La casa vuota di Hermans

Se mi chiedessero quali sono i migliori cinque libri che ho letto nel corso della mia vita la domanda mi troverebbe impreparato. Comincerei a balbettare titoli su titoli, ripensando continuamente l’ordine di questa immaginaria classifica, e subito cadrei nell’errore di usare la mia scelta come un vestito da indossare per mettere in mostra la parte migliore di me. Così i miei cinque libri non renderebbero giustizia a nessuno, non la renderebbero a me stesso, né ai miei gusti letterari, né tantomeno ai libri stessi. Potrei allora immaginare più “playlist” di libri, una che comprenda i cinque libri che più ho amato, un’altra i cinque che ritengo fondamentali per la mia formazione letteraria, un’altra ancora i cinque più importanti per la storia dell’umanità in generale, e così via. La risposta non può essere in nessun modo univoca. I cinque libri sono un esercizio delicato di diplomazia. Ragionando tuttavia come se mi trovassi di fronte a uno di quei test psico-attitudinali nei quali conta anche la prontezza della risposta e in cui il somministratore del test ti dice, “Avanti, non devi starci a pensare troppo, dimmi il primo che ti viene in mente”, ecco, il titolo che si affaccia, svettando nell’oceano limaccioso delle centinaia di letture che mi sono lasciato alle spalle, è un romanzo breve di uno dei maggiori scrittori olandesi del dopoguerra, Willem Frederik Hermans. Il titolo del libro è La casa vuota. Nella biografia di Hermans c’è una vicenda interessante. Lo scrittore insegnava geografia all’Università di Groninga. Nel 1972 fu sospettato di trascurare l’insegnamento a vantaggio della scrittura. A quanto si sa fu addirittura istituita una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulla faccenda. Secondo i risultati dell’indagine Hermans fu accusato di usare la cancelleria dell’università per scrivere i suoi appunti. Il fatto costrinse Hermans a dare le dimissioni, in seguito alle quali si trasferì a Parigi per dedicarsi completamente alla scrittura. Come fece pronunciare a uno dei suoi personaggi tempo dopo, aveva abusato della sua posizione all’Università di Groninga “per fare qualcosa di utile con questa carta costosa che normalmente scomparirebbe, senza essere letta, nel cestino della cartastraccia, inquinando l’ambiente”. E la cosa, naturalmente, non può che trovarmi d’accordo. La Casa vuota invece appartiene a un’epoca precedente, fu scritto nel ’51. Il racconto è ambientato nel secondo conflitto mondiale, narra la storia di un soldato partigiano olandese, fuggito da un campo di concentramento, che si ritrova a combattere sul fronte ungherese rispondendo a ordini che gli vengono impartiti in lingue a lui sconosciute. Il soldato un giorno entra per caso in una villa abbandonata, si spoglia degli abiti militari e indossa quelli trovati nell’armadio della casa. La metafora dell’intrusione è straordinaria, il soldato è un estraneo che cerca di conformarsi alla nuova situazione (“Mi rasai davanti a uno specchio nel quale mi vedevo dalla testa ai piedi. In una stanza tutta tappezzata di specchi sarei potuto rimanere senza mai annoiarmi, come Robinson Crusoe sulla sua isola”). La casa vuota possiede una forza prodigiosa, è un racconto completamente amorale, scritto con un linguaggio feroce e freddo che riesce a rendere le atrocità e le alienazioni della guerra, ma anche il senso profondo della solitudine umana. Il libro è stato pubblicato in Italia per la prima volta nel 2005, a quell’anno risale la mia lettura e l’immediata folgorazione che ne è derivata. Perciò posso dire che dal 2005 ho un punto fermo, la mia unica, per ora, àncora di salvezza, e se mi facessero la fatidica domanda dei cinque libri, nel batticuore e nella confusione che mi assalirebbero, credo che – sì – saprei almeno da dove incominciare.

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3 commenti
  1. stefania ha detto:

    senza parole…….

  2. Andrea Pomella ha detto:

    Marco mi piacerebbe sapere poi che ne pensi.

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