Buon vecchio amico Gregory

I poeti della beat generation hanno accompagnato le primavere dei miei vent’anni, quando seduto in giardino, sottovento il profumo delle prime rose di maggio che sbocciavano, mi lasciavo scorrere dentro agli occhi la vita degli hipster, di quegli innocenti e dal cuore aperto che correvano da un bar all’altro, da una città all’altra, da una donna all’altra, alla ricerca della beatitudine perfetta. Immaginavo i loro mondi d’America come deve aver fatto Salgari senza uscire mai di casa con quei luoghi remoti del mondo descritti nei suoi romanzi. E con loro accadeva qualcosa che non ho più provato con altri scrittori o poeti, con loro si annullava la distanza fra autore e lettore, era come se il poeta mi invitasse al bancone del bar e con la scusa di bere mi raccontasse di lui, di sua moglie, del padre mai conosciuto, della prigione, dei campi e delle banchine sui fiumi d’America. E trovavo così assurdo che arrivasse quell’ora della sera, quando il sole si abbassava al tramonto e l’arrivo delle zanzare mi convinceva a deporre nella libreria l’atlante su cui scarabocchiavo le rotte descritte su “On the Road”, trovavo assurdo che Jack Kerouac, o Jack Duluoz, o Ti Jean, non fosse lì ad aspettarmi, oltre lo steccato, con una valigia logora e una croce al collo. Ora so, per esempio, che Gregory Corso sta a Roma, che le sue ceneri sono sepolte nel Cimitero acattolico di Testaccio, vicino alla tomba di Shelley. Sulla lapide è incisa la frase “Lo Spirito / è Vita / Attraversa / la mia morte / all’infinito / come un fiume / che non ha paura / di diventare / mare”. Non ho più vent’anni, non ho più un giardino in cui sbocciano le rose di maggio, e tra me e loro ho messo chilometri di libri e di poeti, ma se salto in macchina posso andare a parlare con l’uomo che scrisse The Bomb in forma di fungo atomico, che alla fine è balzato fuori dal mio atlante come una tigre di Mompracem per venire a riposare qui, per venire a Roma. Buon vecchio amico.

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Gregory Corso, CIAO

È disastroso essere un cervo ferito.
Sono il più ferito, lupi incalzano,
e ho anche i miei difetti.
La mia carne è artigliata dall’Inevitabile Uncino!
Da bambino vedevo molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona-che-parla-da-sola?
La persona-presa-in-giro-dai-vicini?
Sono colui che, sui gradini di un museo, dorme coricato sul fianco?
Porto l’abito di un fallito?
Sono lo svitato?
Nella grandiosa serenata delle cose
sono il brano più cancellato?

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1 commento
  1. Betti ha detto:

    Rimangono in volute

    Una tomba per Corso c’è in Italia
    come altrove per Kerouac
    e per Ginsberg, dolente, sulla strada.

    Rimangono in volute gli spiriti dei versi, fumi di calumet ai piedi di montagne, sprofondamento
    in alcool da Nautilus nostrani – in cambio il vampirismo “Che bello che esaltante!”
    e il brivido
    sociale ma a letto non ci andaste, sapevano di altrove, di piaghe sotto i piedi,
    di vomito sui treni “E se mi piscia addosso?”, così solo la pietra è degna d’ospitarli
    ma non vado a cercarli non vado ai cimiteri
    troppo li amai da vivi ed ora stanno accanto al mio momento estremo
    di notte assieme al cane dormono nel mio letto, spartiscono le pulci i peli e gli acri olezzi
    mentre nel mondo tace la voce che li espresse.
    Riporto una poesia di Gianni Milano poeta Underground a mio giudizio stupenda che racconta di un periodo da lui vissuto

    Rimangono in volute
    Leggete le parole leggete gli intervalli leggete e masticate non trangugiate in fretta
    evitate il black out la bolla nella gola l’ansia che stringe un nodo
    per il ballo finale senza scarpette in vetro che un furgone ha spezzato
    con un gran fiore in carta in tasca un grimaldello per aprire le porte oltre le quali Morte.

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