A Bolzano ho visitato la cappella di San Giovanni nella chiesa dei Domenicani. All’interno della cappella c’è un bellissimo ciclo di affreschi, tra i migliori esempi di pittura di scuola giottesca del nord Italia. Il mio accompagnatore ed io ci siamo soffermati sulla scena che raffigura il martirio di San Bartolomeo (qui). San Bartolomeo secondo la tradizione venne scuoiato della pelle per ordine del re dei Medi. La rappresentazione pittorica più famosa di questo episodio è nel Giudizio Universale della Sistina, dove Michelangelo, in quello che forse è l’autoritratto di artista più angosciante di tutti i tempi, raffigura se stesso nella pelle floscia staccata dal corpo di San Bartolomeo (qui). Nella cappella di San Giovanni, il cosiddetto “Maestro dei Domenicani” (l’autore degli affreschi) raffigura il martirio nella sua fase iniziale. Il santo è sdraiato su un tavolo, intorno a lui sei uomini incidono la pelle delle braccia e del torace. Mentre osservavamo la scena, il mio accompagnatore ha detto a voce alta: “Cosa doveva esserci nella testa di questi uomini per compiere su un altro uomo uno scempio del genere?”. Ed io, in un impeto di razionalismo: “In fondo si tratta di gente vissuta duemila anni fa”.

La sera torno a casa, accendo la tv e sento che il sovrano del Brunei dal 3 aprile ha introdotto nel suo paese un nuovo codice penale basato sulla Sharia. Per omosessuali, adulteri e ladri il codice prevede la lapidazione, il taglio della mano e del piede.

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Pensavo che mi piacerebbe scrivere una specie di pamphlet contro le nazioni. Perché credo che gli esseri umani che vivranno fra duecento anni non crederanno possibile che per tanto tempo l’uomo abbia vissuto imponendo la legge della segregazione fuori da uno spazio fisico, decretando il diritto territoriale acquisito per nascita, imponendo confini, non solo sulla terra, ma perfino nei mari e in cielo, e ci guarderanno con compassione. Il principio di nazionalità, ossia l’idea secondo cui ogni lembo di terra emersa debba far capo a uno Stato politico indipendente, risale al Diciannovesimo secolo. Questo principio si è consacrato definitivamente all’inizio del Ventesimo, non a caso il secolo che ha conosciuto più guerre e più morti nella storia dell’umanità. Noi viviamo l’idea di nazione come se fosse data per natura, ma se riusciamo anche solo per un istante a elevarci al di sopra delle convinzioni, a guardarci a volo d’angelo e con gli occhi remoti di qualcuno che verrà, scopriremmo che l’idea stessa di un pezzo di terra racchiuso entro confini in cui si può transitare solo se in possesso di determinati diritti (come se avere un corpo, dei sensi, un’intelligenza e un cuore non fosse sufficiente di per sé) è una tragica sciocchezza. Il sovranismo è la febbre, è la reazione a uno stato di crisi umano prima ancora che politico. Il cuore del problema è l’identità. Ed è tempo che l’uomo inizi a cercare altrove la propria identità, politica e sociale. Non nella storia, non nella lingua, non nella religione, non in un nemico. Non so, vorrei guardarmi da lontano, per iniziare a capire quella che mi sembra una delle più curiose insensatezze di questo tempo.

Sono stato per tre giorni a Roccaraso. Ho letto alcune cose sull’eccidio di Pietransieri avvenuto il 21 novembre 1943 in una frazione del comune di Roccaraso. Quel giorno i soldati tedeschi rastrellarono gli abitanti della frazione, 128 persone in totale, tra cui 34 bambini con meno di dieci anni e un neonato di appena un mese, e li trucidarono, poi sparsero i cadaveri nel bosco dove restarono sepolti sotto la neve fino all’estate del 1944. Pare che all’eccidio non presero parte soldati italiani, come invece accadde per esempio a Sant’Anna di Stazzema, dove i membri della 36ª brigata Mussolini parteciparono alla strage travestiti con divise dell’esercito tedesco (niente meglio di questo definisce un vigliacco, e soprattutto un fascista). Nel novembre del 2017 una sentenza ha condannato la Germania a risarcire i discendenti delle vittime e il Comune di Roccaraso per una cifra di diversi milioni di euro. Su alcuni giornali locali è stato scritto che lo stato Italiano si è costituito in giudizio cercando di impedire la condanna della Germania. Il motivo sarebbe che applicando lo stesso criterio l’Italia potrebbe essere condannata al risarcimento per le stragi fasciste in Etiopia, nell’ex Jugoslavia e in Grecia. Il pensiero che ho fatto è questo. Lo Stato liberale si fonda sulla supremazia del diritto e della libertà dell’uomo, al contrario dello Stato etico che è, rispetto al cittadino, giudice assoluto del bene e del male. Se vivessi in uno Stato etico, prima di pensarmi o dirmi “italiano” (con tutto ciò che ne consegue) dovrei pensare e dire a me stesso se mi riconosco o meno nell’etica che presiede all’essere italiano. Ma poiché vivo in un moderno Stato liberale, prima di pensarmi o dirmi “italiano” (con tutto ciò che ne consegue) devo pensare e dire a me stesso se mi riconosco o meno nel diritto e nell’idea di libertà che presiede all’essere italiano. Questa storia mi ha fatto pensare che in nessun caso io riesco a sentirmi “italiano”.

Cartesio amava passare le mattine nel letto a meditare. Siccome Cartesio era un pensatore a cui l’umanità deve qualcosa, il suo passare le mattine nel letto a meditare era un’attività che si sarebbe dovuta preservare. Invece la regina Cristina di Svezia lo obbligò a impartirle lezioni di filosofia per tre volte la settimana, dalle 5 alle 10 del mattino, e Cartesio per tre giorni la settimana non poté meditare. Finì per beccarsi un’infezione toracica causata dal freddo invernale di Stoccolma e morì a 54 anni lasciando molte cose a metà. Cristina di Svezia non la si ricorda come notevole filosofa. La morale è che le persone dovrebbero passare il tempo facendo ciò per cui sono umanamente, psicologicamente e convenientemente portate. Ne guadagneremmo un po’ tutti.

Alessandro Morelli della Lega, Presidente della Commissione Trasporti della Camera ed ex direttore di Radio Padania, ha depositato a Montecitorio una proposta di Legge secondo cui “le emittenti radiofoniche, nazionali e private devono riservare almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. Nel 1936 una circolare del Partito Fascista impose ai giornali di tradurre in italiano tutti i termini stranieri contenuti nelle canzoni, compresi i nomi degli artisti. Benny Goodman divenne Beniamino Buonuomo, Wanda Osiris fu “italianizzata” in Vanda Osiri, Louis Armstrong in Luigi Fortebraccio. Due anni dopo il jazz venne dichiarato “musica negroide” e bandito completamente dalle radio. Non mi stancherò di ripeterlo: questo di adesso non è fascismo, è una sua parodia molto stupida, è il carnevale dell’imbecillità. Ma la parodia ha una caratteristica, si mette a distanza dall’oggetto parodiato. Ed è in quella distanza che crea qualcosa di nuovo, è in quella distanza che affiora la sua portata distruttrice.

Come si chiama quel sentimento che si sprigiona, per esempio, quando sei seduto al tavolo di un bar, in una stazione, in attesa di un treno, e sorseggi una bevanda per riscaldarti, e hai un’aria così arresa e solitaria e pensosa, e ti guardi dal di fuori e in quel momento esatto provi una specie di compassione, o forse no, più che compassione direi indulgenza, ma nel senso puramente cattolico, ossia cancelli in te una parte di peccato, dove per peccato si intende tutto ciò che normalmente non sopporti di te stesso, e ti vedi all’improvviso come un gatto paziente e tranquillo che si lecca le zampe con gli occhi chiusi, e la tenerezza che provi per te stesso è così sconcertante che non riesci più a pensare alle conseguenze nefaste del tempo che passa, alla tua intelligenza, alle noie della tua vita, all’assurdità di ogni cosa?

A pagina 670 della nuova edizione Einaudi di Guerra e pace tradotto da Emanuela Guercetti, Tolstoj scrive: “Che cosa stava accadendo in quell’anima infantilmente recettiva, che captava e assimilava con tanta avidità tutte le più varie impressioni della vita?”. Sta parlando di Nataša, o meglio, sta voltando tra le sue mani la statuina del personaggio di Nataša, la contempla e la rimira, dà due colpi di pollice alla terracotta e ne sistema il profilo, poi si chiede lui stesso che cosa Nataša capterà e assimilerà della vita, insomma come la farà parlare e pensare e muoversi e agire. Ecco, la cosa straordinaria di questo romanzo è che i personaggi sono essi stessi opere d’arte, non solo quindi il libro compiuto in sé, ma ogni singola figura. Se una civiltà del futuro rinvenisse anche solo un frammento di questo immenso romanzo, diciamo la descrizione di uno dei personaggi, il ritrovamento avrebbe lo stesso valore di una statua dei frontoni del Partenone che attraverso il panneggio bagnato di Fidia ci racconta di un mondo perduto.

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