di cronache nell’attesa del judo che siano cronache della noia, della pioggia e del freddo, del traffico, delle vetrine dei negozi, degli annunci sulle bacheche delle agenzie immobiliari, della città tediosa, dei luoghi e dei modi assurdi, monotoni, strazianti, grotteschi in cui viviamo.

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Sto studiando la lettera al padre di Leopardi. Voglio capire alcuni concetti che Leopardi dissemina qua e là, cose come “le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi procurava la mia strana immaginazione”. Comprendere il meccanismo che consente a certe espressioni (“orribili malinconie”, “strana immaginazione”) di risuonare d’una così feroce bellezza. Spaccarmi la testa, soprattutto, su un passaggio come: “Ma essendo così debole come io sono, […] mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto”. Perché penso che nella vita, soprattutto, non ho fatto altro che questo: morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno.

Andreotti era più intelligente e scaltro di me, era migliore di me, perciò lo votavo. Berlusconi era il mio videogioco preferito: non era migliore di me, ma ero ciò che avrei voluto essere e che non sarei mai stato. Salvini sono io (“Un vertice col primo ministro? Veramente stasera ho un vertice coi rigatoni, il ragù e la Champions League”); lo era anche il Bossi in canottiera, ma Salvini ha – per così dire – perfezionato il ruolo. Questa è, a grandi linee e con evidenti approssimazioni, l’evoluzione del pensiero dell’elettore italiano negli ultimi cinquant’anni. Ciò che salta all’occhio è che a essere in crisi non è la politica, non è la società, non è il sistema culturale entro cui si esprime la vita civile e sociale del paese. A essere in crisi è l’idea di rappresentanza, ossia la trasmissione formale del potere dalla totalità degli individui votanti a chi assume la sovranità e la guida, e quindi il potere. La democrazia, come forma applicata di stato, si è affermata negli ultimi due secoli. Due secoli appena in un arco di oltre duemilacinquecento anni di teoria, da quando cioè ne parla Platone (criticandola) ne La Repubblica. Una goccia in un mare. Il potere e le pulsioni contemporanee non sono fasciste. Il fascismo è un’idea precisa di stato (corporativismo economico, accentramento amministrativo, monocrazia, gerarchismo, imperialismo, élitismo di censo, di stirpe e di etnia). Il fascismo NON È tutto ciò che è diverso da me che sono progressista e democratico. Così come la crisi della rappresentanza non è un problema italiano; è un problema occidentale. In ogni paese, con le ovvie differenze locali, è tracciabile un’evoluzione analoga alla rotta italiana Andreotti-Berlusconi-Salvini. Il prossimo passaggio sarà quindi la dissoluzione stessa dell’idea di rappresentanza democratica (in Italia ci stanno lavorando alacremente da più di un decennio Grillo e i suoi seguaci), e l’avvento di nuove forme di espressione del potere. Non del fascismo. Chissà, magari di qualcosa di peggio. Per questo è tempo, forse, che i pensatori migliori di questo mondo inizino a immaginare non come superare l’idea democratica, ma come migliorarla (nei duemilacinquecento anni di vita la democrazia è stata ripensata, prima come dottrina poi come forma di stato, più e più volte). La democrazia, credo, oggi la si difende e la si rafforza non arroccandosi nelle idee migliori (e nell’evocazione dei mostri peggiori) del passato, ma – udite, udite – mettendola in discussione, rivedendola, aggiornandola al mondo che verrà.

Eppure, pensate se un giorno Grillo si presentasse ai giornalisti e dicesse:

“Ve l’ho fatta, ci siete cascati, vi ho dimostrato la vera faccia di questo paese. Se ve lo state chiedendo, sì, era uno scherzo, una truffa, chiamatela come volete, la guerra dei mondi di Orson Welles non era niente a confronto. Ci siete cascati tutti, dal primo all’ultimo, vi ho convinto a votare ignoranti, spiantati e disperati. Grazie alla vostra coglionaggine ho portato questa ciurma di imbranati in parlamento, alla guida della capitale, al governo del paese, e poi a incontrare capi di stato, a scambiare opinioni sull’economia – da pari a pari – con i presidenti delle banche centrali internazionali. Vi ho fatto credere che valete qualcosa, che non siete solo un numero, un nome, una vita che passa senza lasciare tracce. Vi ho dimostrato chi siete veramente, quanto sono fallaci i sistemi che chiamate “democratici”, quali sono i rischi che correte ogni giorno, e infine quanto siete fragili, piccoli e meschini. Ma non era vero niente”.

E passerebbe alla storia come il più grande genio comico e politico di tutti i tempi. E solo in quel momento diventerebbe credibile. Un uomo davvero superiore.

Ma il fatto che non farà mai una dichiarazione del genere è la dimostrazione definitiva che invece no, Grillo è tutto fuorché un genio e un uomo superiore. Grillo è quello che è, e questa è una storia schifosamente vera.

Però immaginare che non lo sia, anche solo per un attimo, è bellissimo.

Ieri Carlo Gallucci mi ha detto: “Il suo libro è un memoriale, dovrebbe essere chiamato così, è un genere nobile nella tradizione italiana, pensi a Volponi”.

Nella lingua italiana la parola memoriale ha molti significati. La Treccani elenca questi:

  1. Che ha per fine di ricordare o di commemorare;
  2. Che raccoglie notizie e documenti di determinati fatti storici o comunque di rilievo, oppure disposizioni, istruzioni per cose che si desidera far fare, oppure richieste, suppliche;
  3. Libro o scrittura contenente notizie, istruzioni da tenere a mente;
  4. Con altra accezione, nella liturgia della messa, sinonimo di anamnesi, cioè la prima parte della prece eucaristica che segue la consacrazione del pane e del vino;
  5. Opera manoscritta o stampata a cui è affidata la narrazione di fatti importanti di cui si è stati protagonisti o testimoni;
  6. Raccolta di memorie relative alla vita e all’attività di qualche illustre personaggio;
  7. Documento, opuscolo, breve scritto contenente, in forma di appunti sommarî, o di abbozzi d’idee, istruzioni o disposizioni;
  8. Scritto col quale s’invoca una grazia.

Penso che, di tutti, l’ultimo è quello che meglio definisce il mio memoriale.

Per i partiti e i movimenti di sinistra c’è un’immensa pianura disabitata da abitare. È un cosiddetto tema forte da mettere in cima ai programmi nei futuri confronti democratici. È quello che riguarda i cambiamenti climatici e quindi la salute della Terra e di tutti noi. Ma è un tema che va declinato in modo nuovo, con parole nuove e con soluzioni nuove. Perché è il tema che comprende tutti gli altri temi: salute, economia, migrazioni, lavoro, diritti. Nel recente rapporto pubblicato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il più importante organismo scientifico dedicato alla ricerca sul cambiamento climatico, si dice che mantenendo gli attuali ritmi di emissioni di CO2 entro il 2030 l’aumento della temperatura globale sarà superiore agli 1,5°C, ossia la soglia massima di sicurezza sostenibile dagli ecosistemi. Oltre quella soglia c’è l’ignoto. Qualcuno ha iniziato ad accorgersene: nelle elezioni statali in Baviera il partito ambientalista ha raccolto quasi il 18% dei voti. Se in Italia la sinistra avviasse una nuova narrazione legata ai temi dell’ambiente, facendo capire a tutti che la minaccia da fronteggiare, non da qui a cinquant’anni ma OGGI, è infinitamente più pericolosa delle minacce “percepite” e cavalcate dalle destre – immigrazione, sicurezza, euro – forse potremmo tornare a respirare aria pulita. In tutti i sensi.

A volte, per capire gli altri, bisogna fare finta di essere gli altri. Allora io quest’estate mi sono messo a far finta di essere un traduttore. Perché volevo capire il testo letterario visto con gli occhi di un traduttore. Però volevo migliorare anche il mio inglese. Al che ho tirato giù un programma intensivo che prevedeva, appunto, che io facessi anche delle traduzioni dall’inglese. Ho iniziato allora a tradurre le poesie di William Pitt Root, che è un poeta americano che amo moltissimo e di cui non esistono traduzioni in italiano. È stato un bel passatempo, come risolvere un gioco enigmistico. Ovviamente non ho capito nulla del mistero che si nasconde in quel passaggio da una lingua all’altro, ma ho passato dei bei momenti di quiete e di svago. Scrivo questo perché qualche giorno fa sulla bacheca facebook di uno dei migliori traduttori italiani, Daniele Petruccioli, ho letto un estratto da Teoria e storia della traduzione [Traductions et traducteurs], Einaudi, 1965, di Georges Mounin, tradotto da Stefania Morganti, che dice: “[…] per ostinarsi in questa attività, malgrado il silenzio della critica, l’avarizia degli editori, la frequente ingratitudine degli stessi autori, e il condiscendente disprezzo del pubblico (senza contare poi, qualche volta, la pignola aggressività dei colleghi), bisogna amare davvero questo genere appassionante di problemi intellettuali che è la trasposizione dei pensieri da una lingua all’altra, come un vizio la cui esemplare punizione è il compenso miserabile che generalmente gli si concede”. E mi è piaciuta soprattutto la definizione della traduzione come un “genere appassionante di problemi intellettuali”. Una definizione che si addice non solo all’arte della traduzione, ma alla scrittura tout court. Scrivere e tradurre sono appassionanti problemi intellettuali. E penso spesso, per esempio, che per i matematici la migliore risoluzione di un problema o di un’equazione o di un teorema non è quella più veloce, né quella più esatta. Ma la più elegante.

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