Qui da dove se ne andò anche Dio

Ieri sera ho visto in Tv il bel film Resolution 819, una coproduzione tra Italia, Francia e Polonia che prende il titolo dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU attuata per accertare e condannare i crimini contro l’umanità compiuti durante la guerra nei Balcani all’indomani dell’indipendenza della Bosnia Herzegovina. Il film racconta la storia di Jacques Calvez, volontario dell’Alta Corte di Giustizia de L’Aja, inviato a Srebrenica per trovare le prove del genocidio compiuto dai Serbi di Bosnia, e dei suoi sei anni di ricerche per istruire il processo a Karadzic e Mladic. È un film incentrato sulle ossa, ossa appartenute agli uomini trucidati in massa durante il più grande crimine avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, il massacro di Srebrenica, in cui persero la vita 8.372 persone. Le ossa filmate in Resolution 819 rappresentano la radice umana ancora incapace di unirsi alle viscere della terra. I resti dei corpi umani disseppelliti, spolverati, catalogati, che diventano tracce indispensabili per ricostruire i fatti e accertare le responsabilità, le ossa ormai senza pelle e senza sangue, sono infatti il cuore simbolico e narrativo del film, che racconta – con un linguaggio asciutto e privo di concessioni spettacolari – di quei giorni senza sole, quando la terra della ex Jugoslavia fu irrigata dagli scarichi brucianti dell’odio etnico. Secondo alcune testimonianze a Srebrenica i cetnici fecero preparare delle buche ai prigionieri, poi cominciarono ad ammazzarne centinaia al giorno. Alla fine delle esecuzioni i bulldozer chiusero le fosse e seppellirono i feriti rimasti vivi. Altre persone si suicidarono o uccisero i propri compagni. Ratko Mladić, il capo dell’esercito serbo-bosniaco e principale responsabile di quella strage, nonostante un mandato d’arresto per crimini di guerra e genocidio emesso dal Tribunale Internazionale, è tuttora latitante. Nel capitolo finale del film – intitolato Gli arresti – c’è un grande buco, la cattura di Mladić, appunto. È una ferita ancora aperta nella storia d’Europa. Alcuni versi di una lirica del poeta sloveno Kajetan Kovič intitolata L’autunno dei soldati morti dicono: “l’erba cresce, / dalle nostre viscere invece non spunterà più / neanche la radice di un solo filo d’erba”. In quella terra concimata dalle ossa degli uomini invece l’erba oggi ha il colore della costernazione.

Velimir Milošević, IN MEZZO A QUEST’INFERNO BALCANICO

Rimasi per spazzare i mattoni e i pezzi di vetro
Il cervello sparso e la vista sperperata
Per lavarmi dalla vergogna per scorticare il pudore
Dal viso dell’inferno

Mi toccò o non mi toccò
La mano di spirito maligno – sulla fronte uno spigolo
Dove il mugghio dove la tempesta battono la rupe
Del dispetto e del puntiglio

Per ospitare le ombre per frantumare i piedi
Qui da dove se ne andò anche Iddio
Per chieder la fronte rotta dell’epoca

Se conoscesse qualcuno dei miei
Ci sei o non ci sei o vita
In mezzo a quest’inferno balcanico.

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1 commento
  1. maria ha detto:

    Srebrenica di un 11 luglio di Matteo Moder

    La donna delle candele
    procacciava ombre
    all’ingenuità
    spillando dalle vergini
    luci di rosa
    Srebrenica
    più bella di morti
    si aspetta dal cane
    il rinculo
    ancora sporco
    di Dio.

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