La più grande pecca sociale della mia epoca

17 aprile 2018

La settimana scorsa sono stato in ospedale per fare una visita. Quando entri in un ospedale per fare una visita, arrivi e nessuno ti spiega cosa devi fare, allora cominci a chiedere a chiunque, devi capire quali sono le procedure che ti permetteranno di fare la visita. Ogni ospedale ne ha una. Spesso, nello stesso ospedale, ogni reparto ha una procedura diversa. Spesso, non esiste neppure una procedura, ma una consuetudine, che è altra cosa. Tuttavia, né la procedura né la consuetudine sono regolamentate, ossia non è scritto da nessuna parte cosa devi fare quando entri in un ospedale per fare una visita, né c’è qualcuno che sia demandato a spiegarti cosa devi fare. Sei alla mercé di te stesso, sei in avanscoperta, devi vivere l’avventura, perché non esistono le istruzioni per l’uso dell’ospedale. Più o meno la stessa cosa mi capitò quando misi piede per la prima volta nell’università. Mi ero iscritto a Lettere, avevo pagato la prima rata. Ok. E poi? Adesso? Non c’era un vademecum – “Come si frequenta l’Università” –, un libretto che mi spiegasse quando e come fare il piano di studi, quali corsi seguire se intendevo laurearmi in un certo indirizzo, come ci si iscrive ad un esame. Neanche lì c’erano le istruzioni per l’uso. Così, data anche la mia scarsa propensione a socializzare, vagai per tutto il primo anno cercando di capire cosa doveva fare materialmente, in che consiste, giorno per giorno, frequentare l’università. E mi sentii molto stupido. Molto più stupido di quanto mi sia mai sentito in vita mia. La cosa che più mi atterriva da bambino pensando alla vita adulta era che nessuno mi avrebbe spiegato, per esempio, come si compra una macchina, come si ottengono dei documenti, come si pagano le tasse. Eppure ogni oggetto che acquistiamo, perfino il più insignificante, è dotato di informazioni essenziali, lo è per obbligo di legge. L’ospedale, l’università, la vita adulta, no. Niente e nessuno ti spiegherà il loro funzionamento di base. La sopravvivenza in questi contesti è demandata alla tua capacità di reperire informazioni, in barba al tuo carattere, alla tua abilità nel “domandare”, alla tua faccia tosta. Questa a me pare la più grande pecca sociale della mia epoca, l’imperfezione più macroscopica della collettività umana nel ventunesimo secolo, un gigantesco diritto negato la cui negazione – paradossalmente – non è percepita come tale da nessuno, eccetto che dalle persone timide e socialmente renitenti come me.

 

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L’estate del ’78

16 aprile 2018

Nessun libro mi ha mai cambiato la vita. Ci sono però libri che mi hanno cambiato il corso d’una giornata, questo sì. Libri che mi hanno toccato così in profondità da convertirmi l’umore, appiccicarmi addosso nuove e più potenti paure, sviluppare in me delle insolite sensibilità. Un libro di questo genere è L’estate del ’78 di Roberto Alajmo (Sellerio), che racconta la storia tremenda della madre dell’autore, morta suicida, appunto, nel ’78. Eppure non è tanto la storia della madre, della sua depressione prima, della dipendenza da farmaci dopo, e della sua morte in ultimo, ad avermi distrutto la domenica, è piuttosto un sentore, un’aria, un profumo di certi giorni quieti d’estate che nascondono innominabili segreti, un tepore lento nel silenzio, o al più nel cicaleccio agostano, che si respira tra le pagine di questo libro, è il racconto di un momento cruciale dell’esistenza, quell’ora che ricorderai per tutta la vita, l’istante in cui l’universo intero si spreme e lascia stillare la propria essenza più pura, un condensato assoluto di dolore, amore, sofferenza, bagliore, la verità a cui farai ritorno fino all’ultimo dei tuoi giorni. È questo. Un libro che non ti cambia la vita, ma che ti cambia la giornata – in meglio o in peggio non importa – a me pare già tantissimo.


La memoria, la percezione e l’aspettativa

12 aprile 2018

Sono giorni in cui penso che potrei iniziare a scrivere qualcosa di nuovo, e per mettere in moto il dispositivo leggo Le confessioni di Sant’Agostino e ascolto in loop un disco che parla di Dio, di oscurità, di abbandono e di redenzione: Life is People di Bill Fay. Sant’Agostino diceva che il tempo è un’estensione dell’anima. Mentre io ho sempre creduto che l’anima sia un prodotto del tempo. Perciò ora mi ritrovo qui principalmente a cercare di risolvere questo bel paradosso. Così a un certo punto mi metto a scrivere, ma esce fuori solo questo:

La scuola si componeva di due edifici di mattoni rossi, i due edifici si spartivano le classi e i ragazzi: da una parte la scuola elementare, dall’altra la scuola media. Per arrivarci bisognava percorrere una salita a S. Alle pendici della salita c’era un enorme cancello blu, sul muro accanto al cancello c’erano tre scritte tracciate con lo spray: “W il ’68”, “Dio c’è” e “Chi ama la figa metta una riga”. Sotto all’ultima delle tre spiccavano molte righe.

Una bella delusione, non c’è che dire. Ma il lavoro che c’è da fare è cercare di conciliare il tutto, un lavoro enorme e non banale, il VERO lavoro di scrittura, soprattutto quando sai di avere in testa ben chiaramente che il tutto è possibile, che Dio, Sant’Agostino, Bill Fay e la memoria trafitta da quelle scritte sono parte di un’unica esplorazione verso cui tendi. “Solo impropriamente si dice che i tempi sono tre” – è scritto ne Le confessioni – “passato, presente e futuro, ma più corretto sarebbe forse dire che i tempi sono tre in questo senso: presente di ciò che è passato, presente di ciò che è presente e presente di ciò che è futuro. Sì, questi tre sono in un certo senso nell’anima e non vedo come possano essere altrove: il presente di ciò che è passato è la memoria, di ciò che è presente la percezione, di ciò che è futuro l’aspettativa”.


Sulla società senza lavoro ha ragione Grillo

15 marzo 2018

Quel che è giusto va detto. Il post di Grillo sulla società senza lavoro è la cosa più all’avanguardia prodotta dalla politica degli ultimi anni in tema di lavoro e di diritti. In sostanza Grillo scrive che viviamo in un’epoca di inedita floridezza, “abbiamo una capacità produttiva che è di gran lunga superiore alle nostre necessità”, e ancora “siamo condizionati dall’idea che ‘tutti devono guadagnarsi da vivere’, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere”. Grillo riprende, senza citarle, le idee di David Graeber (consiglio caldamente la lettura di un articolo di qualche anno fa, Il secolo del lavoro inutile) il quale a sua volta asseriva che esiste un sempre più ampio strato di persone che vengono pagate per non fare nulla. “La classe dirigente”, scriveva Graeber, “si è resa conto che una popolazione felice, produttiva e con del tempo libero a disposizione è un pericolo mortale (pensate a quel che è cominciato a succedere quando negli anni sessanta ci si è avvicinati a una vaga approssimazione di questa cosa). E d’altra parte, l’idea che il lavoro sia un valore morale in sé, e che chiunque non desideri sottomettersi a un’intensa disciplina lavorativa per la maggior parte delle sue ore di veglia non meriti niente, torna straordinariamente comoda a molti”. Grillo, cercando sponde teoriche a sostegno del reddito di cittadinanza, approda a una visione del lavoro arguta, anticipatrice, sensata, che certifica qualcosa di cui sono assolutamente convinto: non è in crisi il pensiero di sinistra; è in crisi chi, a sinistra, è chiamato a convertire quel pensiero in fatti politici. Una frase come quella con cui Grillo chiude il suo post – “Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita. Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato” – dovrebbe mettere in imbarazzo le classi dirigenti dei principali partiti comunisti, progressisti, riformisti, che si sono susseguite negli ultimi trent’anni. Qui, secondo me, c’è un serio spunto da cui partire per la madre di tutte le sedute di autocoscienza della sinistra presente e prossima ventura.


Stiamo davvero così male?

13 marzo 2018

Fra le tante cose interessanti emerse nell’ultima campagna elettorale ce n’è una che mi è parsa più interessante di tutte. A muovere il voto non è più l’interesse personale. Esempio: a Taranto la maggioranza dei lavoratori dell’Ilva ha votato per il Movimento 5 Stelle, che ha in programma la chiusura dell’Ilva. Tra una “minaccia” avvertita (l’immigrato clandestino, le banche, l’industria farmaceutica, i toscani in politica) e una minaccia reale, l’elettore ha più paura della minaccia avvertita. “Realtà” e “percezione” sono i due poli che separano la vecchia dalla nuova politica. La REALTÀ interessava la vecchia politica, quella che si fondava sul dinamismo, sul “fare”. La nuova politica punta tutto sulla PERCEZIONE (i dati del Viminale dicono che per quanto riguarda i flussi migratori, da luglio 2017 gli sbarchi nel nostro Paese sono calati del 67%, mentre Salvini prende valanghe di voti parlando di “invasione senza controllo”). Il leggendario milione di posti di lavoro promesso a suo tempo da Berlusconi oggi non smuoverebbe le masse dei disoccupati. Sul Foglio di oggi c’è un interessante articolo di Mattia Ferraresi in cui si parla del paradosso proposta da Steven Pinker, professore di psicologia ad Harvard, che arriva a chiedersi perché se il mondo – il nostro, quello ricco, occidentale – “veleggia spedito verso i lidi del benessere ineluttabile” – ricchezza diffusa, sicurezza, diritti – “per qualche sortilegio o illusione ottica collettiva la gente si ostina a dire che sta male”? Ecco, pensiamoci un momento, realisticamente, misurandoci su ordini di grandezza ragionevoli. Stiamo davvero così male?


Gli esseri umani di sinistra non nascono: vengono coltivati

6 marzo 2018
  • 1991. Il congresso di Rimini sancisce la fine del PCI e la nascita del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1992. Alle politiche, il PDS prende il 16% dei voti, il 10% in meno rispetto al PCI. È l’anno zero della sinistra.
  • 1994. L’alleanza dei Progressisti sbaglia un rigore a porta vuota. Berlusconi vince le elezioni. Occhetto si dimette da segretario del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1998. Sotto la guida di D’Alema nasce la “Cosa 2”, il PDS si fonde con altre forze della sinistra e nasce un nuovo progetto: i Democratici di Sinistra. È l’anno zero della sinistra.
  • 2000. Alle elezioni regionali il centrodestra guidato da Berlusconi vince in 8 Regioni su 15. D’Alema, prende atto della sconfitta e lascia la Presidenza del Consiglio. È l’anno zero della sinistra.
  • 2001. Alle politiche i DS prendono il 16%, alle spalle di Forza Italia, che diventa il primo partito con quasi il 30% di voti. È l’anno zero della sinistra.
  • 2002. In una manifestazione organizzata dal centrosinistra a Roma a Piazza Navona, Nanni Moretti sale sul palco e lancia un’invettiva contro i leader della coalizione. Nascono i girotondi. È l’anno zero della sinistra.
  • 2003. In vista delle elezioni europee del 2004, Prodi propone a tutti i partiti della coalizione di centrosinistra di presentarsi sotto un unico simbolo, quello dell’Ulivo. È l’anno zero della sinistra.
  • 2007. I DS insieme alla Margherita e ad altre formazioni minori danno vita alla fase costituente del Partito Democratico. È l’anno zero della sinistra.
  • 2008. Alle elezioni politiche, PD e Italia dei Valori raccolgono complessivamente il 37% dei consensi, contro il 46% del Popolo della Libertà. È l’anno zero della sinistra.
  • 2009. Dopo le elezioni regionali sarde in cui Soru, governatore uscente e uomo di punta del PD, viene sconfitto da Cappellacci, Veltroni si dimette dalla carica di segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2013. Dopo la mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica, si dimettono Bersani e l’intera segreteria nazionale. Renzi vince le primarie per la scelta del nuovo segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2018. È l’anno zero della sinistra.

Io comincio a pensare che tutto questo è Matrix, una neuro-simulazione interattiva, e che ci sono campi, campi sterminati dove gli esseri umani di sinistra non nascono: vengono coltivati.


Non usate la forza

16 febbraio 2018

Il maestro di judo di mio figlio ripete continuamente: “Non usate la forza, usate la tecnica”. La lezione è di giovedì, inizia alle sei e mezza e finisce alle sette e mezza. Spesso guardo l’ultima mezz’ora, quella dedicata ai combattimenti e all’affinamento della tecnica. I ragazzi hanno tutti meno di otto anni, sono seduti sul bordo del tatami con le gambe incrociate in ordine di cintura. Il primo della fila ha la cintura arancione, l’ultimo la bianca. Mio figlio è giallo-arancione, una mezza cintura, com’è di prassi tra i piccoli judoka. So poco e niente del judo, così quando guardo i combattimenti e mi sembra di intuire che un lottatore sia migliore dell’altro, puntualmente il maestro fa i complimenti all’altro. Dice quasi sempre: “Non mi è dispiaciuto affatto”, riferendosi a qualche movimento che solo lui è in grado di cogliere col suo occhio esperto. Mio figlio ha una passione sfrenata per Star Wars. “Perché mio alleato è la Forza e un potente alleato essa è” sono le parole proferite da Yoda, il saggio gran maestro del Consiglio Jedi. Ma il maestro di judo ripete: “Non usate la forza, usate la tecnica”. Così, quando usciamo dalla palestra e commentiamo la lezione di judo, mio figlio mi pone sempre di fronte a questa dicotomia. Forza o tecnica? Allora penso alla matematica. La soluzione migliore per risolvere un problema non è la più logica, né la più breve, bensì la più elegante. Il matematico non ricerca solo l’esattezza in un procedimento, ricerca la bellezza nell’esattezza. Perciò ho provato a spiegare a mio figlio che non c’è opposizione tra forza e tecnica, tra la teoria dei jedi e la teoria del judo. L’importante è che il fine sia la bellezza. Il che, tutto sommato, mi sembra valido per molte cose.


Il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato

5 febbraio 2018

La teoria deduttiva che sta alla base dell’espressione “evitare altri fatti come quelli di Macerata, aumentando le espulsioni” è che chi ha sparato non ha colpa, la colpa è semmai dell’immigrato che occupava uno spazio fisico concreto che non avrebbe dovuto occupare, perché in quello spazio, se l’immigrato fosse rimasto nel suo paese d’origine, il proiettile aveva il sacrosanto diritto di transitare, perché il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato, perché quello spazio, quella traiettoria, si chiama ITALIA, non NIGERIA, e quindi tu, immigrato, per il solo fatto che possiedi un corpo, e per il solo fatto che il tuo corpo occupa uno spazio di una certa ampiezza, ti sei meritato l’italico proiettile. Chi dice questo è al 39,1% nei sondaggi pre-elettorali. Quasi un italiano su due crede che se affoghi nella merda è perché non sai nuotare.


Quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana

2 febbraio 2018

Ho visto le immagini della scuola di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta in cui uno studente diciassettenne ha sfregiato al volto con un coltello l’insegnante che voleva interrogarlo. Ma non è di questo che voglio parlare. La scuola è un istituto tecnico commerciale. Già la denominazione – istituto tecnico commerciale – è triste, come lo sono pressappoco tutte le denominazioni degli istituti superiori italiani. E il fabbricato, il fabbricato è triste, come lo sono pressappoco tutti i fabbricati delle scuole italiane, edilizia funzionale da quattro soldi, senza un minimo di attenzione all’estetica, complessivamente deprimente, in modo da educare alla mestizia i futuri adulti di questo paese. La scuola è intitolata a Ettore Majorana. Questo razionalmente non è triste. Eppure, ecco di cosa voglio parlare, un po’ mi è sembrato triste pure questo. La scuola in cui andavo io da ragazzino era intitolata a Ungaretti. A nessuno di noi fregava niente di sapere chi fosse stato Ungaretti. C’era stato un tempo tuttavia in cui una commissione toponomastica aveva stabilito che quella scuola media dovesse essere intitolata a Ungaretti. Pur immaginando, credo, che a noi studenti borgatari, cazzoni e sfaccendati, più dediti al Commodore 64 che all’Ermetismo, non fregasse una mazza di sapere chi fosse stato Ungaretti. Cosicché, se ripenso alla targa affissa all’ingresso della scuola – Scuola Media Statale G. Ungaretti – io, ecco, io mi intristisco. È sacrosanto che alle migliori intelligenze di questo paese vengano intitolate le scuole, ossia le istituzioni educative che dovrebbero favorire l’aggregazione sociale ed il civismo. Però penso che la tristezza che provo sia determinata anche dal fatto che queste intitolazioni vengano, per così dire, imposte, che forse se avessero chiesto il permesso a Majorana lui avrebbe detto: “Boh, signori, non sono mica tanto sicuro di voler prestare il mio nome a questo fabbricato di merda color mandorla pallido in cui, un giorno, uno stronzetto di diciassette anni sfregerà l’insegnante con un coltello perché non vorrà essere interrogato”. E se avessero chiesto il permesso a Ungaretti di intitolare la scuola media in cui sono andato io, lui, poeta di carattere volubile, contrastante, intemperante, ardente, ma anche tenero e nostalgico, lui avrebbe risposto: “Boh, tanto quei bulletti non penseranno mica a me, ma al Commodore 64”. Quindi, ecco, io avrei intitolato la mia scuola Scuola Media Statale Commodore 64, e l’istituto tecnico commerciale di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta Istituto Tecnico Commerciale Pokémon Go, in modo che, quando poi capita lo stronzetto armato di coltello che sfregia l’insegnante per non farsi interrogare, poi sui giornali non ci vanno a finire, neppure obliquamente, quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana, santiddio.


Un’antichissima filosofia

17 gennaio 2018

La notte mi sveglio tirando calci, sogno spesso qualcuno che tenta di irrompere nel mio appartamento, la mia testa è sempre veloce, anche nel sonno, i pensieri si affrettano come se ci fosse poco spazio, come una torma di spettatori impauriti che si assiepa davanti all’uscita di un cinema in fiamme. Di contro, la mia vita è così lenta, è talmente lenta che a volte mi sembra di impazzire. Tempo fa dalla finestra dell’ufficio guardavo un uomo che portava a spasso il suo cane, si fermava ogni due passi, lasciava al cane il tempo di annusare la strada, il muro, le ruote della auto parcheggiate, di decidere dove avrebbe depositato i suoi bisogni, erano entrambi lenti, il cane e l’uomo, si prendevano il tempo, non avevano ritmo, non avevano fretta. Le vite di tutti noi, per quanto possano sembrare frenetiche, in generale sono lente, costruite sulle pause e sulla pazienza, sullo sfinimento e sull’attesa. Ma la mia vita è più lenta delle vite degli altri, oltreché molto ma molto ripetitiva, quasi ossessiva nella sua reiterazione. Forse i miei pensieri sono veloci per contrasto, se avessi una vita convulsa, o quantomeno lenta di una lentezza, per così dire, regolare, penserei più comodamente, e anche i sogni sarebbero più calmi e distesi. Ho sentito il medico a cui mi sono consegnato qualche mese fa implorandogli di trovare un modo per rallentarmi i pensieri e sveltirmi la vita. Gli ho spiegato che va meglio rispetto a prima, sono rimasti solo i pensieri rapidi e i calci nel sonno, i colpi di coda di quella guerra cruenta, gli ho detto che, però, ora temo l’arrivo della primavera. “Per adesso non tocchiamo niente, lasciamo tutto così com’è”, ha detto. La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza, sostiene un’antichissima filosofia.


Raggi fotonici

17 gennaio 2018

Per superare il trauma della perdita della vite americana, sommo fallimento delle mie aspirazioni giardinesche, ho consultato un esperto giardiniere al quale ho chiesto che cosa, a questo punto della mia vita, potrei piantare che sia robusto, gradevole, duraturo, profumato, spedito nella crescita, resistente alla mia inettitudine, al che l’esperto giardiniere ha sentenziato: “La pianta che fa al caso tuo è la FOTINIA”. Perciò ho cercato notizie sulla suddetta fotinia, e ho letto: la fotinia è una pianta sempreverde, porta in estate foglie di color verde che si tingono di rosso in inverno ma non cadono mai. Dunque, mi sono detto, la fotinia è una pianta che per metà dell’anno è verde e per metà è rossa, ossia non è che si possa dire letteralmente “sempreverde”. Forse “quasisempreverde”. O “quasisemprerossa”. O “mezzaverdemezzarossa”. Quel che sia, è una pianta che, a differenza della famigerata vite americana, non perde mai le foglie. La vite americana le ha perse quando non doveva ancora perderle. Ho letto inoltre che la fotinia viene spesso usata per le decorazioni natalizie, “e anche in altre stagioni”, ho letto, “ha qualcosa di magico”. Ora, io non pretendo che abbia qualcosa di magico, la fotinia, pretendo che cresca e fiorisca e faccia tutte quelle cose che deve fare una pianta. Quando l’esperto giardiniere mi ha consigliato questa pianta, ho detto: “Aspetta un attimo che me la segno”, e in effetti me la sono segnata, ma col nome sbagliato: FOTONIA. Il perché è presto detto, nell’armamentario di Mazinga (mia prima, bambinesca passione) c’erano armi dai nomi bellissimi quali Ali Taglienti, Pugno Atomico Rotante, Grande Tifone e… Raggi Fotonici. Così la fotinia è diventata la fotonia. E poiché io insisto, nel segreto della psiche, a credere che il giardino (Supremo Imperatore delle Tenebre) sia uno spazio intimamente concatenato alle mie età infantili, l’idea di una pianta fotonica (o fotinica) che mi faccia dimenticare il trauma della perdita della vite americana mi fa prudere non poco i pollici (neri anziché verdi) che ho.


Le gioie delle cesoie

6 gennaio 2018
Il giardino è in condizioni disastrose. Cosicché – mi dico – oggi è il giorno che lo affronto. Armi in collo vado, e tronco, recido, accorcio, rastrello, estirpo, ammasso, setaccio, annaffio, ammucchio, sradico, divelgo, concimo, sfrondo, sfoltisco. Giardinaggio selvaggio, la mia specialità. Peccato per le viti americane che sono il mio grande rimpianto, ineluttabilmente defunte, al punto che sbarbo il terreno delle quattro radici secche, che furono americane, e fine della storia. Per tappare i buchi trovo una nuova disposizione per i vasi, che sono tre o quattro in tutto, niente di che. Alla fine contemplo a petto gonfio il giardino ringiovanito: per la prima volta dai tempi del trasloco – ormai un aprile fa – il risultato non è malaccio. L’indomani al primo insorgere dei dolorini mi dico: “Ah che belli i dolorini”, quei supplizietti quasi piacevoli, quelle fitte delicate tra tendini e muscoli a me ignoti che sembrano affiorare apposta per dirti: “Sei stato proprio bravo, un vero ometto di casa”. Poi alle 17:52, finito di guardare la partita in tv, bevuto un tè nero Assam con grisbì al cioccolato, all’improvviso, il tracollo. Ora cammino col culo a papera perché qualsiasi altra posizione del culo mi provoca non più i bei dolorini, bensì feroci supplizi, strazi e patimenti. Ah, che bella la casa col giardino, lo spazio esterno, un posto all’aria aperta dove potersi rilassare… Ah, le gioie delle cesoie…

 


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