In qualcosa devi crescere

Oggi è la stagione in cui si passa dagli alberi freddi agli alberi caldi. Dalla finestra vedo il colore delle foglie battute dal primo sole del giorno, la luce li divora in un colore intraducibile. Non ho nostalgia del mare, né dei gabbiani che arrivano e vanno verso i boschi, né dell’odore delle pinete. Ognuno di noi ha dentro le ossa un paesaggio terrestre, il mio è legato alla terra e alle montagne. Mio nonno veniva dalla terra e dalle montagne, me lo ricordo impegnato come tutti i vecchi nelle piccole cose del suo fare solitario. Gli piaceva girare con la vespa per le strade del suo paese, ascoltare alla radio le corse delle biciclette, poi sdraiarsi la sera presto sopra i suoi due cuscini. Ho cercato in tutti i modi di assomigliare a lui, atteggiando il sorriso e stringendo gli occhi come se provassi fastidio per la luce, ma quello che mi ha lasciato dentro non ha nulla a che vedere con la somiglianza fisica. È piuttosto un patrimonio di coscienza e di percezioni, è il senso delle mutazioni delle stagioni, è la ritrosia del lavoro negli orti, o la paura sottile per il rumore delle pietre raschiate dal vento di montagna, o quella ancora più spaventosa delle nuvole che si ammassano in un momento per rovesciare sulla terra quella che sembra l’ultima pioggia del mondo. Le persone hanno scolpiti sulla faccia i loro paesaggi. Chi viene dal mare ha nelle rughe un tormento continuo che assomiglia al rollio delle onde. Chi viene dalla città ha un destino deciso scritto intorno al naso, nelle due curve che si congiungono agli estremi della bocca come le strade di un quartiere ordinato. Io ho cercato spesso nello specchio le tracce della mia provenienza, la topografia dei miei geni. Tutti pensiamo di essere unici e lineari, in realtà siamo solo uomini di cera, infinite variazioni di un medesimo labirinto.

Tanja Kragujević, IDENTITÀ

In qualcosa devi crescere.
In un albero di noci. In una fanciulla
dall’orecchino a forma di telefono
viaggiante. A cui stai dettando
le istruzioni per l’esistenza.

In qualcosa di antico
come l’infanzia. E così
piccolo come sa essere
la sola crescita al primo
e all’ultimo passo.
A cui sarai necessario.
Come polvere di calcio.
E luce di fotosintesi.

Nel giorno della porta aperta
serviranno alcune parole.
Anch’io ti amo. Farfugliare
in due secondi
due ardenti mondi.

E un pensiero salvatore
innalzare. Come una bandierina. Quando
ti taglia la strada un furgone nero.
Pompe funebri Radović.

Nel giorno della porta chiusa
essere cactus sul tavolo.
Pesciolino d’oro.
Patente di guida.
Ricetta autenticata.
Macchia di vino di lampone.

Anello con una perla
di amore eterno.

L’identità di tutto ciò
in cui sei cresciuto.

Come una candelina
nel cuore di una rosa.

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3 commenti
  1. siamo volti fatti di cera in cui s’incide il paesaggio, il tempo, il vento… sì, andrea, da donna di sale conosco il rollio delle onde inciso sulla pelle.
    E’ strano come anche i nostri odori, umori possano sapere di ciò che siamo ed é per questo che considero “salsedine” il mio autoritratto.
    Di mio nonno ricordo la postura elegante e fiera, ma anche dolce quando guardava i miei occhi, orgoglioso diveva che erano “blu pervinca”, era un poeta, che strano, o forse non é poi così strano se tutto quello che scrivo lo passo al vaglio della sua coscienza.

    un abbraccio, bella la proposta poetica, anche se la tua prosa non ha nulla da invidiarle.

    n.

  2. Andrea Pomella ha detto:

    Anch’io compio spesso l’esercizio di passare le cose che scrivo al vaglio delle coscienze altrui, hai colto senz’altro un punto fondamentale della scrittura, una delle sue grandi verità.

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