Paul Polansky Undefeated

E prima di scrivere di Polansky – poeta americano classe ’42, ma anche fotografo e operatore culturale – pensavo a De André, a quella parte dell’umanità che attraversa tutta la sua opera, a Khorakhanè, a “Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere”. Polansky è un poeta con una vita avventurosa e varia alle spalle, uno che vive da anni nei Balcani per dare voce poetica al popolo più maltrattato e oppresso della storia, quello “rom”, uno che si è rifiutato di combattere in Vietnam perché aveva visto “troppi bravi compagni di scuola tornare rovinati da quella guerra”. Nei suoi scritti c’è l’esperienza di sessantasette anni di vita vissuti intensamente e l’impegno a salvaguardia di una cultura, quella gitana, che la civiltà occidentale da sempre tende a cancellare. Nel 1994 il Comune di Weimar, in Germania, ha concesso a Paul Polansky il prestigioso Human Rights Award, consegnatogli dal Premio Nobel Günther Grass. La notizia è che Polansky sarà in tour in ottobre in occasione della pubblicazione del suo libro antologia “Undefeated / Imbattuto” per Multimedia Edizioni. Per gli approfondimenti www.casadellapoesia.org.

.

Paul Polansky, IL POZZO

Mi presero al mercato
dove la mia gente una volta vendeva abiti,
dove gli albanesi ora fanno contrabbando.
Quattro uomini mi gettarono nel sedile di dietro
di una Lada blu, gridando “Ve lo abbiamo detto,
niente più zingari a Pristina.”
Mentre mi spingevano sul pavimento,
sentii la canna di una pistola nel mio orecchio sinistro. Era così fredda
che sobbalzai proprio mentre qualcuno premeva il grilletto.
Il sangue mi schizzò sulla faccia
dalla ferita sulla spalla.
Caddi giù, fingendo di essere morto.
Pregai la mia amata e defunta madre,
tutti gli spiriti, che quegli uomini non si accorgessero
da dove fuoriusciva il sangue.
Quando arrivammo, mi tirarono fuori
per i piedi. La testa sbatté per terra
rimbalzando su alcune pietre.
Mi gettarono a testa in giù in un pozzo.
Non toccai l’acqua.
C’erano troppi corpi.
Rimasi rannicchiato, quasi incosciente
fino a che l’odore della calce umida
mi fece riprendere i sensi.

Trattenni il fiato finché sentii
la macchina ripartire, poi mi sentii soffocare
dal fetore che mi circondava.
Con una sola mano, mi tirai su
arrampicandomi su gambe rigide
che mi fecero da scala.

La mia faccia, le mani, il mio intero corpo
bruciava per la calce. Usai dell’erba
per pulire quello che potevo,
poi camminai barcollando lungo una strada sporca
verso una lunga fila
di luci che si muovevano lentamente.

Venti minuti più tardi ero sull’autostrada
guardando i camion e le jeep color oliva,
che mi passavano accanto come se fossi un palo del telefono.
Alla fine crollai davanti a due fari.
Non so dire se l’ultimo suono che sentii
fu uno stridio o un grido.

Il giorno dopo in un ospedale militare
NATO fui interrogato per qualche minuto.
L’interprete albanese fece ridere i soldati.
A mezzogiorno stavo camminando
attraverso i boschi seguendo un sentiero per carri
che nessuno usava più,

tranne gli zingari
che fuggivano da un paese
in cui avevano vissuto
per quasi
settecento anni.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: