Ogni giorno un vecchio uomo

Lo vedo quasi tutti i giorni. Passa le sue ore solitarie nello stesso posto in cui trascorro la mia pausa pranzo dal lavoro, una tavola calda in un centro commerciale, il luogo d’incontro di tutte le miserie umane. Non so quale sia il suo nome. Non so nemmeno se abbia una moglie o dei figli, quelle cose a cui affidiamo la nostra eternità. So che è di corporatura robusta, ha spalle larghe, l’aria di chi pensa che sia bello starsene in disparte quando si è visto il fuoco cadere dal cielo. E so che mangia lentamente, con una pace remota. Fa un effetto strano, che colpisce, vederlo lì nella tempesta frenetica degli impiegati affamati, ostinatamente deciso a non rinunciare ancora alla contemplazione del mondo, un mondo che non gli assomiglia più da un pezzo, ma che lui guarda con curiosità o che semplicemente fa da sfondo alle infinite meditazioni della sua anima troppo vecchia. La dedico a lui, che ogni giorno – senza volerlo – mi aiuta un po’ a comprendere le fatalità della vita.

OGNI GIORNO UN VECCHIO UOMO

Ogni giorno all’ora di pranzo adocchio
Un vecchio uomo che ha l’abitudine di sostare
In un ristorante a self-service dove le cameriere
Educatamente fingono di ignorarlo
Ha il suo tavolo stabilito che occupa a metà mattina
Nella parte più soleggiata del locale
Trascinandosi dietro un piede gonfio e bluastro
Lo vedo masticare il cibo con le gengive
Perché ha mascelle rancide e senza denti
E una camicia azzurra stinta che protegge
usando la premura antica di appendersi al collo
una tovaglina di carta prima di mangiare
E spende il magro di una pensione in buoni-pasto
Con due menù al giorno da 7.50 per sentirsi forse
Meno solo
Meno solo fra le cravatte ben annodate
Meno solo fra i tailleur eleganti di professioniste che si aggirano
Su tacchi costosi inciampando ai tavolini
Con vassoi stracolmi di verdure essenziali e ricche
Di praticità
Dovresti vederlo questo vecchio uomo
Accerchiato come un albero dalle radici antiche
Tra le guglie risplendenti della modernità
Ha lasciato che il tempo stabilito passasse
E ora spende la sua vecchiaia commerciabile
Con le monete di giorni che furono
Così di fronte a questa ulteriore conferma
Della nostra incapacità a funzionare
Ad assolvere il dovere di accompagnare
Ogni uomo in condizioni garantite di decoro
Io vorrei
Vorrei che la Via Lattea lapidasse
I nostri osceni corpi squadrati
I nostri crediti bancari e i fondi-pensione
le nostre tribù barbariche
le nostre pretese di patriarcati
Perché a ferirci saremmo noi che siamo ancora tutti
Sulla terra
E non lui che è già per metà
In cielo

 

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8 commenti
  1. m0rgause ha detto:

    Io ti adoro Andrea…
    anche per questo scritto che sento così mio…
    ne posterò uno dedicato a un vecchio-vecchio davvero- amico, pittore povero e sconosciuto…
    t’accorgerai come si assomigliano, il web ha strade misteriose, davvero
    besos como alas de mariposa
    enrica

  2. siro gattineri ha detto:

    Conosco quello stato dell’anima, sentire, qualsiasi cosa hai che non hai niente, addormentarti ogni sera per l’ultima volta.

  3. maria ha detto:

    Questo tempo che ti concedi per vedere, capire e com-patire, ti verrà reso…anche se non in fondi-pensione!

  4. Andrea Pomella ha detto:

    Enrica, non vedo l’ora di leggere la cosa che hai scritto sul tuo vecchio-vecchio davvero-amico pittore, e conoscendoti mi lascerà col cuore sospeso ancora una volta.

    Siro, parecchie sere mi sono addormentato per l’ultima volta, ma è sempre l’ultima quella che ti rimette gli occhi sul mondo.

    Maria, il tempo che mi concedo per vedere e capire è parte di un mestiere che non mi sono scelto e per il quale non ricevo in cambio niente, né buoni-pasto né contributi per i fondi pensione. Se già ricevessi in dote un po’ di quell’ironia di cui tu sei maestra sarei comunque un uomo più ricco.

  5. In una società che considera la vecchiaia una malattia e che ha fatto della promessa dell’eterna giovinezza un industria fiorente, il vecchio di cui tu parli dà scandalo. Con la decoposizione progressiva dei tratti, con il suo masticare senza denti, è già positivo che non sia allontanato, ma sia tollerato. Quel pasto ( e il pasto è il clou della giornata per molti vecchi) è una ostinata e coraggiosa dichiarazione di appartenenza, il mostrarsi, una noncuranza o forse una sfacciata esibizione. C’è un ultimo rifugio della dignità, quando le condizioni esterne non te la permettono più, ed è dentro il cuore. Il vecchio come dici tu mirabilmente, medita, osserva,sa in una qualche misura che quel confronto che tu denunci fra la sua condizione e quella degli ignavi non è umanamente a suo sfavore. Comeè bello e amorevole il tuo sguardo.

  6. Andrea Pomella ha detto:

    Marco, sapessi quanto mi sono indispensabili le tue parole.

  7. saskia ha detto:

    La poesia salva il mondo, credo. Ma non perché è poesia. Non per le belle parole, non per il foglio su cui essa è scritta. Salva il mondo perché la persona che la scrive ha un cuore generoso e respira un’umanità che, quando guardavo negli occhi degli uomini, pensavo fosse tramontato.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Cara mia, anche tu hai un cuore generoso.

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