A pranzo con Boris Pahor

14 ottobre 2009

Boris PahorVenerdì a Cagliari ho conosciuto un ragazzo di 96 anni che si chiama Boris Pahor. L’ho accompagnato per un pranzo fuori orario in un famoso Caffé nel centro della città, qualche ora prima del suo incontro in programma per il Festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie. Una volta a tavola il ragazzo di 96 anni fissa il giovane cameriere che ci viene incontro e gli dice che vorrebbe mangiare qualcosa “al cucchiaio”, ma la richiesta, fatta così, appartiene fatalmente al linguaggio di un’altra età e di un altro mondo. Il cameriere non capisce che in quel modo Pahor gli sta semplicemente chiedendo una minestra in brodo (o perlomeno qualcosa che le assomigli), e facendo finta di niente gli serve un risotto con qualche frutto di mare sgusciato. A guardare quest’uomo – l’autore di Necropoli (Fazi), il romanzo che affronta il tortuoso incubo della colpa del sopravvissuto scampato al campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi – all’apparenza gracile come un uccellino, dai modi gentili ma fermi e con una voce forte e minuta che si accende di passione quando parla della sua tragica e grandiosa esperienza umana, mi viene in mente che quella dev’essere per forza la faccia del Novecento così come me la sono sempre immaginata. Poi, proprio quando mi aspetto che si metta a riferire dell’orrore vissuto in prima persona – o quantomeno che continui nel discorso accalorato che ha incominciato qualche minuto prima in taxi, una dura requisitoria sulla fuga negli Stati Uniti di una delle figure principali nello sviluppo della missilistica, quel Wernher Von Braun che coordinò la produzione dei missili V2 nei sotterranei di una fabbrica del campo di concentramento di Mittelbau-Dora – ecco che, all’improvviso, mi sorprende con il racconto tenerissimo e struggente dell’ultima opera a cui sta lavorando, un atto di amore e di ringraziamento rivolto alla moglie scomparsa di recente. Così, mentre nel Caffé in cui siamo seduti la gente va e viene ignorando lo scrigno di memoria che se ne sta seduto in quell’angolo davanti a un piatto di riso, non posso fare altro che tacere ed ascoltare in silenzio i suoi ricordi. Fin quando non raccolgo un po’ di coraggio e gli faccio la fatidica domanda: “Professore, come ha scoperto di essere uno scrittore?”. Allora ecco che nella sua gola la voce si fa più asciutta e parte il racconto della lotta per la sopravvivenza dell’identità slovena a Trieste durante il ventennio fascista, quando fu messa in atto una vera e propria politica di pulizia etnica con l’obiettivo di espellere dalla città qualsiasi cosa ci fosse di sloveno, dalle persone ai palazzi, dalle scritte sui muri alla lingua parlata. “Vede”, mi fa lui, “quando ti proibiscono di parlare nella tua lingua madre e ti costringono a usare una lingua che ti è sconosciuta allora scatta qualcosa dentro di te, una reazione. La mia reazione è stata quella di mettermi a scrivere in segreto nella mia lingua, lo sloveno. Si può dire che scrivere per me è stata una forma di resistenza culturale”. Nella vasta estensione di significati che racchiude ogni singola parola pronunciata da quest’uomo mi imprimo nella mente le sue parole, e la letteratura, il campo di battaglia che mi sono scelto, inizia a risuonare di un battere di tamburo. “Professore, grazie” è allora l’unica cosa che sono capace di dirgli, mentre fisso i suoi occhi inumiditi dalla vecchiaia che sembrano ridersela di questa epoca, del cameriere distratto, e della mia inconsapevolezza.

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8 Risposte to “A pranzo con Boris Pahor”


  1. Nei tuoi racconti ed articoli, c’è sempre una visione dell’esterno che parte da dentro. Mi spiego meglio, ogni tua descrizione è espressione della maturazione, nel suo senso più intimo e personale, delle cose che narri e questo fa sì che si tradisca sempre l’occhio del “poeta”, che ti é proprio in maniera naturale e spontanea, come la più bella poesia, quella del bambino che si affaccia allo sguardo della policromatica vastità delle cose del mondo.
    Come ritrovarsi dinanzi alla memoria di un secolo rinchiusa tutta in uno sguardo umido di saggezza che sembra ridersela di questo piccolo secolo senza memoria, di quel risotto “al cucchiaio”, di questo ritorno al peggior passato, che quella memoria ha lottato per sconfiggere dando un futuro di libertà d’espressione ed esistenza a noi che non sappiamo gestirla, rispedendola indietro alle sofferenze del mittente.
    “Scrivere per me è stata una forma di resistenza culturale”, dice la memoria, sì, una forma di resistenza culturale, un preservare la propria tradizione nel tempo perché non vada perduta l’esperienza della storia di troppe esistenze private del loro stesso nome, perché si possa preservare sempre la memoria dei tanti senza medaglie al valore e non se ne perda il respiro, come anche la gratitudine al senso intimo della vita che acquista valore nei ricordi di “battaglia” grazie alla fortuna di saper fissare l’esistenza di Dora oltre il suo passaggio, mantenendone vivo per sempre il passo in un unico cammino che si chiama vita.

    Davanti alla bellezza della profondità del pensiero radicato nell’animo in perfetta armonia, non si può che timidamente porgere un balbettio di gratitudine, come quello che lascio a te qui per questo dono che la tua condivisione di esperienza giornalmente ci offre.
    “grazie, Andrea”.
    n.

  2. Andrea Pomella Says:

    Vedi Natàlia, incontrare uomini come Pahor significa trovarsi di fronte alla Storia, rughe che hanno toccato cose di un’altra vita, occhi che hanno visto mondi scomparsi. Ho sempre subito il fascino dei racconti dei vecchi, perché penso che alla fine la testimonianza sia il senso vero e profondo di una vita spesa bene. Grazie a te per il commento e per la presenza costante su questo blog.


  3. Da lettrice commossa e partecipe di Pahor, anche dell’ultimo, magnifico, “Qui è proibito parlare”, recentemente andata a seguire le sue tracce fra Trieste, La Risiera di San Sabba e Lubiana, ho letto di questo incontro, con grande interesse, davvero catturata(la richiesta di “qualcosa al cucchiaio” è di una tenerezza struggente). Che fortuna, sul serio, incontrare la storia. Bellissima, la condivisione.

  4. viviana Says:

    Grazie per questa bella testimonianza. Bella e vera. Uno scrittore ha un rapporto ombelicale con la sua lingua. Non solo nel senso di lingua della nazione in cui è nato, ma anche e soprattutto lingua madre, lingua della madre, tonalità, inflessione, dialetto, un suono di prima, che riempie di segni il suo esordio, non alla scrittura ma alla vita. Tornare alla comprensione di quella lingua a posteriori, da grandi, significa assumere la coscienza di un’identità indelebile e irriproducibile che fa l’originalità dello scrittore ma anche lo salva da qualsiasi tentativo esterno di manipolazione o di omologazione della sua scrittura o dei suoi comportamenti sociali. Ma questo naturalmente vale per tutti, non solo per gli scrittori.
    Viviana

  5. Andrea Pomella Says:

    Fortunata Francesca che hai avuto modo di seguire quelle tracce, un viaggio da quelle parti è una delle cose che mi tengo al caldo per i mesi che verranno, e grazie di cuore per essere passata di qua.

    Viviana, sulla questione della lingua ne discutevo proprio qualche giorno fa. Secondo me uno scrittore ha due patrie, una è quella definita dai confini geografici, l’altra è la lingua con cui scrive. La differenza tra l’una e l’altra è che la prima può mutare con gli eventi storici e politici e in tal caso siamo pronti a riadattarci ad essa, mentre l’altra, la lingua, resta impressa in noi come il codice olfattivo di una madre, e dura per tutto il tempo della nostra vita.

  6. Ilaria Says:

    Boris Pahor ha dato voce alla minoranza slovena, ha infuso in noi il coraggio, ci ha regalato l'”orgoglio” di appartenere alla categoria degli “umiliati ed offesi”…


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