Due voci

«Signore cosa sono quelli lì?».
«Sembrano uomini».
«Ma sono gli stessi uomini che ho conosciuto io?».
«Ce ne sono di vari generi, ma cosa li faccia diventare come quelli che hai conosciuto tu è un mistero assurdo».
«Loro erano più simili a bestie che a uomini».
«Qualcuno dice che anche le bestie, una volta morte, diventano angeli».
«Allora sono bestie morte».
«Non sono morte, sono solo addormentate».

Essendo il mio mestiere quello di divagare sulle cose, una settimana fa me ne sono andato su una spiaggia a guardare la razza umana. È quello che accade più o meno tutte le estati quando il sole dà alla testa, in alto il cielo e lontano il mare che ripulisce gli occhi accalorati. Mi sono disteso su un asciugamano bianco e ho nascosto la vista con un paio di grossi occhiali da sole. Poi ho cominciato piano piano a pensare. E ho pensato che, vista così, la specie umana sembra la più pacifica e docile fra le specie animali, al punto da non poter mettere paura a una mosca. La nudità degli uomini mascherava la divisione in classi, le pance gonfie o piatte, le gambe corte o ben tornite di muscoli, i corpi genericamente macchiati dal sole. Insomma, non potevo pretendere che mi annoiassi, mi piaceva cosi com’era, ognuno per i fatti suoi. Poi ho pensato alle storture del mondo, ai traffici umani, alle pagine di Ma Jian che avevo letto da poco sul cannibalismo nei campi di lavoro cinesi, ai fiumi ruandesi dalle acque rosse di sangue, ai versi dedicati da Etel Adnan al massacro di Jenin in Cisgiordania, alle milizie che in ogni parte del mondo ti uccidono se nel tuo frigo non c’è una birra per loro, e quell’alone di muschio tenero che fino a un secondo prima sembrava ricoprire quei pacati esserini nudi sul fitto della spiaggia si è dissolto in una visione terrificante. Così le due voci si sono rimesse a discutere fra loro, di angeli, di bestie e di uomini…
«Bisogna nominare la morte perché il corpo, il mio, la accetti senza fine».
«Allora, caro mio, devi capire che quei pallidi bagnanti curvi sui loro piccoli scherzi d’acqua appartengono alla più feroce delle specie animali apparse sulla terra».
«Ma basterebbe un cane affamato, e nemmeno dei più selvaggi, per toglierne di mezzo uno».
«Queste cose succedono, ma sono tanto rare, il più delle volte sono loro i cani affamati».
«Signore, allora credo di aver capito».
«Capito cosa?».
«Che una spiaggia d’estate non è il luogo migliore per giudicare gli uomini».

Viktor Kubati, dalla raccolta FINIMENTI DI FRUMENTO

Chi mi perseguita
dovrà avere il coraggio di deporre il suo cuore
oltre le sbarre della mia prigione.
Dovrà sapere degli uomini resi orfani,
dovrà guardare nei loro occhi.
Dovrà essere disposto a perdere la sua innocenza
sapendo che chi guarda nei miei occhi
perde la sua innocenza,
perché chi si accinge ad uccidere
è già un assassino.
Chi mi perseguita
è un uomo che ulula,
che chiama fratello il branco teso
alla caccia dell’agnello.
Chi mi perseguita
ha reso la mia libertà fuga,
la mia lontananza esilio,
il mio corpo ferita.
Ma chi mi perseguita
deve guardare nei miei occhi neri,
deve essere disposto
a fare del suo corpo ferita,
della sua lontananza esilio,
della sua libertà fuga,
perché chi getta il suo sguardo
nel buio della notte diviene notte.

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