Cronache dalla città rossa

Ci fu un giorno nella nostra vita in cui ci svegliammo coperti dall’ombra di un gigantesco uccello dal petto arancione che aveva disteso le sue ali dall’oceano Pacifico alle Blue Mountain. Le case, i grattacieli, il treno spraelevato che collegava il centro della città con la baia di Darling Harbour, tutta la città dura e scintillante che conoscevamo era scomparsa sotto una nebbia colorata di rosso come una polvere speziata. I lunghi grattacieli svettavano fin dentro la coperta di piume di questo gigantesco pettirosso, frugavano con la punta aguzza cercando rifugio nella parte calda del suo cuore. Le luci delle automobili solcavano le strade in cerca dei colori perduti della città, mentre le pale eoliche ingaggiavano una lotta sfiancante con questo cielo perfettamente somigliante a una foglia autunnale. A quanto ricordo, come tutti i popoli moderni, anche il nostro quel giorno percorse il rosario della ripetizione quotidiana senza curarsi più di tanto del fantasmagorico spettacolo atmosferico. Un tempo un fenomeno del genere sarebbe finito in pasto alla superstizione, le sibille avrebbero letto in quelle nubi il lamento e la collera di un Quetzalcóatl o di un altro dio invisibile.  Noi, più prosaicamente, ci limitammo ad apprendere che la nebbia arancione era il risultato delle correnti ventose di sabbia rossa proveniente dall’Outback, il deserto australiano. Ci dissero che all’aeroporto erano stati deviati i voli internazionali e che c’erano grossi problemi per le ferrovie e per chi soffriva di disturbi respiratori. Io non me ne curai più di tanto, tant’è che presi il mio cane e ne approfittai per fare un giro per Hyde Park. E non fui il solo. Infatti notai che nonostante la nebbia rossa e l’aria satura di sabbia qualcuno non aveva rinunciato alla sua seduta mattutina di jogging, e che alcuni bambini appesi alle altalene oscillavano avanti e indietro come corpi perduti su Marte. Quel giorno Sydney sembrava la nuova Petra, i suicidi e gli assassini uscivano dai luoghi dei loro delitti con le mani pulite perché il sangue non si distingueva più dall’aria, i piromani ignoravano la direzione che avrebbe preso il loro prossimo incendio perché non riconoscevano più l’arancione delle fiamme, e i chirurghi cercavano a tentoni le valvole cardiache da operare in attesa che un convegno scientifico decidesse di dotare il cuore degli uomini di una nuova tinta a contrasto, magari blu, o meglio ancora gialla. Per non parlare del caos che regnava agli incroci stradali, dove i semafori mostravano solo il verde e gli automobilisti si ammassavano uno sull’altro invocando, ciascuno per sé, il diritto alla precedenza. Quel giorno a Sydney bastò che l’aria si tingesse di rosso perché gli uomini prendessero a sbattere il naso contro le proprie miserie e scoprissero fatalmente di essere stupidi come mosche.

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