Vendicare Tienanmen

12 ottobre 2009

ma jianL’Unione Sarda ha pubblicato oggi un mio articolo sullo scrittore dissidente cinese Ma Jian e sui fatti di Tienanmen. Durante l’incontro con Ma Jian, avvenuto ieri a Cagliari a margine del festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie, lo scrittore ci ha mostrato alcuni scatti inediti fatti a Tienanmen nei giorni della repressione, immagini terribili che ha deciso di rendere pubbliche a ridosso della kermesse del libro di Francoforte, dove la Cina sarà ospite d’onore. Con me c’erano una giornalista dell’Unità e la sinologa Renata Pisu, una vita trascorsa come corrispondente dalla Cina, e che oggi lavora per Repubblica. Inutile descrivere lo sconcerto e l’emozione provata di fronte a quelle immagini, foto che inchiodano, qualora ce ne fosse stato bisogno, ancora di più quel regime alle proprie responsabilità mai ammesse. Ma Jian ci ha inoltre segnalato il sito www.64memo.com sui cui sono visibili altri scatti che testimoniano l’orrore di quei giorni. La storia di queste foto, e più in generale l’impegno di questo scrittore e uomo straordinario che è Ma Jian, hanno trovato oggi ampio risalto sui tre giornali che ho citato. Quello che segue è il mio articolo pubblicato sull’Unione Sarda.

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Immagini di un massacro – Gli scatti mai visti del dissidente cinese Ma Jian

Unione Sarda. 12 ottobre 2009, pagina 3 – Incontrare Ma Jian, l’autore del romanzo Pechino è in coma, significa guardare negli occhi un uomo che ha fatto del coraggio e della denuncia la sua ragione di vita. Ospite a Cagliari del Festival Tuttestorie, Ma Jian ha colto l’occasione per parlare non solo della sua attività letteraria e della storia recente del suo Paese, ma anche per annunciare quello che farà. Lo scrittore dissidente, che oggi vive in Inghilterra, è atteso alla prossima Fiera del libro di Francoforte che si aprirà il 14 e che avrà come ospite d’onore proprio la Cina. Per l’occasione ci ha mostrato in anteprima assoluta alcuni scatti fotografici inediti che mostrerà al pubblico di Francoforte e che ritraggono scrittori cinesi presenti in piazza Tienanmen all’epoca della protesta e che oggi negano di aver partecipato a quei giorni di fermento e di ribellione, o che – peggio ancora – hanno taciuto completamente sulla portata di quel massacro. Immagini qui pubblicate per la prima volta al mondo per concessione dello stesso scrittore. «Francoforte – dice – sarà un’occasione per il governo cinese di fare vetrina di sé, ma lo sarà anche per chi, come me, sarà lì per raccontare la verità. Penso che il mio libro metterà molto a disagio. Ma io non ho paura di nessuno».

La storia del 4 giugno 1989, quando, su ordine di Deng Xiaoping, i carri armati entrarono in piazza Tienanmen facendo fuoco sugli studenti ammassati per protesta da settimane, è la materia del suo ultimo, straordinario, romanzo. È la vicenda del protagonista Dai Wei, colpito alla testa da un proiettile durante la repressione, che giace in stato vegetativo in un letto di ospedale, con la polizia che attende il suo risveglio per arrestarlo. «Conosco molti autori cinesi che non hanno avuto animo di scrivere di questo argomento. Ho un’amica a Pechino che ha avuto la forza di parlare di quel massacro solo dopo vent’anni. In piazza aveva subito le cariche dell’esercito insieme agli altri. È scampata alla morte per miracolo, ma ha visto tutti gli altri cadere sotto il fuoco dei militari. Per una settimana ha avuto la lingua paralizzata ed è rimasta afona. Voglio dire che chi ha vissuto questi eventi è bloccato, non trova canali di espressione. La letteratura ha bisogno di freddezza, di distacco. La letteratura non racconta la storia, ma la verità. Credo di poter dire di aver scritto questo romanzo per vendicare ciò che è successo».

wpId1846Al principio l’idea da cui è germinato Pechino è in coma non aveva niente a che vedere con i fatti di Tienanmen. «L’idea era quella di un uomo in coma paralizzato a letto, mentre un uccellino gli volava sul petto e un raggio di sole entrava nella stanza a scaldarlo. Io sono anche pittore e il libro è partito proprio da un disegno, non quindi da qualcosa che si esprime con la lingua. La lingua, in questo senso, l’ho usata per arricchire e completare quella visione. Io credo che la lingua, più che riguardare la nazionalità di uno scrittore, sia una specie di atto di fede. Quando un libro è finito la lingua non ha più a che fare con lo scrittore, è altro. La lingua, al contrario dei confini territoriali di una nazione, non è un limite che impedisce di oltrepassare le frontiere. Mi auguro tanto che il mio romanzo un giorno possa essere pubblicato nel mio paese».

La Cina raccontata da Ma Jian è un mondo che noi europei abbiamo conosciuto solo attraverso le opere d’invenzione di autori come Orwell. «A dirla tutta il mondo descritto in un romanzo come 1984 non è niente rispetto a ciò che è successo veramente in Cina. La realtà ha superato la fantasia. Ci hanno portato addirittura a diventare nemici tra marito e moglie. Il premio Nobel 2000 per la letteratura Gao Xingjian prima di scrivere aspettava che la moglie fosse addormentata e poi seppelliva i suoi testi in giardino perché non voleva che lei ne fosse testimone. Il partito comunista cinese è riuscito a far sì che la famiglia non fosse più percepita dall’individuo come uno schermo protettivo. Il partito, in Cina, ha superato la famiglia».

E nessuna speranza sembra provenire neppure dalle più giovani generazioni: «C’è una mancanza di comprensione verso i bambini che sono considerati alla stregua di adulti. In Cina, ad esempio, il messaggio della letteratura per ragazzi è sempre politico, i racconti per bambini sono propagandistici. È una vergogna per noi cinesi, la vergogna è vedere l’istruzione in chiave politica. L’orientamento è di far apparire tutto ciò che è internazionale, in special modo occidentale, come nemico del partito. E dico questo per esperienza diretta, i miei nipoti, i figli di mia sorella, considerano gli Stati Uniti niente più che un nemico. Se l’istruzione è così importante è improbabile che da grandi comprendano. Se ci fossero libri per ragazzi in Cina trovereste solo immagini di bambini con bandiere rosse sulle spalle. Molti di voi si chiedono come mai il governo cinese mandi tanti giovani a studiare all’estero. La risposta è semplice: per imparare a conoscere il proprio nemico e batterlo».

wpId8954Eppure il suo cruccio più grande sembra essere proprio la critica spietata che gli è stata rivolta dai giovani cinesi che vivono fuori dalla Cina, ragazzi cresciuti in paesi liberi e senza subire condizionamenti politici. «Questi giovani non sanno niente di ciò che è successo a Tienanmen, non ne hanno idea. Anche perché non c’è un genitore in Cina che racconterebbe questa storia ai propri figli. Credo che il peggio sia non avere rispetto per la storia, perché ciò equivale a non avere rispetto per se stessi. Queste nuove generazioni non sanno, non conoscono i fatti, ed è per questo che a uno come me riescono solo a dare del bugiardo». Ci tiene però a precisare che esistono fenomeni di resistenza culturale interni al regime, ed è ciò che più preoccupa il governo. «È per questo che in Cina ci sono prigioni enormi. Ed è anche il motivo per cui le immagini e i racconti sul 4 giugno sono stati cancellati da Internet. Conosco un artista che si esibisce in un luogo chiamato 798. Una sua recente installazione consisteva in una fila di piccoli carri armati. A tutti i visitatori che passavano chiedeva: “Sai cos’è? È il 4 giugno”».

Recentemente ha incontrato il Dalai Lama. Ma Jian ha dedicato al Tibet il suo primo libro, pubblicato nel 1987, i racconti Tira fuori la lingua che lo costrinse qualche anno dopo all’esilio. «In Cina nessuno conosce il Dalai Lama, e tra i pochi che lo conoscono è considerato uno dei peggiori nemici del popolo. E ciò si abbina a quel gravissimo problema contemporaneo della società cinese che è la caduta dei valori morali».

Cosa significa allora essere – ancora oggi – un ragazzo di Tienanmen? «Non conosciamo ancora l’entità precisa di quella strage. Penso che una stima attendibile di quei morti sia intorno ai 3000. Ma credo anche che, paradossalmente, ci sia qualcosa di positivo in tutto questo. Sono passati vent’anni e ora è tutto molto più chiaro, la storia è più chiara, le persone sono più chiare. Ognuno ha preso il proprio posto nella società: lì eravamo in tanti, e non tutti perseguivamo un ideale. Ora ognuno ha preso la sua posizione. L’unica cosa terribile è che il ricordo è stato fatto fuori, cancellato. L’esperienza storica in Cina ci ha consegnato una sola cosa: inconsapevolezza. Ma se in Germania nessuno sapesse del muro di Berlino, non sarebbe terribile?».

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5 Risposte to “Vendicare Tienanmen”

  1. maria Says:

    Bell’articolo, Andrea…mi vien da dire solo: meno male che ci sono gli scrittori, i poeti, gli artisti, i fotografi! Non conosceremmo nulla senza questi “esuli della verità”! questo autore non lo conosco, ma spero di rimediare presto, ho letto anche autori cinesi di gialli e polizieschi (non alta letteratura) che hanno dovuto andarsene e vivono in Europa…e mi vien da pensare che in fondo pochi previlegiati e coraggiosi hanno potuto tagliare il cordone ombelicale.

  2. Andrea Pomella Says:

    Maria, “Pechino è in coma” è un libro importante, uno dei romanzi più importanti usciti al mondo negli ultimi vent’anni, e lo dico senza tentennamenti. Ieri, salutandolo, ho ringraziato Ma Jian per il suo coraggio straordinario. Credo come te che il compito principale della letteratura sia cercare, entro i limiti, di rendere il mondo un posto migliore.

  3. saskia Says:

    Raccontando la storia di Tien An Men e l’incontro con Ma Jian hai dato una luce a coloro che hanno perso la loro voce. Sei un cielo.


  4. […] narrativa mondiale che è Pechino è in coma, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e intervistare lo scorso anno a Cagliari durante il Festival Tuttestorie. Ma Jian aprì il suo incontro col […]


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