In Berlin, by the Wall

28 ottobre 2009

berlin artDentro di me c’è una città che ride voltando la schiena alle rovine della storia, è la città perfetta dove un uomo e una donna possono isolarsi per coltivare le proprie miserie, amore incluso. Berlino era una delle mie case da sempre, ma io non lo sapevo. Mi era rimasta come una folgorazione passandoci nel mezzo con un treno tanti anni fa, ne avevo annusato appena l’odore, eppure era stato come un odore di madre, di quelli che li riconosci alla radice dell’anima. Ci sono tornato quest’anno per caderci dentro come una foglia, per guardare sulle rive della Sprea la vita che scorre lentamente, nel riflesso pallido del sangue col quale, lì, i due più grandi e feroci animali del Novecento hanno tinto strade e finestre, palazzi e luce. A Berlino qualcosa rimane sempre in sospeso, forse la vita. Kurt Tucholsky scrisse: “Su questa città non c’è cielo. Che vi brilli il sole è cosa opinabile; in ogni caso il sole lo si vede solo quando abbaglia chi vuole attraversare il Damm. Del clima si dice male, ma in realtà a Berlino non esiste clima”. La domenica al mercato di Prenzlauer Berg arrivano principesse e saltimbanchi e fanno l’amore faccia a faccia con gli oggetti che espongono sui banchi, ho frugato tra le foto in bianco e nero di sconosciuti messe in vendita per pochi spiccioli, quelle foto sono le uniche sopravvissute al naufragio del tempo. Le abbiamo comprate per portarci via un pezzo di città, come fanno gli americani coi sassi del Colosseo. E poi ad Alexanderplatz mi sono seduto sotto i tigli e tra le aiuole per ripararmi dalla pioggia e contemplare la fila orribile e monotona di palazzi, e sul mio taccuino ho annotato i versi: “Su una faccia unica di mille finestre / tutte uguali e solo un fiore / e un viso di vecchia che fissa / la torre della televisione”. A Berlino per una settimana la mia vita si è fatta ombrosa, imprecisa e sonnolenta, ma tutto questo mi piaceva, sebbene mi minacciasse di quella forma di malinconia paranoica che ci strizza il cuore pensando alle vite che non abbiamo mai vissuto. Tra poco saranno vent’anni che il muro è caduto, anche questo devo scrivere se voglio raccontare in poche righe di una città che non si può raccontare. Sei nato in questo mondo e te ne intendi della ruggine dei ricordi, ma quando poi ti metti in marcia sulla Karl-Marx-Allee la città si riduce in una solitudine senza fine. C’era il muro a Berlino, sì. Era un tempo di uomini alle frontiere, e io che mi incanto sempre a pensare a quante cose passano sul corpo di una strada, di una città, quanti passaggi di parole e giorni, quanti uomini hanno guidato i loro gesti soffocati dall’angoscia o dal piacere. Stendhal parlando di Berlino disse: “Che cos’avrà la gente per cercare una città nel mezzo di tutta questa sabbia?”. La gente ha questo, una maledetta vocazione alla nostalgia.

“A Berlino, accanto al muro
eri alta un metro e settantacinque
era molto bello
lume di candela e Dubonnet con ghiaccio
Eravamo in un piccolo cafè
sentivamo le chitarre suonare
era molto bello
Oh, tesoro era il paradiso” […]

(Lou Reed, BERLIN)

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4 Risposte to “In Berlin, by the Wall”


  1. andrea, grazie.
    Per me berlino è un posto speciale che porto nel cuore


  2. non ho mai visto Berlino, ma ne sto assaporando il maledetto nostalgico profumo di frontiera
    ed é bellissimo.
    n.


  3. se non avessi il trasloco..il 9 andrei per il ventennale della caduta del muro


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