La resurrezione delle parole consumate

Ci sono parole della lingua ridotte a vecchi ferri arrugginiti buoni magari per sturarci il water, altre mutate a segatura e soffiate negli occhi dei cani quando abbaiano troppo, altre ancora che sono oggetti consumati per i quali, come dice Ernesto Cardenal, non c’è altro posto che un cimitero dietro al monastero, vicino alla strada. L’Italia è un cimitero di parole consumate. Parole come “popolo” o “libertà”, per esempio. Oggi ho appreso che si annuncia per il mese di novembre una grande manifestazione popolare a difesa dell’impero e contro oscure intimidazioni all’idea di libertà. Cosa minaccia, secondo costoro, la libertà dell’impero? Due cose: le sentenze e i gossip. Ovvero il terzo e il quarto potere dello stato in Italia! La rivoluzione che è stata fatta dalla destra italiana è una rivoluzione popolare (si potrebbe dire populista) basata sull’appropriazione e il successivo sovvertimento del significato di determinate parole. Prendiamo ad esempio proprio la parola “popolo”. Io resto dell’opinione che il termine popolo, nell’accezione contemporanea, non voglia dire niente. La purezza popolare, infatti, è solo un’utopia, un ideale impossibile da compiersi con mezzi umani. Il popolo, se assecondato, è capace di sostenere pulsioni devastanti, di partorire istinti dispotici ed egoistici. Ma è proprio su questa mancanza di senso che prosperano le tirannie moderne. “Come fare di un popolo il padrone di se stesso, se non è sottomesso a Dio? – si chiedeva Alexis de Tocqueville. È del tutto evidente che, a suo tempo, la stessa domanda deve essersela posta l’attuale imperatore italiano, e l’unica risposta che ha saputo darsi è stata quella più logica: costruire un nuovo Dio e sottomettergli il popolo. Ma il popolo italiano, così facendo, non è diventato padrone di se stesso; mentre l’imperatore è diventato padrone del popolo italiano. Così, giocando con le parole, ci troveremo fra qualche settimana di fronte a enormi masse di uomini che sfileranno in nome del “popolo” e in difesa della “libertà”. Cose già viste, per carità, legittime in un paese democratico, ma fondate sul travisamento del senso delle parole. Io oggi ascoltando i giornali-radio e sentendo le opinioni degli italiani su questo paese in piedi su un tetto ripido, mi domando se verrà davvero, come dice Ernesto Cardenal, la resurrezione delle cose consumate. E delle parole. Com’è nel caso nostro.

Ernesto Cardenal, DIETRO AL MONASTERO, VICINO ALLA STRADA

Dietro al monastero, vicino alla strada,
esiste un cimitero di cose consumate,
dove giacciono il ferro arrugginito, pezzi
di stoviglie, tubi spezzati, fili di ferro attorcigliati,
scatole di sigarette vuote, segatura
e zinco, plastica vecchia, copertoni rotti,
che aspettano come noi la resurrezione.

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