Tu che guardi la purezza delle cose

Cosa abbiamo negli occhi di più delle altre bestie terrestri? Cosa distingue il nostro sguardo dallo sguardo di un felino, di un uccello migratore, di un lupo o di un pesce? Forse un’intensa e segreta macchinazione, la congiura dello sguardo umano. I nostri occhi sono uno strumento dell’anima prima ancora che del corpo, noi con essi costruiamo il mondo come vogliamo, non in modo oggettivo, e se una terra ci appare rossa anziché ocra è perché vogliamo intensamente che essa sia rossa. I nostri occhi camminano all’indietro sciogliendo la realtà che ci circonda fino al cuore. In questo modo, se vogliamo, facciamo scomparire il cielo, i contorni delle colline, l’inizio delle città, tratteniamo la verità come una caramella sotto la lingua, lasciamo che sprigioni il suo aroma ma ne modelliamo le forme a modo nostro. Gli uomini sono ricchi delle loro visioni. Da bambini guardiamo le gocce di pioggia sui vetri delle finestre e immaginiamo universi, animali, visi, nuvole, con manciate di terra facciamo pupazzi, torcendo le dita creiamo strani uccelli preistorici. La nostra abilità non sta tanto nella manualità di saper costruire, la nostra capacità è nel saper guardare le cose in modi sempre diversi. E allo stesso modo osserviamo le persone che amiamo: una donna, un bambino, una madre. Tu, per esempio, notte dopo notte, nelle migliaia di notti che hai percorso nella vita, ti sei mai sforzato di ricordare il volto di tua madre quando eri meno che un bambino? E quando invece sei cresciuto e ti hanno messo a galleggiare nel mondo in cerca della corrente giusta, tua madre, sempre lei, ricordi per caso in che modo fosse mutato il suo viso? E ancora, quando sei diventato un uomo mille volte più uomo di quello che avresti immaginato, e lei aveva ormai perduto la freschezza della gioventù e il morbido pallore della maternità, ricordi il giorno in cui ti sei accorto che sul suo viso erano spuntate le prime rughe della vecchiaia? Non te lo ricordi. No. Perché tutto questo è avvenuto gradualmente, così gradualmente che il tuo sguardo sempre così veloce non ha saputo stargli dietro, perché c’è una cosa che batte le infinite capacità dello sguardo umano, ed è la lentezza, la lentezza che muove il mondo e le cose della vita. Così, se chiedessi agli occhi di restituirti l’immagine di tua madre, la tua memoria non saprebbe cosa ordinare loro, se andare a ripescare in fondo alla tua infanzia, o al principio dell’adolescenza, oppure tracciare intorno a quelle prime rughe la ragnatela del suo viso. Lei, in ogni caso, sarebbe sempre una donna diversa. A volte penso che siamo come le lucciole, infaticabilmente ricamiamo con la luce dei nostri occhi in un afoso e opprimente tramonto estivo. Fin quando cala la notte. Poi non sappiamo più dove siamo.

 

Giancarlo Majorino, TU CHE GUARDI

tu che guardi
la purezza delle cose
la loro sicurezza
tu che guardi
alterata dall’ignoto
che fa da tuorlo al corpo
pure porgendo il profilo inviti a qualcosa
d’intensamente stabile e fluttuante
quindi con la voce battezzante
nomini dividi esponi l’ombra
sorella misteriosa
persona corporale più ricca di ogni cosa

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3 commenti
  1. cristina balzi ha detto:

    Lo sguardo di un bambino, a questo mi fa pensare Tu che guardi la purezza delle cose. Uno sguardo che muta nel tempo, con la crescita, che diventa sempre meno attento, sempre più sfuggente, distratto, veloce, oserei dire incapace. Recuperare lo sguardo ancestrale è un’ardua impresa, anche se è necessaria per non solo osservare ma vedere.

  2. elina ha detto:

    guardare la purezza delle cose vuol dire stupirsi, provare meraviglia
    la meraviglia appartiene ai bambini ma anche noi dobbiamo renderla viva in una rinnovata visione

    grazie Andrea

  3. fernirosso ha detto:

    ho in me tutte le stagioni del volto di mia madre e ripercorro le trame dei suoi segni mentre, di tempo, tesso i miei nei suoi pensieri. ferni

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