Il processo al poeta Islam Samhan

24 luglio 2009

Per ironia della sorte si chiama Islam, è un poeta e ha 28 anni. Dopo l’uscita della sua ultima raccolta di poesie, il muftì di Giordania lo ha dichiarato “infedele” e lo ha denunciato alle autorità civili. Alle affermazioni del muftì sono seguite immediatamente le minacce di morte da parte degli estremisti islamici. Tutto ciò perché Islam Samhan, nel pieno rispetto della propria religione, ha usato un versetto coranico per esprimere il proprio amore. «Solo una volta ho viaggiato nelle metafore senza intenzione e sono finito in prigione».
L’esito del processo intentato contro di lui non cambierà la sua sorte. Per i fondamentalisti l’accusa di apostasia equivale di fatto a una condanna a morte.
Quello che segue è un appello accorato del giovane poeta.

Il mio nome è Islam Samhan. Sono nato nel novembre 1981. Attualmente lavoro come giornalista al quotidiano indipendente giordano al Arab al Yawm. Ho pubblicato la mia prima raccolta di poesie, “Leggiadra come un’ombra”, lo scorso marzo dopo essere stato autorizzato dal dipartimento della Stampa e delle Pubblicazioni. Con mio enorme stupore il gran mufti di Giordania ha dichiarato che le mie poesie erano contro l’islam, e quindi mi ha definito un apostata. In seguito i Fratelli musulmani hanno avviato una campagna contro di me. Sono stato arrestato dopo che il mufti mi ha accusato di “apostasia” e di essere “un nemico della religione”. A seguito delle dichiarazioni del mufti, il dipartimento della Stampa e i Fratelli musulmani hanno chiesto che il mio libro venisse confiscato e che io fossi punito. Il pubblico ministero giordano ha stabilito che venissi messo in carcere per i quindici giorni necessari all’indagine. Tutto questo è accaduto il 19 settembre 2008. Vivo nel governatorato conservatore e a prevalenza islamica di Zarqa e ho ricevuto minacce anonime. Gli imam delle moschee mi hanno insultato durante i sermoni del venerdì. I vicini mi evitano e molti amici mi hanno abbandonato. La vita è diventata estremamente difficile per me, mia moglie che è incinta al quarto mese, e mio figlio di due anni. Non abbiamo più una vita normale. Non posso uscire di casa perché ho paura di essere ucciso. Esco solo per andare al lavoro dove il mio direttore mi ha detto che posso continuare a scrivere solo a patto che non firmi i pezzi con il mio nome. La mia raccolta di poesie non voleva insultare l’islam. Ho incluso versetti coranici solo in senso metaforico. La letteratura e la poesia sono passibili di diverse interpretazioni e le persone che sono contro la libertà di espressione li hanno interpretati in senso letterale. Sono convinto che la campagna contro di me serva solo a bloccare la creatività dei poeti e degli scrittori giordani. La libertà d’espressione è sancita dalla nostra costituzione, ma a quanto pare dovrò pagare per essermi preso la libertà di esprimere le mie idee in versi!

Uno scrittore fra gli assassini
Non avrei mai immaginato che un giorno della mia vita mi sarei trovato sul banco degli imputati, non avrei immaginato che un giorno sarei stato convocato innanzi a un tribunale. Lo stesso tribunale che giudica gli assassini. Ad attendere il suo turno con me un omicida. Non ho versato nemmeno una lacrima per timore che qualcuno potesse pensare che ero debole e che mi ero arreso. Piangevo dentro di me soprattutto per il modo in cui veniva trattato lo scrittore. Stipato tra assassini e ladri, con tutto il rispetto che posso avere per loro in quanto esseri umani. Tuttavia io non sono colpevole, non ho commesso un atto scellerato, né un omicidio. Non posso essere trattato come un omicida! Mi sono svegliato presto, ansioso, non volevo arrivare in ritardo all’appuntamento speciale. Il luogo in cui si teneva l’udienza era in un’altra città, non in quella in cui vivo. Il tutto comportava quindi un viaggio. Mi sono trovato in piedi davanti al giudice a osservarne i lineamenti per tranquillizzarmi. Volevo trovare nel suo viso la conferma che avrebbe ammesso l’ignoranza e la stupidità delle persone che avevano stabilito che mi dovesse essere inflitta la pena più alta. Tuttavia nessun segnale positivo da parte sua. Perché nei paesi arabi non si giudica in base alla giustizia, bensì in base ai rapporti personali e d’amicizia. I testimoni convenuti mi lanciavano occhiate che sembravano proiettili puntati alla mia testa e al mio cuore. Sguardi pieni d’odio e astio nei miei confronti, nei confronti del nemico di Dio e della religione solo perché ho detto «il labbro inferiore è più splendente del volto di un dio che si pavoneggia della sua saggezza» e altre cose di questo genere. Cose molto più belle dei loro visi che trasudavano ignoranza, astio e desiderio di capire quel che si agitava dentro me. Non so come sono potuto restare in piedi, immobile. La mia schiena era appoggiata alle sbarre della cella dentro l’aula. A mani congiunte, ho infine rivolto lo sguardo al cielo e ho esclamato: «Dio mio, quanto abbiamo bisogno di te quaggiù!».

(traduzione di Valentina Colombo)

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