Gerusalemme è come la città di Atlantide

Ho sempre immaginato Gerusalemme nei lineamenti di una signora imbellettata come una mummia faraonica e appollaiata in una fresca casa di pietra dove i muri attutiscono le parole inutili. L’immagine non è corroborata da nulla, se non dalle innumerevoli letture di autori israeliani a cui mi sono lasciato andare negli ultimi due anni, seguendo una di quelle infatuazioni geografiche che di solito vengono quando si è ancora molto giovani (c’è il periodo dei grandi russi, poi dei sudamericani, c’è la mitteleuropa, e i maestri dell’estremo oriente, e così via). Una volta parlando con uno scrittore inglese chiesi, a lui che c’era stato, di trovare una definizione per quella città, e lui disse più o meno così: “Gerusalemme è una Disneyland delle religioni”. La risposta mi sembrò terribilmente triste e imbarazzante, se non altro perché spazzava via in un colpo solo la fotografia della Gerusalemme sacerdotale, culla delle tre religioni monoteistiche, che conservavo nell’acqua gorgogliante della mia immaginazione. Poi qualche settimana fa, dopo un lungo giro fra gli scaffali di una libreria, ho riportato a casa un’antologia di poeti israeliani curata da Ariel Rathaus, e ieri sera, mentre leggevo le poesie di Yehuda Amichai, il più grande poeta israeliano moderno, ho trovato tra i suoi versi questa definizione che fa il paio con l’altra: “Gerusalemme è come la città di Atlantide sprofondata nel mare”. La definizione di Amichai, a sua volta, ha qualcosa di arcano, come un’istruzione segreta che sa risvegliare i fantasmi. Sento che un giorno dovrò visitare quei luoghi, il Monte degli Ulivi e la Città Vecchia, la sinagoga di Hurva e il Santo Sepolcro, la cittadella di Davide e la spianata del Tempio, la Cupola della Roccia e il Monte Sion. Non dovrò lamentarmi, è vero, se nessuna delle definizioni che ho ascoltato di Gerusalemme sarà fedele a quello che sapranno comprendere i miei occhi, e se la lettura di quei grandi autori mi avrà tradito in modo sfacciato, impertinente, come spesso accade nei grandi amori.

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Yehuda Amichai

Gerusalemme è come la città di Atlantide sprofondata nel mare.
Tutto in essa è annegato, inabissato. È questa la Gerusalemme più bassa
più bassa ancora di quella terrena. E dal suo fondo ripescano muri diroccati
e schegge di religioni, come utensili da navi profetiche affondate,
incrostati di ruggine. Non è ruggine, è sangue mai seccato.
E vasi ricoperti di alghe e coralli di tempo e il furore del tempo,
e monete di giorni che furono, passato commerciabile.
Ma in essa trovi anche memorie giovanissime
un ricordo d’amore della scorsa notte, ricordi trasparenti
e rapidi come pesci bellissimi tirati su nella rete, guizzanti e saltellanti.
Su, ributtiamoli dentro Gerusalemme!
 
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6 commenti
  1. carissima natalia sai che mi sbalodisci? da un po’ pensavo in questi termini a grusalemme per via del mio sentire il cosmopolitismo peraltro non solo geografico ma ideale, culturale.. non conoscevo questo poeta, Yehuda Amichai, ma cercherò di prendere qualche suo testo, sperando di trovarlo e ordinandolo..cn stima
    r.m.

  2. Andrea Pomella ha detto:

    Carissimo Roberto, sono Andrea e non Natàlia, a parte questo (e con un sorriso) ti dò il benvenuto. L’antologia di poesie in cui trovi i versi di Amichai è edita da Einaudi, si intitola “Poeti israeliani” ed è a cura di Ariel Rathaus.

  3. gentilissimo andrea ti chiedo scusa come chiedo scusa a natalia! ma si tratta, come vedi, di equivoco, in fondo, innocente e direi educato! in ogni caso poi ti leggerò un po’ e grazie infinite per l’indicazione bibliografica! un saluto affettuoso
    roberto matarazzo, artistta estravagante e.. distratto!

  4. Andrea Pomella ha detto:

    Ma figurati Roberto, non c’è mica bisogno di scusarsi. Un saluto anche a te e grazie ancora per essere passato di qua.

  5. andrea ho formulato le mie scuse anche a natalia: per me l’educazione e il rispetto restano valori a cui non posso e non voglio disattendere! sono così..
    r.m.

  6. maria ha detto:

    Noooooooooooooo! Disneyland delle religioni, no!
    Anche se il Santo Sepolcro è un ibrido di commerci e pietismo, Gerusalemme è unica, resa suggestiva dal nostro immaginario. E’ anche una città difficile, perchè gli uomini sono difficili, astiosi e in concorrenza di prerogative.
    Mi piacerebbe una Gerusalemme senza monaci che litigano, senza tassisti arabi che sonnecchiano, senza militari armati fino ai denti, senza palestinesi pieni di livore, senza cristiani che salmodiano: la bellezza della Città Vecchia con tutta la sovrapposizione di memorie (da quelle antiche,a quelle etiopi e armene, fino alla spianata delle moschee), ti trafigge il cuore…e non desideri altro che ritornarci. Continuando a ri-leggere Amichai.

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