Da mille anni ai piedi di Dio

In ogni storia c’è un albero, e ogni essere umano ha un albero nella sua infanzia. Il mio era un albero di fico con le foglie grosse e i frutti che quando erano maturi assomigliavano a opali di giada, e se li staccavi dal ramo troppo presto li vedevi macchiarsi di quel sangue bianco che bruciava sulle rughe delle dita. Il mio albero era largo e ombroso, con un tronco grosso e pieno di nodi. Da bambino tentavo ripetutamente di intagliarne la corteccia perché nella mia fantasia infantile intendevo farne un pinocchio gigante con cui giocare nei lunghi pomeriggi d’estate. Il fico era in fondo all’orto di mio nonno, confinato in un angolo come un esiliato, come un bandito, o come una cattiva compagnia da stargli lontano. Quando mio nonno prendeva la scala e lo vedevo arrampicarsi agile lungo quei rami, nonostante la sua corporatura possente e l’età avanzata, avevo l’impressione di assistere a una lotta fra due titani, l’albero e mio nonno. Il fico cominciava a scuotersi da una parte all’altra come nel mezzo di una tempesta di vento, le fronde si scrollavano e una pioggia di frutti marciti e foglie precipitava a terra, intorno alle radici del tronco. Poi all’improvviso vedevo spuntare mio nonno tra le foglie e i rami, levarsi sulla sommità del fico a mezzo busto. Sembrava il titano Crono che assalta nel sonno il padre Urano per prenderne il posto alla guida del mondo. Ero affascinato e atterrito da quella visione mitologica, temevo che mio nonno potesse cadere da quell’altezza e farsi male, temevo che l’albero gli mettesse sotto il piede un ramo più fragile, lo attirasse con un inganno, gli tendesse una trappola per rovesciare le sorti della contesa e riappropriarsi del dominio sul mondo. Poi, sempre al colmo della paura, vedevo comparire tra le mani di mio nonno la cesta intrecciata di giunco, dentro cui, con mano sapiente e leggera, depositava i frutti, usando lo stesso riguardo che se fossero state uova di gallina. E tutto si rimetteva in pace. Il cielo tornava ad essere limpido, il sole immobile e le colonie di moscerini correvano ad infittirsi intorno ai frutti caduti. E così mi scappava un sorriso sulla pelle del viso sudata e lambita dal vento leggero dell’estate, un sorriso che comprendeva in sé l’anticipo del sapore dolce di cui avrei fatto incetta la sera a venire, quando a tavola mia nonna avrebbe servito quei fichi su un bel tappeto di foglie verde smeraldo. Quello era l’albero della mia infanzia.

.

Meira Delmar, CEDRI

I miei occhi di bambina videro
– già molti anni addietro – elevarsi
fino alle nuvole un volo
di verde progressivo
che l’aria intorno
riempiva di balsamo
con tranquilla insistenza.

Il silenzio si percepiva come una
musica interrotta all’improvviso,
e nel mio petto cresceva
lo stupore.
La voce del padre, allora,
si piegò al mio orecchio
per dirmi, sottovoce:

“Sono i cedri del Libano
figlia mia.
Da mille anni, forse
da due volte mille, essi crescono
ai piedi di Dio.
Conserva la loro immagine
nella mente e nel sangue.
Non dimenticare mai
che hai osservato da vicino
la Bellezza”.
E da quel momento
così lontano,
qualcosa in me si rinnova
e trema
quando incontro nelle pagine
di un libro
la loro memorabile immagine.

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2 commenti
  1. marco ha detto:

    Vedo che il dolce riappropiarsi di ciò che è stato comincia anche per te….Buon viaggio fratello mio, so che ti porterà dove pensavi non poter arrivare.
    Marco

  2. 3 alberi stanotte:

    L’albero sradicato – Rafael Alberti

    Han sradicato un albero. Ancora stamani
    il vento, il sole, gli uccelli
    l’ accarezzavano benignamente. Era
    felice e giovane, candido e eretto,
    con una chiara vocazione di cielo
    e un alto futuro di stelle.
    Stasera giace come un bimbo
    esiliato dalla sua culla, spezzate
    le tenere gambe, affondato
    il capo, sparso per terra e triste,
    disfatto in foglie
    e in pianto ancora verde, in pianto.
    Questa notte uscirò – quando nessuno
    potrà vedere, quando sarò solo-
    a chiuderli gli occhi ed a cantargli
    quella canzone che stamani il vento
    passando sussurrava.

    ***

    Gli alberi – Franco Fortini

    Gli alberi sembrano identici
    che vedo dalla finestra
    Ma non è vero. Uno grandissimo
    si spezzò e ora non ricordiamo
    più che grande parete verde era.
    Altri hanno un male.
    La terra non respira abbastanza.
    le siepi fanno appena in tempo
    a metter fuori foglie nuove
    che agosto le strozza di polvere
    e ottobre di fumo.
    La storia del giardino e della città
    non interessa. Non abbiamo tempo
    per disegnare le foglie e gli insetti
    o sedere alla luce candida
    lunghe ore a lavorare.
    Gli alberi sembrano tutti identici,
    la specie pare fedele.
    E sono invece portati via
    molto lontano. Nemmeno un grido,
    nemmeno un sibilo ne arriva.
    Non è il caso di disperarsene,
    figlia mia, ma di saperlo
    mentre insieme guardiamo gli alberi
    e tu impari chi è tuo padre.

    ***

    e la mia preferita:

    A un olivo – L. Pirandello

    Quante cose saprei, tu che non cedi
    da trecento e più anni, o fosco olivo,
    dei venti all’urto, e qui ferrigno in piedi
    ti stai su questo solitario clivo …

    Ma forse è ver che il vento fuggitivo
    nuove ti reca, o che tu gliene chiedi?
    Nulla sai, nulla pensi, nulla vedi;
    e sei solo per questo ancora vivo.

    Che se nel tronco tuo scabro e stravolto
    queste piaghe del tempo fosser occhi
    e tu fossi nei rami cervelluto,

    ripensando che vivere è da sciocchi
    e che a morire si profitta molto,
    non saresti trecento anni vissuto.

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