Come strade d’America le sue belle rughe da ragazzina

Nel tempo in cui scoprivo i poeti della beat generation e mi perdevo nelle sere di primavera a correre con la mente dietro le avventure dei vagabondi americani a tempo di be-bop, sapevo che c’era una donna, qui da noi, che quei poeti aveva conosciuto e frequentato. In realtà quella donna aveva fatto di più, aveva tradotto quegli autori leggendari, ne era stata ambasciatrice e complice, e se io in quei giorni azzurri tenevo in mano i libri che parlavano di vagabondi beati alla ricerca della salvezza ascetica, e immaginavo una giovinezza epica sulle coste d’America, io lo dovevo a lei. Il solo pensiero di lei, della sua esistenza in vita, tracciava per me un filo invisibile che mi portava nel vivo di quella stagione irripetibile della letteratura del novecento. Era come se, al solo pronunciarne il nome, immediatamente si mettesse in moto una macchina del tempo che mi scaraventasse dritto nel Village della “trinità beat”, Kerouac – Ginsberg – Borroughs, e dei poeti, cantautori, scrittori, studenti, musicisti e artisti in fuga dalla società conformista, o nella Frisco del santone Henry Miller e della scuola di San Francisco, o nella Detroit dove Jack e Neal Cassady passavano sbronzi durante tutti i loro viaggi guidando una macchina vecchia e piena di giornali, libri e vestiti sporchi. Oggi lei non c’è più, è volata via con quel suo sorriso dolce e gli occhi stipati di vita, e forse senza di lei dovrò proteggermi un po’ di più dal freddo di questo inverno culturale, dovrò incominciare a credere che alla fine di un continente non c’è l’oceano e subito un altro pazzo autobus su cui saltare per tornare di nuovo indietro, dall’altra parte. Con lei svanisce un pezzo dei miei vent’anni, dei viaggi da vagabondo fatti per imitazione dei suoi poeti, delle notti insonni a guardare le stelle di Scozia, delle stazioni e delle maree che ci svegliavano a metà sonno costringendoci a fuggire sotto un ponte o una pensilina. Non l’ho mai conosciuta di persona, avrei avuto voglia di farle troppe domande, di correre con gli occhi dentro le sue belle rughe da ragazzina come se fossero state strade d’America. Arrivederci Nanda, nella prossima vita saremo beati per davvero.

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John Wieners, CAMMINO SOTTO LE STELLE LONTANE

 
 
 
Cammino sotto le stelle lontane
come facevo da piccolo con mio fratello, come facevo
in quelle lunghe, fredde
notti di S. Francisco, che sembravano non avere limiti –
solo viali
di colonne e sempreverdi,
senza muri.
E guardo in alto e vedo gli spazi tra le stelle
penso alle nebbie e alle miglia che le separano,
cosa attraverseremmo per essere insieme:
Così mi ritrovo a Churchill Street
tornando a casa dal negozio
gli occhi rivolti ai densi gruppi
che crepitano nella notte,
 
E sento di nuovo la domanda che dimora
nelle nostre menti
sull’idea che è dietro all’uomo
il suo posto nell’universo
e l’universo,
il suo posto nell’uomo.
 
E resto come quando avevo otto anni
con lo stupore di cos’è a creare tutto,
l’infinità tra ciascuna luce
e l’eternità di una.
E sono muto con la domanda
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2 commenti
  1. anna ha detto:

    bellissimo questo articolo e la poesia ed io che mi sento niente se penso alle esperienze culturali di cui si è nutrita Nanda

  2. giuseppebarreca ha detto:

    mi piace molto la contrapposizione tra la “primavera” di una stagione, forse irripetibile, della cultura occidentale, e l’inverno culturale della modernità, tecnologica e fredda. Un anno senza Fernarda Pivano, ma le voci dei suoi poeti le ascoltiamo ancora…

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