Il cielo sopra Roma ai tempi lontani

Da qualche giorno a Roma è tornata la pioggia. Di per sé la notizia non è un granché se non fosse che ogni volta che piove qui si ha la sensazione che tutto sia assurdo e che il mondo improvvisamente non assomigli più a se stesso. Così i visi e le voci prese a sferzate dall’acqua hanno espressioni sorprese, gli occhi cercano impauriti un nascondiglio, le mani si muovono confuse fra tasche e nuche parandosi dal tiro del cielo. Roma sotto la pioggia si arriccia come i fogli di un libro esposto a troppa umidità, le sirene si accendono, le luci lampeggiano a intermittenza da una parte all’altra delle strade, gli odori della gente assomigliano a quelli dei cani. Di fronte a tanta frastornante musica a percussione questa città si arrende presto e torna a reclamare il sole. Tanti anni fa, quando ero poco più di un bambino, dopo la pioggia mi fermavo sempre a guardare il vento che inumidiva il cortile, le gocce che ricamavano arabeschi sulla superficie liscia delle pozzanghere, e aspettavo seduto sopra un pallone che i miei amici, come lumachine, uscissero di casa. Allora avevo la sensazione che alla fine dei temporali la terra si muovesse leggermente, e che l’aria oscillasse come per scrollarsi di dosso le ultime goccioline rimaste appese su un’immaginaria ragnatela, e che una partita di pallone dopo i fulmini fosse necessaria per fare pace col mondo. Ma i miei amici il più delle volte non uscivano, imparavano già da piccoli a diffidare delle nuvole. Così camminavo nel cortile, poi scendevo lungo la strada che portava alla ferrovia, e mi fermavo a osservare i grappoli d’uva sulla vite che risplendevano di luccichii argentati, il senso della vita sempre al suo posto, al centro di ogni cosa. Mi sono sempre chiesto perché con la pioggia certi ricordi insignificanti di quando ero bambino si sono sedimentati così intensamente nella mia memoria. Poi oggi sono incappato in questa poesia del poeta siriano Adel Karasholi, e ho forse trovato una risposta.

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Adel Karasholi, LEGGENDA SULLA PIOGGIA IMPERTINENTE

 

I
Ai tempi lontani lontani
Il cielo sopra la Sassonia era splendente chiaro e azzurro
Ma un giorno
Giunsero le nubi scure e coprirono
Questo meraviglioso azzurro

.

II
Quando l’indomani
Gli uomini sassoni si risvegliarono
Videro che l’azzurro brillante del cielo
Aveva pernottato negli occhi di una bambina

III
L’azzurro si era innamorato
Negli occhi di questa bambina e decise
Che il resto della sua vita
Lo avrebbe passato lì

IV
Da quel tempo il cielo sopra la Sassonia deve
Sempre piangere e piangere e piangere
Per il suo azzurro perduto
Scappato negli occhi della bambina

V
E il piccolo principe
Venuto dalla terra del Sole
Si è infiltrato nei capelli biondi della bambina
E ha riposato dopo il lungo cammino

5 commenti
  1. che meraviglia! tutto l’insieme, il tuo ripercorrere la pioggia negli arabschi delle pozzanghere e l’azzurro terso degli occhi dell’innocenza dopo la pioggia che tutto fa luccicare oltre le umane miserie.

    c’è quel sapore, quell’odore che solo i ricordi possono emanare…

    Poesia…. tutto.

  2. Anna B. ha detto:

    Mi viene in mente che, quando ero bambina, dopo i temporali estivi si alzava la nebbia e io la osservavo incantata e divertita, mentre il sole spuntava illuminandola a fasci, filtrando tra gli alberi. Allora ci correvo in mezzo, scomparendo un po’ alla vista degli altri e giocando con quella parete-fantasma, finché poco a poco il mondo incantato svaniva e tornavo ai giochi e agli occhi del mondo “reale”.
    Eppure era reale anche l’altro!

    Sono secoli che non vedo più quella magica nebbia dopo un temporale…

  3. valeria ha detto:

    dei temporali mi piace l’attimo prima, quando si alza il vento e l’aria si fa fredda d’improvviso, preludio di ciò che porteranno nuvole e acqua. vi ricordate quando si passava tutta le’state al mare a casa dei nonni? a fine agosto arrivavano i primi acquazzoni , gli ombrelloni sulla spiaggia venivano chiusi velocemente e tutti si correva dentro alle cabine.le gocce diventavano perle di sabbia. durava tutto pochi minuti, e rimaneva l’aria tersa e odore di terra umida

  4. Andrea Pomella ha detto:

    La pioggia che fa luccicare le umane miserie, la nebbia scomparsa, le perle di sabbia. E io che non smetto di sorprendermi.

  5. e poi sorprenderci ancora a tornare dove si é stati bene, sia pure per un momento, che ha aperto agli occhi i ricordi in bianco e nero delle fotografie sbiadite sui graffi ai ginocchi, quando ti fermavi sempre con poche parole sulle labbra a guardare le cose ed ogni oggetto sembrava raccontare un milione di storie, richiuse nel baule dei pesieri che non avresti mai potuto dire.
    Ricordi lunghi pomeriggi ad aspettare i mesi fino al Natale e le sue luci, piccola e dritta dietro il finestrone a cercare le parole che componevano la trama delle vite sul marcapiede, e poi arrivava sempre la pioggia ad appannare i vetri ed in quel vapore rinascevano i frutti di tutti i sogni, mentre i pensieri si disegnavano in minuscole goccioline di fiato, che aprivano nuovamente alle pupille, la vista oltre il recinto della tua gabbia di attese.

    buonanotte, Andrea.

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