Ottobre

Davanti alla mia finestra il cielo è immobile e compatto, le cime degli alberi stanno ferme, sembrano una scrittura asiatica ingigantita. I rami non sono ancora ricoperti di quella ruggine autunnale, forse perché l’estate tarda del primo ottobre ha iniettato il suo siero fin dentro i capillari delle ultime foglie, e così a guardarle non c’è ancora il sentore dell’ossidazione che le condurrà alla morte. C’è anche un bel silenzio, interrotto solo da una sirena lontana che geme. In un sabato mattina di ottobre nei pressi di Roma c’è qualcosa di religioso, un’immobilità che è riservata ai culti della terra. Il mese di ottobre esalta i piccoli vantaggi della solitudine, viene dopo il fragore dell’estate e subito prima che le frenesie del Natale invadano di entusiasmi frenetici i cuori della gente. Gli strapazzi e la stanchezza diventano anche attimi di piacere, piccole gioie e occasioni inattese di libertà, negli appartamenti e sui divani riappaiono le coperte colorate e i tappeti scuri non hanno più l’aspetto oppressivo che fino a pochi giorni fa negava ai nostri piedi il piacere fresco del pavimento. Accendere una piccola luce di giorno in casa stamattina dovrebbe impensierirmi, versarmi nell’animo una goccia di veleno, e invece mi ritrovo a fissarla con un’esaltazione segreta, con una pigrizia dolce. Mi sono scelto una poesia di Seamus Heaney, oggi, per nascondermi sotto le coperte e contemplare una lanterna magica che mi incanti, proprio come accade ai due fratellini in Fanny e Alexander, il capolavoro di Ingmar Bergman. Chissà che non faccia anch’io come il grande regista svedese che una volta ebbe modo di dire: “In verità, abito sempre nel mio sogno e di tanto in tanto faccio una visita alla realtà”. Ecco, io non so se sia colpa di ottobre se queste ore di un sabato mattutino sembrano avere più l’aspetto di un sogno, di una vacanza in un giardino bagnato e profumato, che non della facile realtà della terra, il posto da cui – insistono a dire – provengo.

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Seamus Heaney, PROSCRITTO

E qualche volta trovate il tempo di andare in auto
ad ovest
in County Clare, lungo la Flaggy Shore,
a settembre o ottobre, quando il vento
e la luce si azzuffano così che da un parte
l’oceano è pazzo di schiuma e bagliori, e all’interno fra le pietre la superficie di un lago color ardesia è illuminata dal lampo terrestre di uno stormo di cigni, le piume scompigliate e soffiate, bianco su bianco,
le teste adulte dall’aria ostinata sommerse o affioranti o indaffarate sottacqua.
Inutile pensare di posteggiare e cogliere la scena più completamente. Non sei né qua né là, una fretta per cui passano cose note e ignote mentre forti morbide folate prendono l’auto di sbieco e sorprendono il cuore sovrappensiero e lo aprono
d’un soffio.
 
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2 commenti
  1. Contagiosa, dolce indolenza d’ottobre…
    leggerti equivale a ritagliarsi un tempo di pace e grazia, sospesa.

    grazie Andrea

  2. Autunno ha detto:

    L’airone cinerino, il cervo dal bramito rauco, la carpa anziana e io, siamo in ansia per il paesaggio e suoi colori. Perchè tarda il primo giallo delle foglie? E gli infiniti bruni e i marroni e gli ocra? Anche il lago è impaziente, è stanco del suo verde, vuole cambiarsi d’abito. E io che pure sono Autunno non so che dire.
    E quindi resto muto.

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