L’amore è un fascio di spade

Fra tutto quello che siamo, siamo in principio il nostro nome. È questa la prima cosa che mi viene in mente mentre mi accingo a scrivere di Idea Vilariño, la grande poetessa uruguayana scomparsa nell’aprile di quest’anno. Era la seconda di cinque figli di un intellettuale anarchico, come in una specie di giuramento di purezza i suo fratelli avevano ciascuno un nome che esprimeva un segno: Alma, Azul, Poema e Numen. Lei, Idea, donna coraggiosa e appassionata, ma anche figura discreta e misteriosa nell’ambiente letterario uruguaiano, ha portato il suo nome come un destino, l’ha indossato per una vita legandosi prima di tutto alla poesia, ma annoverando nei suoi contrassegni distintivi anche i lunghissimi silenzi e l’assoluta emarginazione con cui ha affrontato destituzioni e censure politiche, come durante il periodo della dittatura di Bordaberry. Lei stessa ha raccontato che un giorno, nel liceo dove insegnava letteratura, provò un sentimento di vergogna quando vide un collega che portava in mano un suo libro di poesie. “Mi sentii umiliata nel vedere esposto al pubblico il sentimento più intimo della mia vita”, disse. Tutta la sua opera poetica è un atto intimo, una culla di dolore in cui affogare la solitudine esistenziale (“Sei un estraneo / un ospite / che non cerca / che non vuole / più che un letto / a volte. / Che posso fare / se non cedertelo. / Ma io vivo da sola.”). Era nata a Montevideo il 18 agosto del 1920, aveva fatto parte della cosiddetta “Generazione del 45”, insieme a scrittori come Juan Carlos Onetti, con cui ebbe una relazione sentimentale, e Mario Benedetti. Alcune delle sue poesie divennero popolari come canzoni.

Idea Vilariño, LETTERA II

Sei lontano nel sud
lì non sono le quattro
sdraiato nella tua sedia
appoggiato al tavolo nel bar
nella tua camera
buttato su un letto
tuo o di qualcuno
che vorrei cancellare – penso a te
non a chi cerca
accanto a te lo stesso che voglio io -.
Penso a te
ormai da un’ora
forse mezza
non so.
Quando mancherà la luce
saprò che sono le nove
stirerò il copriletto
m’infilerò il vestito nero
mi darò una pettinata.
Andrò a cena fuori
è ovvio. Ma a una certa ora
tornerò in questa stanza
mi butterò sul letto
e allora il tuo ricordo
che dico
il mio desiderio di vederti
che tu mi guardi
la tua presenza d’uomo che mi manca nella vita
incominceranno come ora
Incominci nella sera
che ormai è notte
a essere
l’unica cosa
che m’importa al mondo.

Idea Vilariño, SE MORISSI QUESTA NOTTE

Se morissi questa notte
se potessi morire
se io morissi
se questo coito feroce interminabile
combattuto e senza clemenza
raggiungesse il suo apice
e si afflosciasse
se proprio adesso
se adesso
morissi socchiudendo gli occhi
sentissi che è fatta
che ormai l’affanno è cessato
e la luce non fosse più un fascio di spade
e l’aria non fosse più un fascio di spade
e il dolore degli altri e l’amore e vivere
e tutto non fosse un fascio di spade
e finisse con me
per me
per sempre
e che non dolesse più
e che non dolesse più

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