Non più servi, sapemmo di essere soli e vivi

La settimana scorsa, in Italia, è morto un poeta. Di per sé la cosa, messa così, ha un tono mestamente demodé. Un po’ perché siamo abituati a dare per scontato che in Italia non ci sia più nessuno che muore da poeta (da poeta vero voglio dire, non da qualcos’altro), e un po’ perché la notizia è apparsa nei siti di settore, e su qualche sporadico giornale, avvolta in un’ombra di estraneità, come vedere un individuo in redingote e con le guance imbellettate seduto al tavolo  riunioni di una multinazionale. Il poeta si chiamava Simone Cattaneo, aveva 35 anni, ed era umanamente e stilisticamente lontano dalla marea insipida e largamente insufficiente che annacqua la poesia italiana contemporanea. Aveva pubblicato in vita due raccolte, “Nome e soprannome” nel 2001 e il recente “Made in Italy” per Atelier Edizioni. C’è un altro dettaglio che contribuisce a conferire quel tono demodé alla sua scomparsa, è un dettaglio tragico e assurdo: Simone Cattaneo è morto suicida. Era un altro tempo quando i poeti commettevano suicidio; Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Pavese e molti altri, poeti sublimi, poeti carichi di conflitti, poeti senza pace, sono morti suicidi. Proprio Pavese scriveva nei suoi versi: “Il cuore / ci sussultò di sangue, / e non fu più dolcezza, / non fu più abbandonarsi / al sentiero sul fiume – / non più servi, sapemmo / di essere soli e vivi”. Oggi no, oggi un poeta suicida è un’assurdità. Ho trovato questi versi di Vera Lúcia de Oliveira. Mi sembra, dopo il silenzio, il modo più appropriato per ricordare Simone Cattaneo: “Quando ero piccolo portavo dentro di me / un’anima che non è cresciuta con il corpo / è rimasta bambina le persone non lo potevano / sapere mi dicevano ora che sei diventato grande / ma l’anima aveva paura di tutto e tutto era / pronto a ferirla là dove non avrei mai potuto dire”.

Simone Cattaneo, da NOME E SOPRANNOME

Stanotte di fronte al televisore spento
mi sono messo a ballare con una canna da pesca
un lento tragico e romantico, ho spostato i mobili
del soggiorno e al centro del pavimento ho ammucchiato
quotidiani vecchi, cartoni di latte e qualche
fazzoletto sporco. Poi ho dato fuoco a tutto
e mi sembrava di partecipare a uno di quei veri balli
studenteschi pieni di gioia e di speranza nella vodka
con un chiasso infernale che mi riempiva le orecchie
con il rumore del mare.
Spento il fuoco, qualche ombra fiera e dura
incisa sulle mura, la canna da pesca incrinata
sono rimasto a suonare su una tastiera sgraziata
chissà poi cosa
aspettando di riprendere fiato
e ho pensato di uscire all’aria aperta ma chiudendo
gli occhi il rosso del fuoco divideva ancora
il mio pavimento e non colava a picco,
rimaneva fisso lì a marchiare il territorio
in attesa di tutta la mia miseria.

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1 commento
  1. Un amico ha detto “quando muore un poeta il mondo dovrebbe fermarsi” … è vero … è come se ne morisse la bellezza, tuttavia io credo che sia la vera bellezza ciò che comunque sopravvive di un poeta e l’eredità che ci ha lasciato è di chi sa coglierla.
    un saluto

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