Le voci del silenzio e dello sciamano

Quando osservo due persone sorde che comunicano fra loro attraverso la lingua dei segni mi incanto a fissarne i gesti che diventano parole, frasi acute, e gli sguardi sempre prensili, come le mani. Interessandomi di lingua dei segni ho scoperto, per diverse vie, le innumerevoli potenzialità di questa lingua, compresa la poesia. Nel caso della poesia segnata, la ripetizione, il verso, la rima e le figure retoriche si traducono in fenomeni equivalenti, ma di tipo visivo. Il senso stesso di poesia, del resto, non si può catturare, inscatolare, fissare in una forma. Qualche giorno fa leggevo alcune cose di Ira Cohen. Chi è Ira Cohen? Un fotografo, un cineasta, un poeta sperimentale, un “electronic multimedia shaman”, un visionario, un guru, un esploratore di misticismo o tutto questo insieme? In questo contesto la cosa è interessante fino a un certo punto. Ira Cohen è nato nel ’35 da una coppia di genitori sordi. A un anno imparò a parlare con le dita prima ancora che con la voce. Da quel momento in poi tutta la sua espressività di artista poliedrico si è sviluppata sotto il segno di una forte impostazione visuale. È questo che mi interessa. Negli anni sessanta Cohen prende in affitto uno spazio e lo tappezza con pannelli a specchio di materia sintetica, poi fotografa alcuni amici della scena artistica new-yorkese, tra cui William Burroughs e Jimi Hendrix. Il risultato sono ritratti ipnotici, surreali e fluttuanti. Come ipnotica, surreale e fluttuante è anche la sua poesia. Chiudo allora queste poche righe con una domanda: se la sua fisionomia sociale non avesse ricevuto l’imprinting dato dalla necessità di comunicare con due genitori sordi, tutta l’opera di Ira Cohen sarebbe stata differente?

Ira Cohen, DAL GIORNALE DEL MAROCCO – 1987

Il mio cuore si sente come un diamante non tagliato
Anche se è sempre lo stesso, non è lo stesso
Qualcuno parla di un ponte da costruire da Tangeri
a Algeciras o è Gibilterra?
“Sì e poi un’autostrada fino alle stelle o più probabilmente
un ascensore per l’Oltretomba”, dice Yellow Turban
a White Jellaba mentre il gas di scappamento esalato dall’autobus
li inghiotte, non lasciando dietro neanche
un’ombra.
È Mel Clay quello con la giacca bianca che sta girando l’angolo?
No, è un frutto della mia immaginazione sfuggito
dal manicomio.
È Ian Sommerville quello che cammina all’indietro lungo
la strada come attratto da una gigantesca calamita?
No, è William Burroughs che produce elettricità
dai gatti morti.
È Tatiana che brilla su Maxiton?
No, quello è il sole che balla nella zuccheriera.
È Marc Schleifer quello in bilico sull’orlo della scogliera?
No, è un promontorio nel vento del tempo
che sta per cadere nel mare.
É la 9° Sinfonia di Beethoven quella che suonano
per strada?
No, è il rumore dei furgoni del pane
che rimbombano sull’acciottolato.
È George Andrews quello con le due ragazze a disposizione
in cerca di soldi?
No, è un oggetto volante non identificato che sta per atterrare.
È One-eyed-Mose quello appeso per i calcagni?
No, quello è l’appeso che inventa i Tarocchi.
Davvero i morti sono così affascinati dal fare l’amore?
Sì, è così che viaggiano.
È Irving quello con i pantaloni corti in cerca di guai?
No, sono io incapace di smettere di pensare.
È Kenneth Halliwell quello che cerca Joe Orton?
È Jane Bowles quella che cerca Sherifa, Rosalind che cerca
il suo bambino, Alfred che cerca i suoi capelli perduti?
È questa la parrucca di tutto, l’abito rattoppato del mio cervello,
il vento che parla a se stesso?
Brion è morto e Yacoubi è morto, e io sono un non infelice fantasma
che ricorda tutto, l’ordito e la trama delle memorie,
la sua sottoveste gialla, la sua fica depilata, il suo bambino idiota.
Lo shuttle del sogno mi fa esistere ovunque contemporaneamente.
Continuano ad arrivare mendicanti ciechi guidati da bambini.
“Hanno tutti molte case nella Casbah,”
cantano i non credenti succhiando zucchero.
Le parole continuano a tornare Bezezel per tette, Litcheen
per arance, come Mina, come Fatima, come Driss Berrada
che si cala i pantaloni per fare un’iniezione nel bel
mezzo del suo negozio.
Il baule è pieno di vecchie cartoline color seppia,
ragazze a seno nudo che fumano narghilè eccetera.
Parliamo della cataplana, la foschia che oscura
persino il cielo, non riesci a vedere neanche la tua mano
davanti alla faccia
Ci abbracciamo, dice che ha pensato a me proprio ieri
dice che nel mondo ci sono sempre nove uomini che
ci somigliano e che noi siamo il decimo.
Parliamo delle fasce d’oro nel cielo su Mulay Absalom.
Lo spazzino con gli stivali di gomma va lungo Socco spingendo
bidoni con le ruote pieni dell’immondizia raccolta.
Una donna senza velo esce barcollando da un taxi e si dirige verso casa
prima dell’alba.
Paul non poteva credere che ci fosse una Karma Street,
ma io non lo dimenticherò mai.
E Billy Batman, che faceva il miglior pasticcio di carne del mondo,
fece cadere una pistola carica a Kabul, si sparò nelle palle,
prese dell’eroina e si mise giù a morire.
Ora devo alzarmi dal mio tavolo al Café Central aperto tutta la notte.
Niente più dr. Nadal, non più finestre con croci rosse e
lune crescenti rosse.

L’acqua gettata a secchiate scorre sui pavimenti dei Caffè
e sui marciapiedi e io faccio cadere un dirham nella mano
di un mendicante cieco che canta nel buio sulle scale americane.

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