Chiedetelo a Shabtai

5 settembre 2009

shabtaiIeri nel nord dell’Afghanistan un raid della Nato ha provocato la morte di circa novanta persone. Secondo la Nato sarebbero rimasti uccisi soltanto talebani che avevano sequestrato del carburante destinato ai contingenti militari internazionali. Poco importa, secondo me, quale sia la versione, non voglio entrare nel merito di queste logiche tese a rendere più o meno gravoso il peso specifico dei morti ammazzati. Novanta morti sono novanta morti. Punto e basta. Il resto d’Italia è impegnato in beghe di ben altro livello, al resto d’Italia non frega niente dei novanta morti in Afghanistan. Quanto a me, mi lascio sfuggire queste poche parole e liquido la questione. Sarà il senso del dovere dell’obiettore di coscienza che sono stato un tempo, quando l’obiezione di coscienza aveva ancora un residuo di senso. O sarà che sto diventando disinibito e spensierato a furia di aggiornarmi sui massacri quotidiani commessi in nome di una religione o di un sistema aperto o di quello che volete voi. Però ho quel vizio che mi porta ad ascoltare le voci dei poeti che ne hanno sempre una da dire su tutte le questioni umane. Ah, i poeti… Certe volte i loro versi ti vengono incontro durante il giorno, si affacciano alla tua finestra come folletti ingegnosi che sanno precisamente quando è il loro turno. E così i versi dell’israeliano Aharon Shabtai, in questo esangue pomeriggio di tarda estate, sono spuntati sotto i miei occhi con una scelta di tempo perfetta. Sono quaranta versi che aspettavano novanta morti per chiedermi la parola. E allora se anche oggi il Signor Primo Ministro, l’Onorevole Generale, Sua Eccellenza il Deputato, Sua Santità, si affanneranno in trentesima pagina a dare la loro versione di un’altra strage al di là del mondo, ecco, che leggano questi quaranta versi e che si regolino su quello che devono fare.

Aharon Shabtai, SE MI CHIEDETE

Se mi chiedete
Di dare la caccia a un ragazzo
A 150 metri di distanza
Con un fucile a cannocchiale,
Se mi chiedete di sedermi in un tank e
Dalle altezze della moralità ebraica,
Fare penetrare un obice
Nella finestra di una casa,
Mi toglierò gli occhiali
E borbotterò cortesemente:
‘No, signori!
Rifiuto di spogliarmi
Per sguazzare con voi
In un bagno di sangue’.
Se mi chiedete
Di tendere le orecchie
Perché voi ci caghiate dentro,
Scusandomi, dirò:
’no, grazie!
Le vostre parole puzzano,
Preferisco sedermi
Sull’asse del mio cesso!’
Meglio dunque che la smettiate,
Perché se vi ostinate,
Se continuate a insistere
Che io mi unisca alla vostra muta,
Per grugnire insieme,
Perché insieme ci rotoliamo
E ci facciamo tutti crescere addosso
Setole di porco,
E insieme affondiamo
Le nostre narici di lupi
Nella carne cruda,
Perderò la pazienza
E risponderò con fermezza:
‘Signor Primo Ministro,
Onorevole Generale,
Sua Eccellenza Deputato,
Sua Santità il Rabbino,
Baciatemi il culo!’

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Una Risposta to “Chiedetelo a Shabtai”

  1. Moira Crociani Says:

    Ho letto di recente “Lettere contro la guerra” e “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. Lui di guerre ne ha raccontate tante, come inviato.
    Da tempo avevo maturato la convinzione che non esistono guerre giuste, ma mi serviva ancora una voce, una testimonianza forte, per radicare in me questa conclusione ancora più in profondità. Gli scritti di Terzani si sono affiancati allora nella mia testa a quelli di tanti altri, poeti e giornalisti, scrittori e operatori umanitari. Le sue parole si sono unite a quelle di Gino Strada, alle immagini di film indimenticabili (uno fra tutti, “La sottile linea rossa” di Malick), alla figura grandissima di Gandhi, ai racconti di mio nonno catapultato dalla campagna toscana in un campo di prigionia tedesco.
    Adesso se mia figlia mi chiede se esistono guerre giuste, so risponderle con ancora più convizione che no, non esistono. L’unica via percorribile è quella della non violenza: Terzani dopo l’11 settembre lo ha gridato con forza anche nelle scuole e tra i giovani. Perché per essere non violenti, diceva, occorre una formazione più difficile che per diventare paracadutisti.


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