Due poesie di Carmen Yáñez

PRODIGIO

a Marcia Scantlebury

Se in quei giorni di ottobre
le bende nere
quando davvero la paura
mordeva la carne
e noi nascondevamo i nomi
nelle pieghe del sudore.
Mai fummo più vicine
alle rose
Ti ricordi quelle rosse
che paradossalmente crescevano lì,
nel cuore stesso del dolore?
Belle rose…
delle quali ci fu negato
il favore del profumo
ma non le tristi spine.
Se in quei giorni di ottobre
a Villa Grimaldi
quando neanche il mio olfatto
mi diceva che ti saresti svegliata,
Marcia,
ti avessi parlato
solo per consolarti
per curarti la ferita del viso
per liberare l’aria da un brutto sogno
per volgere lo sguardo all’indietro
prendendo il tempo per le corna
e ricostruire il velo di cipolla
che ci coprì
fino ad allora.
Se ti avessi fatto una promessa,
se avessi predetto
un incontro, in una città
lontana, bella
San Marco, Venezia
la città del ritrovarsi
prodigioso.
Non mi avresti creduto
Non mi avresti creduto
perché la morte batteva le ali
là fuori
e la bontà taceva.

CENOTAFIO

Erano giovani i morti della mia generazione.
Ridevano, colmavano gli spazi,
bruciavano le loro candele,
nemmeno ci pensavano alla morte.
Nel ventre, il seme
nelle volontà, un’utopia.
Nell’ora dell’insolente daga
li sorprese l’odio negli occhi della bestia
Erano giovani i morti.
Poi se ne andarono chissà dove
con tutti i loro semini.
La verità è che mi restano solo
le loro risate quando accendevano le torce
per illuminare i sentieri.
E alla fine: un pozzo profondo d’oblio
un calcestruzzo di farisei
un altro foglio negli scaffali della storia
Loro perseverarono.
Tenaci nella loro morte senza resa
irrompendo per sempre nella memoria.

Carmen Yáñez è nata nel 1952 a Santiago del Cile. Nel 1975 finisce nelle mani della DINA, la polizia segreta cilena di Pinochet. A villa Grimaldi c’erano piante, statue in marmo, fontane e mosaici sui muri, assomigliava molto a una villa italiana, ma era una struttura in cui veniva praticata la tortura sui prigionieri politici. Da Tobalaba, aeroporto vicino, partivano gli elicotteri pieni di corpi dei desaparecidos che successivamente venivano buttati in mare. Carmen Yáñez riesce incredibilmente a uscire viva dall’inferno di Villa Grimaldi, ma rimane in clandestinità fino al 1981, quando sotto la protezione dell’ONU si rifugia in esilio in Svezia. Durante la sua permanenza in Svezia, partecipa alla creazione di vari laboratori letterari. Dal 1990 la sua poesia comincia a essere pubblicata anche in Cile. Nel 1997 si trasferisce in Spagna, insieme al suo compagno di vita e di ideali, lo scrittore Luis Sepúlveda, e stabilisce la sua residenza nelle Asturie, in quella che lei stessa definisce una ricerca delle proprie radici. Come ha scritto Gianni Minà, la Yáñez “è una donna piccola, minuta, di una bellezza allegra, non sfiorita, ma i suoi versi di poetessa sono poderosi, impastati di pane e sangue”.

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