Voi sapete qual è il delitto peggiore di questo tempo? È l’abolizione della complessità. Tutto è semplice, simplex, senza piega né doppiezza. Le cose senza piega né doppiezza sono le cose svelate, quelle sulle quali non ci sono misteri, su cui non c’è più niente da cercare, sono le cose che bastano di per sé, e che perciò non richiedono sforzi, sono state già viste per noi da qualcun altro, sono state pre-viste. E se davanti alle cose pre-viste si prova a dire: “Bè, però, guardando bene, c’è un tono grigiastro”, nessuno ti sta a sentire. Bianca. È bianca. Oppure nera, è nera. E questo rende tutto scadente, grossolano, effimero. Pure i drammi peggiori, come quest’ultima specie di guerra, o come quest’ultimo omicidio stradale, o come quest’ultimo bambino morto tra un continente e l’altro. Come quest’ultima cosa QUALSIASI. Io più ci penso e più mi convinco che questo è il male. E se il progresso umano, la politica, la comunicazione, le relazioni sociali, se tutto va nella direzione della sintesi, dell’iconicità, forse il pensiero doveva incamminarsi nella direzione opposta, affinare un senso per compensarne un altro. Invece tutto è rapidamente ingurgitato, digerito, espulso. E non resta niente, solo una fame macabra e continua.

Al congresso della Lega, Salvini ha detto che loro sono il bene, il futuro e il sorriso (o qualcosa del genere). Non so se l’abbia detto per furbizia, quella furbizia che in molti troppo spesso gli attribuiscono, o se lo pensi per davvero. In fondo non è così strano che lui pensi di essere davvero il bene che si oppone al male, il futuro contro il passato, il sorriso che eclissa il ghigno. Se parliamo di un bene relativo, allora la sua è una forma di bene, poiché è tale in relazione alla propria prospettiva e al proprio tornaconto. Se parliamo di un bene assoluto allora non è una forma di bene. Ma se parliamo di bene assoluto, neppure l’altro bene, quello che si contrappone al bene di Salvini, può definirsi bene. Anche quello, semmai, è un bene relativo. Quando Salvini dice che ciò che fa è bene, intende dire che è un bene per chi? Per se stesso, per quelli della sua parte, o per tutti? Mentre noi, sapendo che ciò che dice e che fa Salvini non è affatto bene, ma è anzi male, molto male, intendiamo dire che non si tratta di un male per se stesso o per quelli della sua parte (per se stesso e per quelli della sua parte abbiamo detto che è un bene), ma un male per tutti gli altri. Quindi – per paradosso – gli riconosciamo una parte di bene (il SUO bene relativo) e in definitiva gli contestiamo solo di non perseguire il bene assoluto, ossia di non fare ciò che neppure noi saremmo mai in grado di fare. Ma al di là di questi paradossi logici, ciò che mi chiedo è: i cattivi sanno di essere cattivi?

A Corso Francia anni fa ci fu un’invasione di uccelli. Gli storni convergevano sui pini alle cinque del mattino e attaccavano col loro trillo, un canto infernale che si propagava fin dentro gli appartamenti, nelle stanze da letto, trafiggeva i sogni, li appestava come le voci inquiete dei morti.
Corso Francia declina spartendo in due il territorio: a sinistra la collina Fleming, a destra Vigna Clara. I due quartieri si fronteggiano come i globi mercatoriani, la mattina sono rischiarati in basso da una luce ancora grigio-melma, in alto da una cresta di bagliore che spoglia i primi tetti, riducendo la comparsa del giorno a uno spettacolo malinconico e a una verità brutale. In mezzo le due carreggiate a tre corsie, che per percorrerle fino alle aquile legionarie del ponte Flaminio ci si impiega meno di un minuto.
Corsa Francia è una ressa. Al mattino sfrigola nel luccichio di macchine e scooter, masse di uomini che s’incanalano verso il centro della città, vecchi ministeriali e giovani impiegati con contratti a termine e camicie slim fit, piccoli lottizzatori, informatici, commercianti, professionisti, barbuti creativi, colf che vanno a servizio negli appartamenti dei Parioli lasciando all’alba le loro case in periferia – Giustiniana, La Storta, Cesano, Formello – per mettersi in coda sulla direttrice nord della città, sfilando attraverso la contea dorata dei meglio quartieri di Roma.
Corso Francia è terra d’assalto, un territorio conteso dagli uccelli e dagli uomini; due forme di migrazione che si replicano immutate ogni mattina al sorgere del sole.
Corso Francia è sinonimo di “Roma bene”, ma Roma non fa bene, e il bene non è di Roma, e chi non la conosce non sa lo schifo, il degrado, non sa l’orrore – urbanistico e psicologico – che infonde, non sa il male che fa, e quanto sia insana, per il corpo e per la mente, questa strada della “Roma male”.
Corso Francia fa paura le mattine d’estate, quando la luce abbagliante e la calura generano un senso di disfatta, e il fetore diventa il contrassegno del baratto, l’aver svenduto la città alle ragioni dell’automobile, la salute degli uomini all’immobilità del traffico.
Corsa Francia è un mostro. E adesso lo sapete anche voi.

Sto leggendo Il conte di Montecristo nella traduzione di Margherita Botto dell’edizione Einaudi. All’inizio del capitolo undicesimo, quando riceve la notizia che Napoleone Bonaparte ha lasciato l’isola d’Elba ed è sbarcato in Francia, Dumas scrive che il re Luigi XVIII “fece un intraducibile gesto di collera e di spavento, e balzò in piedi come se un colpo imprevisto lo avesse raggiunto contemporaneamente al cuore e al volto”. Perché quel gesto è intraducibile? Il narratore del libro conosce ogni fatto e ce lo riporta come se ne fosse testimone, è un occhio che ha vegliato sui personaggi e sulla storia, un autentico dio (l’onniscienza del resto è un attributo che le religioni monoteistiche riconoscono solo a Dio). Eppure, per questo dio, il gesto di Luigi XVIII non può essere espresso con i mezzi della parola letteraria, è intraducibile. Tutto il resto lo è, tutto ciò che è contenuto e narrato nelle 1232 pagine del romanzo è traducibile. Il gesto di collera e di spavento del re no. Quel gesto non trova un corrispondente nella divina lingua letteraria del narratore che tutto sa. Ecco, trovo che questa ammissione di Dumas, questo confessarsi tra le righe inidoneo a testimoniare fino in fondo la storia, sia una dichiarazione potente e bellissima. È il riconoscimento che c’è un errore di progettazione, un bug nel sistema su cui si fonda la letteratura, che c’è una falla perfino in dio.

Giovedì scorso, rispondendo alle domande del gruppo di lettura Pagine Vagabonde di Mendrisio, credo di aver detto che non considero la scrittura come un atto separato dalla vita. Scrivere autobiografia non è dare conto degli eventi che ho vissuto, ma è la parte finale di quegli eventi. Penso che le cose che mi accadono non siano mai pienamente concluse se non intravedo per loro un approdo nella pagina scritta. Forse questa è la forma di ossessione più grave che mi riconosco, ma è anche il modo che mi è più congeniale per dare sostanza e senso alla vita. La sera, dopo l’incontro, leggendo L’evento, il libro di Annie Ernaux che esce oggi (a pubblicarlo in Italia è sempre L’orma editore, a tradurlo sempre Lorenzo Flabbi) e che racconta l’esperienza di un aborto clandestino nella Francia degli anni Sessanta, ho trovato nelle ultime pagine questo passo:

“Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, c’è n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

La bellezza di questo libro è lancinante, e non solo per il racconto feroce e dolente dell’aborto, ma anche per questa ammissione finale. In precedenza, a metà libro, Annie Ernaux scrive di aver sognato di essere nella stessa situazione del 1963, e aggiunge:

“Ricordare il sogno mi ha fatto credere di aver ottenuto senza sforzo ciò che cerco di ritrovare con le parole – rendendo inutile il mio processo di scrittura”.

Da tempo, leggere e scrivere autobiografie, mi pone di fronte a due domande incessanti: Qual è il momento esatto in cui si compie la mia vita, quando vivo o quando scrivo? Scrivere è un modo per ritrovare qualcosa che credevo perduto, o è un espediente per perdere nuovamente quella cosa, e per continuare a perderla, e perderla, senza requie, fino alla fine?

La cosa che mi ha sempre colpito nella fisionomia di Stephen King è il prolabio, cioè la parte anatomica che separa il naso dalla bocca, altrimenti detto solco sottonasale, che in Stephen King è una Panamericana a 9 corsie per carreggiata, e il fatto che l’estensione prodigiosa del prolabio non è data dalla posizione ribassata della bocca, ma dalla brevità del naso, il che dà l’impressione che gli occhiali da vista gli siano scivolati in giù tirandosi dietro gli occhi e tutto quello che c’è dietro.

Oggi cadono i cinquant’anni dalla morte di Kerouac. Cosa ha significato per me Kerouac è presto detto. Una volta un amico poeta mi disse che da giovane aveva passato del tempo a New York frequentando i beat: “A casa ho degli autografi di Kerouac”. Feci un respiro grande e gli risposi: “Devi sapere che è come se stessi dicendo a un bambino che possiedi il costume originale di Batman”. Quando nove anni fa nacque mio figlio, decisi di comprare un libro, scrivere qualcosa sul frontespizio, e metterlo da parte per quando sarebbe stato abbastanza grande da leggerlo con cognizione. Il libro doveva rappresentare una sorta di auspicio per la sua vita, doveva raccontare una storia che fosse un autorevole augurio di libertà ed emancipazione. Al libro affidavo il compito di tener viva in lui, sempre e comunque, la curiosità per le cose del mondo. Il libro che scelsi è Sulla strada. Il suo autore, Batman.

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