Dalla parte del morto

In questi giorni stiamo vivendo il punto più basso nella storia del giornalismo libero italiano. Per giornalismo libero intendo la possibilità di esprimersi liberamente sui fatti di politica e di cronaca concessa a partire dalla caduta del fascismo fino ai giorni nostri. Ho usato la parola “concessa” perché mai come in questo momento si è compreso meglio come la libertà d’espressione rappresenti una “concessione” fatta da un potere politico. Una concessione, infatti, per definizione è l’atto con cui un potere pubblico conferisce a un privato alcuni diritti (in questo caso il diritto all’informazione) o la facoltà di svolgere un’attività di interesse pubblico. Questo significa che il potere di conferimento di un diritto rende implicito che quel diritto, così come può essere concesso, allo stesso modo può essere revocato. I governi italiani del passato si sono ben guardati dal rendere palese l’esistenza di questo potere di confisca del diritto all’informazione, pur avendo subìto a più riprese la tentazione di adoperarlo. Fino a oggi, appunto. Non è necessario scomodare il rapporto di Freedom House per apprendere che siamo un “paese parzialmente libero” e che in materia di libertà di stampa siamo secondi a paesi come Cile, Benin e Namibia. Oggi infatti, al contrario del passato, quel potere di revoca è brandito come un’arma minacciosa, viene esibito come lo stiletto che scintilla dalla giubba di cuoio di un malintenzionato. E la “mala intenzione”, questa volta, rischia di diventare un progetto concreto, feroce e preordinato. Un tempo, di fronte a una minaccia del genere, la società italiana avrebbe messo in moto i suoi anticorpi naturali, vale a dire la cosiddetta classe intellettuale. Immagino come avrebbero reagito i vari Vittorini, Volponi, Pavese, Pasolini, Calvino, Flaiano. Nell’Italia di oggi invece, nella completa assenza di una classe intellettuale credibile, appena decente, e con un minimo di ascendente sulla società italiana, l’ultima forma di resistenza è rappresentata dai giornalisti liberi. I piccoli intellettuali che animano i salotti estivi, gli scrittorucoli che si atteggiano ad antagonisti salvo infilare la testa nella sabbia come struzzi al primo stormir di fronde, i movimentini e i gruppetti autoreferenziali, quelli lì insomma, tacciono o preferiscono concentrarsi sul prossimo collettivo-bufala da vendere ai lettori, o quei pochi che sono rimasti. Come ha scritto qualche mese fa Alessandro Mauro su Elapsus, “gli intellettuali italiani d’oggi – la cui capacità di “mordere” il potere è inversamente proporzionale al quantitativo di “latrati” che elargiscono a ‘favore di camera’ – sembrano inani fantasmi di Canterville in cerca di suggestionabili imbecilli da spaventare”. E allora, se la libertà di espressione e il diritto di informazione in questo paese sono stati uccisi o rischiano di esserlo, io – parafrasando Brecht – sto dalla parte del morto. Io sto con i giornalisti, i giornalisti liberi e ben vivi, s’intende, quelli che fanno bene il loro mestiere, e non i sicari del potere, o i solleticatori di pance. Io sto con quei giornalisti italiani che hanno ancora il coraggio di sfidare il regime a testa alta, senza timore, e che oggi hanno una responsabilità primaria che in tempi normali non dovrebbe essere richiesta loro, quella di salvare la dignità dell’Italia.

Mario Luzi, da AL FUOCO DELLA CONTROVERSIA

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.
 
 
 
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1 commento
  1. maria ha detto:

    Analisi lucida e Luzi particolarmente adatto a rappresentare questa ignominia (che non è morte, ma sonno) della Ragione.
    Dove sono le grandi voci? Purtroppo solo nel passato riusciamo a trovarle…perchè oggi, francamente, quando vedo che persino U.Eco ha scheletri nell’armadio, non parliamo poi dell’aspirante Nobel a suon di dollari, C.Magris, e di altri tromboni…ho l’impressione di navigare in un pantano puzzolente.
    I buoni giornalisti che conosco (come Matteo Moder)si sono lasciati andare alla disperazione e all’ipocondria!

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