Le ballerine dei miei carillon

Quando ti accorgi che ti mancano i personaggi di quel romanzo, quegli esseri umani che traboccavano dalla storia e che tu ti compiacevi di definire amici, significa che la letteratura ha compiuto il miracolo per cui è stata inventata nella notte dei tempi. Per molti mesi ho tenuto a mente le parole che David Grossman pronunciò durante un’intervista rilasciata in Italia l’anno scorso: “È un rapporto di tenerezza materna quello che lega l’autore ai suoi personaggi” disse lo scrittore israeliano. “Scrivere un romanzo è come nascondere una grande famiglia in cantina in tempo di guerra. Bisogna scendere un paio di volte al giorno, portare loro da mangiare, raccontare le ultime notizie, quello che succede fuori, e anche svuotare il vaso da notte”. Credo che difficilmente una metafora sull’atto creativo della scrittura sia stata più azzeccata di questa. Perché poi accade che ogni romanzo finisce con un tradimento, un atroce voltafaccia. Perché quei piccoli umanoidi con mani e occhi impalpabili, una volta arrivati all’ultima pagina, una volta svuotato l’ultimo vaso da notte, si voltano da qualche parte e svaniscono nel nulla. A quel punto a noi non resta che ignorarli, se non li abbiamo amati abbastanza da averne il cuore spezzato, e se proprio non possiamo fare a meno di loro, mettiamo da parte ogni rancore e ci disponiamo a coltivarne amorevolmente il ricordo, come cari estinti per la cui dipartita non vogliamo rassegnarci. Il primo giorno che mi sono messo a scrivere una storia, a inventare altre vite, ho avuto subito la sensazione di avere a che fare con dei piccoli vestitini di carta che andavano per conto loro, come le ballerine dei carillon. Nel luglio di quest’anno poi, all’Hamburger Bahnhof di Berlino, mi sono trovato di fronte a un’opera di Anselm Kiefer, Lilith, in cui la figura della “demonessa” era rappresentata con una serie di piccoli vestiti bianchi sporchi di cenere. È proprio così che  ho sempre immaginato i miei personaggi, dei minuscoli fantasmi con vestiti di carta sporchi di cenere, le ballerine dei miei carillon. Le grandi famiglie che ho nascosto in cantina durante innumerevoli guerre erano tutte lì, raccolte in un grande quadro, nella sala di un museo tedesco. Così, adesso, quando mi passano accanto, io so da che parte stanno scappando.

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3 commenti
    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao Tiziana, grazie.

  1. E’ davvero un modo così perfetto di vedere le cose. Così tremendamente meraviglioso da farmi male.

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