Andreotti era più intelligente e scaltro di me, era migliore di me, perciò lo votavo. Berlusconi era il mio videogioco preferito: non era migliore di me, ma ero ciò che avrei voluto essere e che non sarei mai stato. Salvini sono io (“Un vertice col primo ministro? Veramente stasera ho un vertice coi rigatoni, il ragù e la Champions League”); lo era anche il Bossi in canottiera, ma Salvini ha – per così dire – perfezionato il ruolo. Questa è, a grandi linee e con evidenti approssimazioni, l’evoluzione del pensiero dell’elettore italiano negli ultimi cinquant’anni. Ciò che salta all’occhio è che a essere in crisi non è la politica, non è la società, non è il sistema culturale entro cui si esprime la vita civile e sociale del paese. A essere in crisi è l’idea di rappresentanza, ossia la trasmissione formale del potere dalla totalità degli individui votanti a chi assume la sovranità e la guida, e quindi il potere. La democrazia, come forma applicata di stato, si è affermata negli ultimi due secoli. Due secoli appena in un arco di oltre duemilacinquecento anni di teoria, da quando cioè ne parla Platone (criticandola) ne La Repubblica. Una goccia in un mare. Il potere e le pulsioni contemporanee non sono fasciste. Il fascismo è un’idea precisa di stato (corporativismo economico, accentramento amministrativo, monocrazia, gerarchismo, imperialismo, élitismo di censo, di stirpe e di etnia). Il fascismo NON È tutto ciò che è diverso da me che sono progressista e democratico. Così come la crisi della rappresentanza non è un problema italiano; è un problema occidentale. In ogni paese, con le ovvie differenze locali, è tracciabile un’evoluzione analoga alla rotta italiana Andreotti-Berlusconi-Salvini. Il prossimo passaggio sarà quindi la dissoluzione stessa dell’idea di rappresentanza democratica (in Italia ci stanno lavorando alacremente da più di un decennio Grillo e i suoi seguaci), e l’avvento di nuove forme di espressione del potere. Non del fascismo. Chissà, magari di qualcosa di peggio. Per questo è tempo, forse, che i pensatori migliori di questo mondo inizino a immaginare non come superare l’idea democratica, ma come migliorarla (nei duemilacinquecento anni di vita la democrazia è stata ripensata, prima come dottrina poi come forma di stato, più e più volte). La democrazia, credo, oggi la si difende e la si rafforza non arroccandosi nelle idee migliori (e nell’evocazione dei mostri peggiori) del passato, ma – udite, udite – mettendola in discussione, rivedendola, aggiornandola al mondo che verrà.

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Eppure, pensate se un giorno Grillo si presentasse ai giornalisti e dicesse:

“Ve l’ho fatta, ci siete cascati, vi ho dimostrato la vera faccia di questo paese. Se ve lo state chiedendo, sì, era uno scherzo, una truffa, chiamatela come volete, la guerra dei mondi di Orson Welles non era niente a confronto. Ci siete cascati tutti, dal primo all’ultimo, vi ho convinto a votare ignoranti, spiantati e disperati. Grazie alla vostra coglionaggine ho portato questa ciurma di imbranati in parlamento, alla guida della capitale, al governo del paese, e poi a incontrare capi di stato, a scambiare opinioni sull’economia – da pari a pari – con i presidenti delle banche centrali internazionali. Vi ho fatto credere che valete qualcosa, che non siete solo un numero, un nome, una vita che passa senza lasciare tracce. Vi ho dimostrato chi siete veramente, quanto sono fallaci i sistemi che chiamate “democratici”, quali sono i rischi che correte ogni giorno, e infine quanto siete fragili, piccoli e meschini. Ma non era vero niente”.

E passerebbe alla storia come il più grande genio comico e politico di tutti i tempi. E solo in quel momento diventerebbe credibile. Un uomo davvero superiore.

Ma il fatto che non farà mai una dichiarazione del genere è la dimostrazione definitiva che invece no, Grillo è tutto fuorché un genio e un uomo superiore. Grillo è quello che è, e questa è una storia schifosamente vera.

Però immaginare che non lo sia, anche solo per un attimo, è bellissimo.

Ieri Carlo Gallucci mi ha detto: “Il suo libro è un memoriale, dovrebbe essere chiamato così, è un genere nobile nella tradizione italiana, pensi a Volponi”.

Nella lingua italiana la parola memoriale ha molti significati. La Treccani elenca questi:

  1. Che ha per fine di ricordare o di commemorare;
  2. Che raccoglie notizie e documenti di determinati fatti storici o comunque di rilievo, oppure disposizioni, istruzioni per cose che si desidera far fare, oppure richieste, suppliche;
  3. Libro o scrittura contenente notizie, istruzioni da tenere a mente;
  4. Con altra accezione, nella liturgia della messa, sinonimo di anamnesi, cioè la prima parte della prece eucaristica che segue la consacrazione del pane e del vino;
  5. Opera manoscritta o stampata a cui è affidata la narrazione di fatti importanti di cui si è stati protagonisti o testimoni;
  6. Raccolta di memorie relative alla vita e all’attività di qualche illustre personaggio;
  7. Documento, opuscolo, breve scritto contenente, in forma di appunti sommarî, o di abbozzi d’idee, istruzioni o disposizioni;
  8. Scritto col quale s’invoca una grazia.

Penso che, di tutti, l’ultimo è quello che meglio definisce il mio memoriale.

Per i partiti e i movimenti di sinistra c’è un’immensa pianura disabitata da abitare. È un cosiddetto tema forte da mettere in cima ai programmi nei futuri confronti democratici. È quello che riguarda i cambiamenti climatici e quindi la salute della Terra e di tutti noi. Ma è un tema che va declinato in modo nuovo, con parole nuove e con soluzioni nuove. Perché è il tema che comprende tutti gli altri temi: salute, economia, migrazioni, lavoro, diritti. Nel recente rapporto pubblicato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il più importante organismo scientifico dedicato alla ricerca sul cambiamento climatico, si dice che mantenendo gli attuali ritmi di emissioni di CO2 entro il 2030 l’aumento della temperatura globale sarà superiore agli 1,5°C, ossia la soglia massima di sicurezza sostenibile dagli ecosistemi. Oltre quella soglia c’è l’ignoto. Qualcuno ha iniziato ad accorgersene: nelle elezioni statali in Baviera il partito ambientalista ha raccolto quasi il 18% dei voti. Se in Italia la sinistra avviasse una nuova narrazione legata ai temi dell’ambiente, facendo capire a tutti che la minaccia da fronteggiare, non da qui a cinquant’anni ma OGGI, è infinitamente più pericolosa delle minacce “percepite” e cavalcate dalle destre – immigrazione, sicurezza, euro – forse potremmo tornare a respirare aria pulita. In tutti i sensi.

A volte, per capire gli altri, bisogna fare finta di essere gli altri. Allora io quest’estate mi sono messo a far finta di essere un traduttore. Perché volevo capire il testo letterario visto con gli occhi di un traduttore. Però volevo migliorare anche il mio inglese. Al che ho tirato giù un programma intensivo che prevedeva, appunto, che io facessi anche delle traduzioni dall’inglese. Ho iniziato allora a tradurre le poesie di William Pitt Root, che è un poeta americano che amo moltissimo e di cui non esistono traduzioni in italiano. È stato un bel passatempo, come risolvere un gioco enigmistico. Ovviamente non ho capito nulla del mistero che si nasconde in quel passaggio da una lingua all’altro, ma ho passato dei bei momenti di quiete e di svago. Scrivo questo perché qualche giorno fa sulla bacheca facebook di uno dei migliori traduttori italiani, Daniele Petruccioli, ho letto un estratto da Teoria e storia della traduzione [Traductions et traducteurs], Einaudi, 1965, di Georges Mounin, tradotto da Stefania Morganti, che dice: “[…] per ostinarsi in questa attività, malgrado il silenzio della critica, l’avarizia degli editori, la frequente ingratitudine degli stessi autori, e il condiscendente disprezzo del pubblico (senza contare poi, qualche volta, la pignola aggressività dei colleghi), bisogna amare davvero questo genere appassionante di problemi intellettuali che è la trasposizione dei pensieri da una lingua all’altra, come un vizio la cui esemplare punizione è il compenso miserabile che generalmente gli si concede”. E mi è piaciuta soprattutto la definizione della traduzione come un “genere appassionante di problemi intellettuali”. Una definizione che si addice non solo all’arte della traduzione, ma alla scrittura tout court. Scrivere e tradurre sono appassionanti problemi intellettuali. E penso spesso, per esempio, che per i matematici la migliore risoluzione di un problema o di un’equazione o di un teorema non è quella più veloce, né quella più esatta. Ma la più elegante.

Oggi esce il mio nuovo romanzo, L’uomo che trema (Einaudi). Quello che segue è un breve estratto:

*

Quando mi vede alzare il flaconcino dell’antidepressivo e contare in controluce le gocce che cadono nel bicchiere, Mario mi chiede se quella è la medicina per il mal di pancia. Spesso, vedendomi disteso sul divano, privo di forze, totalmente incapace di muovere un muscolo, prende i suoi personaggi di Star Wars e si mette a giocare sopra di me. La mia pancia diventa il pianeta Naboo su cui Qui-Gon Jinn, Obi-Wan Kenobi e il malvagio Darth Maul si sfidano a colpi di spada laser. Io me ne sto lì disteso, stanco e vuoto. Nelle mie vene scorre solo il filo di energia che serve a tenermi in vita, per il resto sono niente più che una pelle di serpente, il brandello organico di una creatura arresa. In quei momenti divento il campo di gioco di mio figlio.

Mio figlio si riappropria di me, usa il mio corpo come un fondale, il profilo delle mie braccia è una costa scoscesa, le mie gambe i promontori dorati di un pianeta orbitante in una galassia remota, la mia testa un monumento all’uomo o al passato glorioso di qualche mitica razza aliena. I personaggi, i piccoli eroi di plastica, vivono le loro storie rielaborate dalla fantasia di mio figlio. Per lui non ha importanza che in quel momento io non potrei essergli utile in niente, che se corresse un pericolo io non sarei in grado di proteggerlo né di metterlo in salvo. Lui non pensa a questo, non se ne accorge. Ma io sì, ci penso.

Mentre me ne sto disteso con il corpo disseminato di minifigure Lego, mi viene in mente un ricordo che risale a molti anni fa. A quel tempo il fratello della ragazza con cui stavo si ammalò di una malattia misteriosa, un’infezione cerebrale che lo ridusse per molti mesi in uno stato di coma profondo. La madre, una donna del sud caparbiamente devota agli idoli del cattolicesimo moderno, costellava il corpo inerme del figlio di santini e immaginette sacre, e trascorreva ore al suo capezzale, raccolta in preghiera, in attesa che un miracolo lo risvegliasse e glielo restituisse di nuovo alla vita. Di tanto in tanto muoveva le immaginette sul petto del figlio, le spostava sulle clavicole, sul collo, sulla fronte, seguendo un ordine liturgico misterioso di cui solo lei era a conoscenza.

Quella donna, immersa nel cupo isolamento della propria disperazione, era convinta di mantenere in vita il figlio attraverso quei feticci a cui attribuiva un potere taumaturgico. Poi accadde che il figlio, un giorno, dopo che il quadro clinico si era aggravato al punto da convincere il cappellano dell’ospedale a somministrargli l’estrema unzione, improvvisamente si ridestò dal coma, e in poche settimane si ristabilì completamente. Così immagino che Mario pratichi a suo modo lo stesso culto, o quantomeno un culto analogo, usando gli strumenti a lui più congeniali, evocando i propri numi, dando vita a una glorificazione rituale, a una messa celebrata in onore del padre. Io in quei momenti sono l’altare su cui Mario compie la sua funzione. Lui non sa che giocando su di me mi tiene in vita, erige le difese.

Una settimana fa ho comprato un contapassi e ne sono diventato rapidamente schiavo. Passo le giornate a controllare sul contapassi quanti passi ho fatto da quando mi sono svegliato. Ogni volta che mi arriva una telefonata è una festa, perché inizio a camminare col telefono incollato all’orecchio ovunque mi trovi. Una telefonata è un modo onesto per arraffare passi preziosi. È diventato divertente anche fare cose normalmente poco divertenti, come andare al Caf. E smanio perché arrivi l’ora di pranzo. Non per la fame, ma per il tragitto che devo fare per andare al supermercato, al supermercato più lontano tra i supermercati di zona. Il supermercato in sé è una miniera di passi. Prima dell’estate ho letto due libri che si intitolano entrambi Camminare: il primo è di Thomas Bernhard (Adelphi, Traduzione di Giovanna Agabio); l’altro è di Erling Kagge (Einaudi Stile Libero, traduzione di Sara Culeddu). Nel libro di Bernhard a un certo punto si legge: “D’altra parte dobbiamo camminare per poter pensare, così come dobbiamo pensare per poter camminare, l’una cosa deriva dall’altra, e l’una dall’altra con crescente maestria. Ma tutto sempre e solo fino alla soglia dello sfinimento”. Il mio contapassi è cinese, quando lo attivo per controllare quanti passi ho fatto, sul display mi dice: “Preme un lungo per entrare”. Non so che voglia dire e non ho la pazienza di pensare. D’altra parte per pensare devo prima camminare. Perciò adesso voglio solo camminare, trovare una scusa per fare ancora qualche passo.

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