Trieste sotto la luce di un cielo di frontiera

Ho girato tanto l’Europa e così poco l’Italia. Sarà che non assomiglio molto al paese in cui sono nato, e sarà soprattutto che viaggiare rappresenta la libertà di conoscere i limiti. Joseph Zoderer affermava che, per quanto strano e assurdo ci possa sembrare, l’uomo vuole essere prima certo di sé e appena dopo accertarsi del mondo che lo circonda. In questo senso, la certezza di me, del mio essere nel mondo, è stata da subito fuori dai confini della mia nazione, il mio percorso di esplorazione perciò è risultato inverso a quello della maggior parte delle persone. Sono tante le città in cui non sono stato. Non sono mai stato a Trieste, per esempio. Umberto Saba diceva che “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore, come un amore, con gelosia”. Trieste. Avevo una nonna che si chiamava così, come la città, forse in omaggio alla prima annessione di Trieste all’Italia nel 1920. Il suo nome mi evocava il vento, i libri di storia e una certa idea della frontiera, che non è un mito esclusivamente americano, e Trieste è in una terra al di là del confine, appartiene per certi versi a un’«altra» Europa, per altri invece è il luogo di un’«altra» Italia. L’ultima volta che ho incontrato questa città nelle mie letture è stato qualche anno fa, all’aeroporto di Francoforte, nell’attesa di un volo per Roma. Il libro era Lo stadio di Wimbledon, di Daniele Del Giudice. Oggi so che in autunno visiterò Trieste, so anche che dopo accadrà qualcosa che mi lascerà dentro un po’ di rimpianto, perderò per sempre la capacità di evocarla attraverso il nome o le parole di chi l’ha raccontata, o attraverso una poesia, come quella di Judi Benson, sotto la luce di un cielo di frontiera che finalmente mi coprirà per la prima volta.

 .

Judi Benson, TRIESTE

 

“oh quanto abbiamo ballato la sera che ci sposammo”

 

No, non la notte del cappello perduto, del bagaglio smarrito,
del treno perso, della registrazione nell’anonimato.
Avrebbe potuto essere una stanza dovunque,
noi un qualsiasi Signore e Signora Smith, sposini.
Avrebbe potuto essere una lunga notte
di un breve matrimonio.

“Ma oh quanto ballammo…”
d’impulso,
le stelle volteggiavano su di noi
mentre la banda suonava in piazza dell’Unità,
in tondo, in tondo andavamo
diventando dervisci della notte,
come se danzando avessimo potuto impedire ai nostri paesi
di uccidere persone che non conosciamo,
con cui non abbiamo litigato,
a cui non auguriamo alcun male,
nessuna difficoltà, niente bombe a colazione.

Ballavamo, fondendoci in uno,
come se tutta la nostra vita dipendesse da questo,
come se avessimo potuto ballare
sul sentiero d’argento creato dalla luna,
con le navi che sciabordavano nel porto,
il mare che chiamava da tutti e quattro gli angoli,
sussurrando, unità, unità, unità.

Annunci
1 commento
  1. Maria ha detto:

    Trieste,Quanti ricordi della mia infanzia,Ho sempre struggente il desiderio di ritornare in questa città,cosi’bella,dove risiedono gli affetti x persone che nn sono + se nn dentro di me.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: