Esilio e ritorno

C’è un esilio nel destino di ogni uomo al mondo. Non è l’esilio da una terra, da una nazione, non è una deportazione o una diaspora, è l’esilio da una casa che ci portiamo dentro da sempre, dalle sue cose semplici e familiari, domestiche, intime e confidenziali come non lo sarà più nessun altra cosa che definiremo “nostra” negli anni a seguire. Questa forma segreta di esilio è indissolubilmente legata all’età infantile, a quel mondo che ci ronza nella testa come un’insettiera ogni volta che cerchiamo un paragone, una parola, una sensazione, l’oppressione della gioia o il cuore che fa male quando è triste. Alcuni di noi dimenticano la casa da cui provengono, la rimuovono, in qualcun altro quella casa risuona incessantemente come un dolore nelle praterie del petto. La nostra cultura occidentale che discende direttamente dal cristianesimo ci impone di pensare alla vita come una successione di eventi macchiata all’origine da un peccato che dobbiamo scontare. Non so se questo peccato sia l’assoluta inconsapevolezza dell’infanzia, l’incoscienza di quel mondo fatto di sensi e di meraviglie da cui, col tempo, veniamo estirpati. So che la forma di dolore che provo quando ripenso alla mia prima casa nel mondo, alla prima luce, alla prima meraviglia per la pioggia o per il sole, è connessa a quella ferita antica aperta nella liquidità del tempo dalla prima freccia – come dice Dante in quella terzina del Paradiso – scagliata dall’arco dell’esilio (“Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente; e questo è quello strale / che l’arco de lo essilio pria saetta”). Da bambino nei giorni di pioggia disegnavo con un dito sui vetri appannati delle finestre, qualche volta disegnavo una porta che immaginavo di attraversare, una porta che mi congiungesse ai miei giorni futuri, a un luogo dove accadono le cose, lontano dalla tranquillità della cucina di mia madre, a un tempo fatto solo di giornate di sole. Io non sapevo che quella porta fosse l’inizio di un cammino (perché sempre, a ogni esilio, è legato un cammino) e non sapevo che avrei passato tutti gli anni a venire a cercare il modo di riattraversare quella porta nel verso contrario, per tornare ad essere una pagina bianca, e intonare il canto di trionfo che nelle antiche storie della bibbia annunciava la fine dell’esilio.

Amjad Nasser, ESILIO

Hai visto?
Non siamo molto cambiati
e forse non lo siamo per niente:
le parole sature
il timbro beduino
il lungo abbraccio
le domande sulla famiglia e sul gregge
la risata squillante
l’odore della legna stagionata,
la legna accatastata nelle stalle
odora ancora nei nostri vestiti.
Hai visto?
Non siamo molto cambiati
e forse non lo siamo per niente:
le sedute accovacciati
il bucato che ingombra gli ingressi delle case
i visi dei ragazzi imbrattati di terra
il tè alla menta di sera
il pettegolezzo inebriante
l’accontentarsi di poco
la vendetta
il sangue che non diventa acqua.
E tutto ciò
come se fossimo a Mifraq o nel Salt
sul Kark o a Ramtha
come se non avessimo attraversato i confini del nord
verso le grandi metropoli
e le coste.
Dove romba una guerra
e romba un mare
e gli stranieri si aggrappano l’uno all’altro
per il bavero
o sparano pallottole
dai balconi
sulle corde del bucato.

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7 commenti
  1. maria ha detto:

    “…
    E se anche la trovi povera
    Itaca non ti ha illuso:
    diventato così saggio
    con tutta l’esperienza che ti sei fatta
    ora avrai capito cosa vuol dire un’Itaca.” K.Kavafis

  2. elina ha detto:

    mi soffermo sul punto in cui parli della casa da cui proveniamo
    certo sono diversi gli atteggiamenti che evidenzi(rimozione o presenza opprimente, dolorante)
    forse però c’è (potrebbe esserci)una diversa concezione, più aperta, tangibile in noi
    come un particolare del volto che non ci tradirà mai
    penso a quel “per tornare ad essere una pagina bianca” individuando nella scrittura il mezzo per recuperare quel cammino, lungo, tortuoso e che, a volte, ci fa sentire esuli

    grazie per questa pagina Andrea

    Elina

  3. Andrea Pomella ha detto:

    Vedi Elina, “tornare ad essere una pagina bianca” lo intendo nel senso che aspiriamo forse a quella sorta di innocenza perduta di cui a volte, nel corso della vita, sentiamo la mancanza, e che nel mio caso – sì – spesso riesco a toccare ancora solamente attraverso la scrittura. E poi, certo, sul volto conserviamo le tracce di tutto, anche della nostra casa, o Itaca, come suggerisce Maria attraverso Kavafis.

  4. Andrea, leggendoti mi vengono in mente molte cose…

    prima di tutto lo sguardo di un bambino disegnato. E’ quello creato da Davide Reviati nel suo Morti di Sonno. Mi piacerebbe che tu lo … vedessi.

    L’infanzia e l’adolescenza si raggomitola all’interno del villaggio costruito da E. Mattei, attorno allo stabilimento petrolifero di Ravenna. Si consumano i riti e i giochi di tutti i bambini, ma in un recinto. Fuori, i nuovi orchi della società antropizzata e industriale: la sirena della fabbrica, gli sversamenti sul fiume…
    E’ un’adolescenza lieta, con l’incanto degli occhi di un ragazzino. Percepisci nel paesaggio tratteggiato e in chiaroscuro (ebbene sì, è un fumetto) una storia cupa. Ma i tuoi occhi sono quelli del protagonista, sensibile, intelligente, che comprende e non comprende il mondo degli adulti. E poi si cresce…

    E’ la sensazione del doppio, che c’è anche nella bella poesia da te riportata. Lo sguardo non può ignorare la guerra.

    E così se torni con la mente a quella porta, indietro, fra le bellezze, scopri anche il crudo degli adulti.quello che allora lo sguardo innocente percepiva ma non comprendeva a fondo.

    Ma, io credo, l’innocenza si può conservare… quello è il prezioso involto che possiamo portare con noi per sempre, una volta attraversata quella soglia…
    Si può conservare l’innocenza.

    Mi viene anche in mente un quesito recente che mi ha posto una mia amica: tutti uguali o tutti diversi?
    Perchè nel leggerti, c’era il rivissuto, una certa comunanza, quella voglia di ricercare, indietro.
    E allora il mio passato è diverso dal tuo, ma forse, per uno strano destino, in qualche modo, uguale per tutti…

  5. Kforlay ha detto:

    …spesso ho un ricordo tenero della mia fanciulezza ma uno dei più nitidi è quello in cui dietro al sedile della macchina mentre si tornava a casa dopo una cena estiva mi addormentavo sulle gambe di mia mamma e con lo sguardo rivolto al finestrino scrutavo le stelle nel cielo, mi sentivo cullare dall’universo…forse il nostro esilio deriva da quel cielo così oscuro…

    Koly

  6. Andrea Pomella ha detto:

    Ciao Koly, forse per un puro caso, col tuo commento ti sei legato al post di oggi, che ha che fare proprio col cielo quando diventa scuro e con l’universo. E’ forse il segnale – come dice anche Francesca – che per uno strano destino siamo tutti uguali e al tempo stesso tutti diversi. Bentrovato.

  7. Cristina ha detto:

    Non avevo mai riflettuto all’esilio a cui siamo tutti soggetti. Certo è che l’infanzia è la nostra origine, come la casa che rimuoviamo o invece ci portiamo dentro, degli anni che furono.
    Bisogna tornare indietro per riprendere il possesso della nostra identità, bisogna fare dei passi indietro anche se scegliamo di ricostruirci. Andare avanti in questo senso è sempre un tornare…

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