La marcia e il canto del figlio del nomade

31 luglio 2009

A metà della notte ho sognato il deserto. Qui da noi non c’è il deserto, ma c’è molto mare e molto azzurro, e deliziose colline, seducenti colline italiane. E le città sono talmente piene, piene di nebbie e di uomini, piene di fabbricati e di costruzioni. Le nostre città sono riluttanti al vuoto. Dev’esserci molta luce nel deserto, e molto buio nelle notti senza luna. Il deserto è luogo di nomadismo per eccellenza. So che c’è un poeta, Mahmoudan Hawad, che viene dal deserto del Sahara, i suoi padri sono i Tuareg, i nomadi, i carovanieri del Sahel. So che la poesia di Hawad è poesia nomade. Una sua frase dice: “Per il nomade, il pensiero esiste solo quando è in marcia o quando canta; tutto ciò che è nomade deve essere cantato o in cammino per essere veramente tale”. La poesia è nomade per sua natura. È nomade perché fin dalla notte dei tempi si diffonde attraverso il racconto orale. È nomade perché percorre i linguaggi, si traduce, e pur restando sempre simile a se stessa assorbe un po’ di ogni lingua che tocca, arricchendosi a ogni passaggio. Queste spedizioni di versi che sono le poesie vagano da bocca a bocca, da uomo a uomo, e attraverso gli uomini da terra a terra. Le poesie, queste lunghe carovane di parole.

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Mahmoudan Hawad, AL FIGLIO DEL NOMADE

Calza i tuoi sandali
e cammina sulla sabbia
che nessuno schiavo ha mai calpestato.
Sveglia la tua anima
e bevi alle sorgenti
che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
Dispiega i tuoi pensieri
verso le vie lattee
che nessun folle ha osato sognare.
Respira il profumo dei fiori
che nessuna ape ha mai corteggiato.
Allontanati dalle scuole e dai dogmi:
i misteri del silenzio
che il vento rileva alle tue orecchie
ti bastano.
Allontanati dai mercati e dalla gente
ed immagina la fiera delle stelle
dove Orione allunga la sua spada,
dove sorridono le Pleiadi
intorno alla fiamme della Luna,
dove neppure un fenicio ha lasciato le sue tracce.
Pianta la tua tenda negli orizzonti
dove nessuno struzzo ha pensato di celare le sue uova.
Se tu vuoi risvegliarti libero
come un falco che plana nei cieli,
l’esistenza ed il nulla sospesi
alle sue ali,
la vita, la morte.

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Una Risposta to “La marcia e il canto del figlio del nomade”

  1. Marcorè Says:

    Ho conosciuto Hawad una grande persona e un grande poeta“Per il nomade, il pensiero esiste solo quando è in marcia o quando canta; tutto ciò che è nomade deve essere cantato o in cammino per essere veramente tale”. Andrea lo sai che io vivo
    in camper e non ho fissa dimora? Altro capitolo del romanzo "Sintonia"


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