Le mani di Victor Jara

Ieri a casa si parlava delle mani di Victor Jara. Si faceva un’improbabile classifica sulle peggiori forme di dittatura espresse dall’uomo contemporaneo. Ed eravamo concordi nel riconoscere alla giunta militare di Augusto Pinochet un primato di orrore, schifo e miseria umana. Il primato è fondato su un paio di parametri che ritenevamo specialmente intollerabili, come la sadica brutalità con cui gli uomini della giunta si impegnarono a cancellare i giusti del Cile e la pressoché totale immunità di cui ha goduto Pinochet fino alla morte avvenuta a Santiago del Cile il 10 dicembre del 2006 alla veneranda età di 91 anni, immunità condita da speciali onorificenze come la famosa benedizione papale ricevuta nel 1993 in occasione della ricorrenza delle sue nozze d’oro, una vergogna vaticana che recitava più o meno così: “Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarte Rodriguez, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale”. A Victor Jara invece massacrarono le mani. Sua moglie Joan ha raccontato che quando ritrovarono il corpo nel luogo della sua agonia, un lungo corridoio al secondo piano, dove c’erano gli uffici amministrativi dello stadio delle torture di Santiago del Cile, insieme al cantante e poeta c’erano una settantina di cadaveri. “La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile”, disse Joan. “Quello di Victor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti”. C’è un particolare nella biografia di Victor Jara che mi ha sempre colpito, mi riferisco al fatto che, quando Victor era ancora bambino, la prima chitarra gliela regalò sua madre, e insieme alla chitarra gli insegnò a cantare. Fu sua madre quindi che gli fece il dono dell’arte e nel contempo gli diede gli strumenti del martirio che lo avrebbero reso immortale. Victor Jara morì senza il conforto delle “abbondanti grazie divine” di cui poté invece godere il suo infame carnefice. E morì senza le mani, che gli avevano permesso tante volte di suonare le sue canzoni di libertà.

Victor Jara, (I versi scritti nello stadio di Santiago del Cile poco prima di essere ucciso – settembre 1973)

Ci sono cinquemila di noi
in questo piccolo angolo di città.
Noi siamo cinquemila.
Mi chiedo quanti siamo in tutto,
nelle città e nel paese intero.
Solo qui
ci sono diecimila mani che piantano semi
e fanno funzionare le fabbriche.
Quanta umanità
esposta a fame, freddo, panico, sofferenza,
pressione morale, terrore e follia?
Sei di noi erano perduti
come nello spazio astrale.
Uno morto, un altro picchiato come mai avrei creduto
un essere umano potesse venir pestato.
Gli altri quattro vollero metter fine
al loro terrore:
uno saltando nel nulla,
un altro dando di testa contro un muro
ma tutti avevano nello sguardo la fissità della morte.
Quale orrore genera il volto del fascismo!
Eseguono i loro piani con
chirurgica precisione.
Niente importa loro.

Per costoro, il sangue equivale
alle medaglie,
il macello è un atto di eroismo.
O Dio, è questo il mondo che hai creato,
a ciò sono serviti i tuoi setti giorni
di lavoro e meraviglia?
Dentro queste quattro mura
solo un numero esiste
che non fa progressi,
che lentamente non altro desidererà
se non la morte.
Ma all’improvviso la mia coscienza
si ridesta,
e capisco che quest’ondata
non ha il battito del cuore,
solo la pulsazione delle macchine
e i militari che mostrano i loro visi
da levatrici piene di dolcezza.
Messico, Cuba e il mondo intero,
gridate alto contro quest’atrocità!
Noi siamo diecimila mani
che non possono produrre niente.
Quanti di noi nel paese intero?
Il sangue del nostro presidente,
il nostro compañero,
colpirà con più forza che non le bombe
e i mitra!
Così il nostro pugno colpirà di nuovo!

Com’è difficile cantare
quando devo cantare l’orrore.
L’orrore che sto vivendo,
l’orrore di cui sto morendo.
Vedermi in mezzo a così tanti
e innumerevoli momenti di infinito
nel quale silenzio e grida
sono la fine della mia canzone.
Ciò che vedo, non l’ho mai visto prima.
Ciò che ho provato e ciò che provo
daranno vita al momento.

4 commenti
  1. Gerald Pes ha detto:

    Mai dimenticare !

  2. maria ha detto:

    Quando succedevano queste cose orribili, aspettavo la mia bambina…con la pancia sono andata a tutte le manifestazioni. Alla mia bambina, poi, non ho mai cantato ninna nanne, le ho fatto ascoltare gli Inti Illimani: non si addormentava, la emozionavano troppo!

  3. Marco ha detto:

    Strano che non si abbia la percezione della sottile vena cronologica che lega gli uomini…l’11 settembre del 1973 avviene il golpe conto Allende ed il 27 dello stesso mese un fiore di libertà viene reciso nell’immagine che ci regali del mai troppo compianto Victor Yara.
    Gli esuli e i sopravvissuti Cileni portano la loro lotta avanti in nome dell’amore, della forza spirituale che figure infinite e comuni allo stesso tempo, gli hanno lasciato in eredità.
    Oggi la memoria si svende, in un distributore di Coca Cola su Ground Zero e ci si accanisce su una Moschea perchè sarebbe oltraggiosa nei confronti delle vittime che la nostra società riconosce come le uniche degne di menzione. Continuiamo a non capire. Continuiamo a non comprendere che la storia lancia in continuazione monite sul nostro futuro di essere incalcolabilmente piccoli e meschini. Ricordo il Cile e Victor Jara con le parole di Te Recuerdo Amnda…Era una storia di amore di lotta e fabbrica…Una storia che non ci appartiene più. tristemente….

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