Il museo dell’innocenza

Poco fa leggevo che per il suo prossimo romanzo in uscita, Il museo dell’innocenza, il nobel turco Orhan Pamuk ha deciso di impegnarsi nella costruzione di un museo che conterrà tutti gli oggetti di cui si parla nel libro, in tutto 700 pezzi, che seguiranno nell’esposizione l’ordine di comparsa nei capitoli. Pamuk sostiene in questo modo di aver inventato il “romanzo-museo”. L’iniziativa dello scrittore turco a qualcuno potrà apparire come una stravagante trovata promozionale, a qualcun altro, peggio ancora, come la stramberia di uno scrittore che ha raggiunto ormai uno status tale che gli permette di potersi togliere ogni genere di capriccio. Io credo che si tratti piuttosto della sublimazione di una necessità intrinseca al lavoro dello scrittore, e cioè quella di dare vita a ciò che è frutto esclusivo della propria immaginazione. Il rapporto fra la creazione letteraria e la sua presa di possesso dello spazio reale e storico del mondo è uno dei conflitti latenti maggiormente taciuti dagli scrittori. Le storie dei romanzi infatti appartengono per definizione ai luoghi dell’immaginazione. Un romanzo è un gigantesco contenitore di creature umane, animali, oggetti, città, caratteri, fiumi, e un’altra miriade di cose tangibili e corporee, tralasciando i contenuti immateriali quali le idee, i pensieri, le emozioni, le intenzioni, le fantasie, eccetera. Fra tutti gli artigiani, il romanziere è l’unico che in qualche modo toglie il suo manufatto dal giudizio diretto dei cinque sensi, per affidarlo piuttosto a una valutazione extrasensoriale che riguarda fattori come l’emotività, la reattività, la memoria, la sensibilità personale, la percettibilità. Questa sorta di deprivazione sensoriale volontaria cui è costretto lo scrittore per tutta la vita, a un certo punto, si scontra giocoforza con il bisogno tipicamente umano di misurare il proprio ingegno direttamente sul campo dell’oggettività. Gli scrittori sono come creature cieche che sviluppano, per talento e per esercizio, sensi alternativi normalmente deboli, se non assenti, nel resto degli uomini. Ecco allora che lo scrittore sente l’urgenza di toccare il viso dei personaggi che ha inventato, di sentire gli odori della città che ha descritto, di mangiare quel determinato cibo e di ascoltare quella particolare musica di cui magari nessun compositore al mondo ha mai scritto lo spartito, di entrare a piccoli passi, con l’incanto e l’estasi di un bambino, appunto, nel suo personale e segreto museo dell’innocenza.

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1 commento
  1. Orhan Pamuk resta uno scrittore finissimo di grande fascino intellettivo di cui ho letto molto e che mi stregato con le foto che accompagnano alcuni suoi testi: idea estravagante questa sua ma la trovo ottima!

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