Nella terra dove le donne sono più vecchie di Dio

Non ho mai viaggiato in Africa, non ho mai saputo niente dei suoi silenzi. Un caro amico ha provato a raccontarmi un giorno di una città (credo che fosse Kampala in Uganda) un tempo infestata da enormi uccelli che si abbattevano sulle strade, e quando il mio amico domandò da dove provenissero quegli uccelli, gli risposero che arrivavano dai grandi laghi, attratti dalle carcasse umane disseminate per le strade della città. Il mio amico naturalmente mi ha raccontato un sacco di altre cose sull’Africa, e tutto come se fosse il luogo da cui si diffonde la luce del mondo. E a ben vedere è proprio così che me la sono sempre immaginata, la madre del mondo, un cuore di luce calda e pulsante da cui scaturisce linfa e vita, ma che arde vivi gli uomini e la bellezza. Non si dovrebbe scrivere di un luogo che non si è conosciuto, però scrivere è come bere il filtro e addormentarsi e nell’abisso pieno di sogni c’è il mondo che non vedi e la musica che non senti. Scrivere è quanto di più vicino al sogno, perché ti consente di oltrepassare gli ostacoli del corpo. Allora oggi è la volta dei versi di uno scrittore e poeta nigeriano, Chris Abani, un uomo che ha pubblicato il suo primo romanzo a sedici anni e che per la sua attività letteraria è stato perseguitato politicamente nel suo paese finendo in carcere per ben tre volte, costretto all’isolamento, condannato al plotone di esecuzione e infine graziato ed esiliato. Oggi Abani è professore associato all’Università della California e la sua opera è concentrata nella denuncia di quelle nazioni che negano le libertà fondamentali ai propri cittadini. Mi affido a lui, acciambellato sul grande palmo della sua poesia, per provare a volare ancora una volta sopra il vuoto del mondo.

 

Chris Abani, DURBAN, SUD AFRICA ALCUNE ANNOTAZIONI SIGNIFICATIVE

Giraffe di metallo s’inerpicano sul dirupo
verso il faro. Al chiaro di luna,
balene, o i loro fantasmi, imbrattano la sabbia.

C’è un museo vicino al parco, che ospita
l’apartheid; contenuta in rigidi manichini di cera.

L’autobus turistico si ferma al margine della strada.
A destra una città di neri, a sinistra una di indiani.
Indicandole, dice: Questa è la segregazione razziale.

Una pausa al bar, la lista delle bevande offre-
Red’s divas a cinque rand l’una.

Ogni notte il frangersi del mare mi ricorda
che qui le donne sono più vecchie di Dio.

Questa gente porta con sé i defunti,
plasmandoli su ogni faccia che incontrano.

L’amore ronza ancora come un diapason
e il suono che si diffonde svanendo
è l’espansione di qualcosa di più.

La loro assenza è acuta e bramo
il battito delle farfalle come coriandoli.

I mattatoi ammorbano il paesaggio con la sinistra
aria di morte, cartelli annunciano: Macelleria Zumba
come se fosse lì che la sete di sangue di Zumba
avesse avuto la meglio su di loro.

Il condizionatore della mia stanza canticchia
una nenia per un mare troppo preso a diffondere voci.

La morte saltella tra i bambini di strada
che giocano a campana nel traffico.

La donna che canta in zulu, in un bar giamaicano,
invoca il fuoco, invoca il fuoco.
Non v’è contraddizione.

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