Quando ho scambiato il mio cuore con l’oceano

Sotto il cielo bianco e intatto di Ramallah una miriade di uomini transitavano veloci sotto le bandiere, il rumore della folla, come di una conchiglia all’orecchio, il suo popolo passava come una fiamma, senza pianto. Muri di mattoni bianchi comparivano alle spalle del corteo, i palazzi con grandi buchi al posto delle finestre aperte sul niente, era la nudità esposta di Palestina, la memoria del presente. I bambini si disponevano come il pane sulla tavola, rincorrendo il feretro del poeta. Il paradiso stava lì, nella luce violenta del sabato. Ho guardato decine di volte le immagini dei funerali di stato di Maĥmud Darwish. Ci sono scrittori che rappresentano un conforto per gli uomini, le loro parole sono balsamo per molte ferite degli occhi e dell’anima. Le parole di Maĥmud Darwish hanno curato lutti e ferite interminabili, erano il battito d’ali che accompagnava nel mondo la fame di libertà di un popolo. Nelle nostre pance gonfie d’occidente non abbiamo più bisogno di poeti, da noi non crescono più alberi di parole da cui attingere per saziare la nostra fame umana, la nostra lingua è secca e i nostri occhi impigriti da troppe false meraviglie. Se proviamo una strana forma di stupore davanti alle immagini di una folla popolare che accompagna il feretro di un poeta è la prova che stiamo imbarbarendo, e che la nostra decadenza non ha ritorno. Su Darwish ha scritto José Saramago: “Se il nostro mondo fosse un po’ più sensibile e intelligente, più attento alla grandezza quasi sublime di alcune delle vite che lo attraversano, il suo nome sarebbe oggi conosciuto e ammirato come, per esempio, lo fu in vita quello di Pablo Neruda”. È passato poco più di un anno dalla scomparsa di Darwish. Nello scorso mese di luglio quello stesso cielo bianco e intatto di Ramallah è stato colorato da cinquecento palloncini rossi bianchi e neri, i colori della bandiera di Palestina, per ricordare i minori palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il poeta sicuramente era lì, col suo cuore: “Quando torneremo come il vento / verso la nostra terra / guarda bene la mia fronte / vedrai le rose diventare palme / e le sorgenti diventare sudore. / Mi troverai come ero prima / giovane e bello”.

Maĥmud Darwish, DIARIO DI UNA FERITA PALESTINESE

La mia bandiera è color nero
il mio porto è una bara
e la mia schiena è un ponte.

Oh, autunno del mondo
che dentro di noi sei demolito
Oh, primavera del mondo
che dentro di noi sei generata.

Il mio fiore è rosso
il mio porto è aperto
e il mio cuore è un albero!

La mia lingua è il mormorio dell’acqua
nel fiume delle tempeste, negli
specchi del sole e del frumento
e nel campo di battaglia.

Forse alcune volte ho smarrito l’espressione
ma sono stato – senza vergogna – splendido
quando ho scambiato il mio cuore con l’oceano

Ho per te una parola, che non dissi ancora:
l’ombra è sulla finestra, ed occupa la luna

Il mio paese è un poema,
in esso ero un suonatore
ma poi divenni una corda musicale!

Il geologo è occupato,
analizza  la sua roccia.
Cerca i suoi occhi
nelle rovine dei miti.
Vuole provare, che sono
un viandante senza occhi!
che non ho nemmeno una lettera
nel libro della civiltà!

Ma continuo a seminare i miei alberi,
senza fretta, e a cantare per il mio amore.

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1 commento
  1. Moira ha detto:

    I versi di Darwish sono meravigliosi, ma non sono da meno le parole che li precedono.

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