L’amore non ha il tempo di liberare il suo lamento

Un caro amico mi ha regalato la graphic novel che David Polonsky ha tratto dalla pellicola d’animazione diretta da Ari Folman, Valzer con Bashir. Ho dedicato la domenica mattina alla lettura di questo straordinario fumetto. La storia narra dell’amnesia regressiva del soldato Folman, di ventisei cani rabbiosi che tornano in sogno per inseguire una vendetta, e del tentativo di riportare alla memoria l’orrore per i massacri perpetrati dalle milizie cristiane libanesi alla periferia di Beirut negli insediamenti palestinesi di Sabra e Shatila, un’area direttamente controllata dall’esercito israeliano, tra il 16 e il 18 settembre 1982. Il pretesto per la mattanza che causò la morte di 3000 persone fra uomini, donne e bambini, fu un attentato in cui, tra gli altri, perse la vita il leader dei falangisti libanesi Bashir Gemayel. Una giornalista inglese, due giorni dopo la strage, scrisse sul Daily Mail: “Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore”. Conoscevo la poesia di Michel Cassir, Libano Sud. Il Libano è una terra che ha dato al mondo poeti meravigliosi come Etel Adnan, Adonis, Gibran. Così, terminata la lettura del fumetto di Polonsky, ho cercato i versi di Cassir, come se la mia coscienza non fosse ancora sazia, come se cercassi un altro albero di parole a cui appendere le braccia e chiudere gli occhi per lasciarmi dondolare lontano, in alto, sullo schifo del mondo degli uomini.

Michel Cassir, LIBANO SUD

agonia delle parole
prima diseredate e poi frantumate
come noccioli di olive
in una macina scura
di tre spessori di omicidio
i cadaveri di bambini
non hanno né lacrime né profumi
per la loro lunga erranza
attraverso il fumo
e i fuochi d’artificio
dell’armata cibernetica
sapiente e cieca
l’amore non ha il tempo
di liberare il suo lamento
un villaggio si richiude
sull’epurazione di una città
i sopravvissuti sono fantasmi
che sfiorano la guancia
dei giovani soldati mercenari
senza saperlo
di un lontano impero
che non si dichiara mai
tanto è preoccupato
di presenza anonima
che rode ogni sussulto
di sogno o di respiro
la trappola è inaudita
ogni resistenza fuori legge
e il grande cenacolo
dell’intelligenza universale
soppesa la compassione
delle parole vuote
come una fonte
pompata fino al sangue
in cui soffoca il grido
senza parole
nell’estate duemila e sei
oltre le stazioni balneari
i musei e i siti archeologici
rigurgitanti di entusiasmo
lo spirito sembra colpire le folle
Cana Tyr Baalbek Saïda Beyrouth
sotto un velo di pudore
silenzio si sgozza la storia
e questo crea meno agitazione
di uno sceneggiato del lunedì sera

 

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3 commenti
  1. teresa ha detto:

    Caro Andrea la comprensione e la condivisione del dolore sono i miglior anestetico per dei dolori mai sopiti.

  2. lascio parlare due poesie in “comunione” e silenzio:

    Cola sangue che non s’arresta –
    inchiostro della genesi
    inaugurato da Caino.
    Come ha ben visto Caino,
    non ha percorso lo smarrimento
    non ha vissuto l’esilio.

    Ed ecco il tempo
    trascinato dal sole suo padre, cinto da catene,
    da ruote che solcano la terra,
    mentre lo spazio è una lanterna spenta.

    Non avete forse parlato, voi cose silenziose?
    – Succhiando al seno della passione.
    – Mistero guidato dal fuoco.
    – Fuoco alimentato dal mistero.
    Mentre la luce non cessa di piangere,
    piange la ragione del globo,
    dolendosi per le stirpi dell’esilio.

    – In esilio nascono le profezie.
    Ma com’è facile mettere il cappello di un profeta
    sulla testa di un impostore,
    com’è facile mettere il cappello di un impostore
    sulla testa della storia.

    Tempo
    immenso crepuscolo di teste umane.

    Adonis

    ________

    Storia senza storie

    Terra di cedri ed ulivi,
    terra di pietre maledette
    in nome di quale Dio affoghi
    in rovi e polveroso affanno
    per diritto d’un popolo
    nella diaspora nutrito
    d’amaro sale e dolore?

    Ieri vittime tatuate a numero e fosse
    non vedono lo scempio
    del proprio diritto
    nel disumano vissuto genocidio?

    Acre odore macabro di decenni
    e sangue di disperazione e fame
    sulle terre sfrattate e mutilate
    non giungi ancòra
    alle narici dei nuovi Pilato
    immobili a decretare
    nel complice silenzio
    il trionfo dell’inferno sulla storia.

    n.

  3. Andrea Pomella ha detto:

    Teresa, comprendere le ragioni e condividere il dolore sono esercizi necessari per ogni essere umano che si definisca civile.

    Natàlia, la forza dei versi, quelli di Adonis e i tuoi, annichilisce ogni considerazione. La poesia a volte accende roghi inconcepibili dentro i quali le malignità dell’uomo diventano cenere purissima, cenere che si disperde nell’aria e ripulisce il mondo. A volte mi chiedo se l’uomo meriti di aver ricevuto in dono la poesia.

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