Tutti i giorni

29 ottobre 2009

alienationIn una meravigliosa poesia di Ferreira Gullar ho letto: “L’impiegato pubblico / non entra nella poesia / con il suo stipendio da fame / la sua vita chiusa in archivi. / Come non entra nella poesia / l’operaio / che smeriglia il suo giorno d’acciaio / e carbone / nelle officine buie. / – perché la poesia, signori, / è chiusa: / “non c’è posto” / Entra nella poesia solo / l’uomo senza stomaco / la donna di nuvole / la frutta senza prezzo // La poesia, signori, non puzza / né profuma”. È tutto ciò che non ti aspetti di trovare in una poesia. Così ho pensato con poca tenerezza a tutto ciò che è contrario alla poesia, alla vita stessa di tutti i giorni che è contraria alla poesia, a quegli oggetti e a quelle stanze che si oppongono ad essa e che tuttavia invadono la mia esistenza quotidiana. E i versi sono colati via così, senza sentimento.

TUTTI I GIORNI

Tutti i giorni faccio le stesse cose compio gli stessi gesti
entro in un ufficio e poso un mazzo di chiavi
due telefoni, una bottiglia piccola di minerale, il portafoglio
e la borsa sotto il tavolo.
Tutti i giorni apro di poco la finestra per far entrare un filo d’aria
in questo posto che aria non vede ma solo rumori
di traffico e schiamazzi
accendo il computer mi stropiccio gli occhi
sono appena le sette e mezza di ogni mattina
le stesse identiche sette e mezza
di ogni identico mattino.
Aggiusto il calendario controllo la posta
ordino la scrivania – per quel poco che c’è
da ordinare – do un’occhiata ai titoli dei giornali
e mi indigno e mi vergogno o forse più semplicemente
fingo di indignarmi e di vergognarmi e resto indifferente
o tutt’al più
dimentico in un minuto quello che ho letto e cerco
la concentrazione in qualcos’altro nel rombo di un motore
nella chioma di un tiglio nel verde smeraldo
di una poltrona disabitata sull’orlo di un’altra scrivania
tra le sette che affollano questa stanza o cerco
nei fogli appesi alle pareti un senso ai numeri e ai nomi
alle cose meno interessanti fra le cose poco interessanti
sulla lavagna frotte di sigle scritte a pennarello
appena sopra un fax che di tanto in tanto lamenta
la sua presenza al mondo
urla al soffitto il suo strazio di macchina.
Tutti i giorni impiego il tempo a infilare le ore
in questo deserto maledetto a sbattere gli occhi
sull’orlo di uno schermo
ad aspettare come un vecchio l’ora del pasto per vedere
un po’ di sole
a sbiancarmi la faccia e gli occhi come un fantasma o un insetto
per ritornare a casa da uomo perbene
che può dire di aver fatto coscienziosamente
il suo dovere
e se alla fine segreghiamo dolore e aspirazioni
dietro una maschera di cordialità rivolgendoci con finta grazia
agli altri fantasmi o insetti che pian piano entrano a popolare
la stessa stanza
lo facciamo per non azzannarci per non finire come bestie selvatiche
ciascuno a rinfacciare all’altro la propria vita meschina.
Mi pagano perfino per essere esposto a questo vuoto.
Ci penso eccome a quando passavo le giornate
appeso a un altro vuoto
e non c’era nessuno disposto a farmi un contratto
per morire di un’altra morte ogni giorno
con un’altra benda intorno agli occhi, con un’altra prateria di anni davanti.
Il mio mestiere è la stanchezza.
Tutti i giorni lo stesso giorno.

(Andrea Pomella – Ottobre 2009)

 

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11 Risposte to “Tutti i giorni”

  1. Erwin de Greef Says:

    Tra Marx e Ford, tra la felicità e l’infelicità che il lavoro può dare. Lavoro alienato e non-alienato: ecco il tema! E si tratta di una dinamica a più livelli, comunque, totalizzante che coinvolge il corpo, la mente, i sensi.
    Fin dal titolo di questa lirica – colta e fascinosa – di Andrea Pomella, noi lettori siamo di fronte a un nulla che dilaga, che entra nell’uomo, nei suoi ingranaggi. E’ un rotismo che non si allunga in una senso-percezione alta, in una reiterazione spirituale. Tutt’altro, questa coazione a ripetere – giocata principalmente in chiave psicologica – ha una meccanicità dettata da un ritmo insostenibile.
    “Tutti i giorni” è, dunque, un monito laico a nuova vita in cui si avverte la necessità di un rovesciamento, un riscatto, una rivincita anche morale. In tal senso sono inserite con oculata saggezza le parole chiave che polemizzano il tema trattato: tutti i giorni, le stesse cose, gli stessi gesti, le stesse identiche sette e mezza, ogni identico mattino, calendario, vergogna, indifferenza, le cose meno interessanti fra le cose poco interessanti…
    Questo universo (chiuso, claustrofobico, senza aria, con l’acqua in una bottiglietta come i condannati all’ergastolo) diventa un lamento, un url(o), uno strazio. E’ il deserto dell’uomo che vive in solitudine, che è nato vecchio: probabilmente già morto. Non c’è religione in questo tran tran che rimanda per inclusione o esclusione a moltissimi altri Autori.
    Andrea Pomella attraverso “Tutti i giorni” costruisce infiniti specchi, raccontando l’oblio, il vuoto esistenziale, l’eutanasia spirituale e cerebrale. Non c’è via di scampo – ci informa l’Autore – perché la lotta è certamente impari. Qui il protagonista – che per metempsicosi diventa (è anche) il lettore – rimane schiacciato tra due nulla, che si tramutano in un silenzio assoluto!

    Erwin de Greef

  2. Cristina Balzi Says:

    Il lavoro toglie tempo, tempo da dedicare alla vita, al proprio sviluppo personale, all’arricchimento intellettuale. Ogni lavoro se non artistico è fatto di tempo sottratto, alienato, cancellato. Mi viene in mente una citazione di Ghoete, alla domanda “stai lavorando?”, risponde semplicemente “No, mi sto divertento”.
    L’unico lavoro che ci permette di gioire e divertirci è infatti quello artistico.
    Il vuoto, il senso del nulla proprio del lavoro retribuito e sfruttato, si estende all’esistenza, a qualsiasi esistenza vissuta senza coscienza di sé, del proprio tempo, delle proprie più intime esigenze.
    Grazie Andrea, per avermi coinvolto.

  3. Andrea Pomella Says:

    Erwin, sai una cosa che diceva Conrad: “Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà – per se stesso, non per gli altri – ciò che nessun altro potrà mai conoscere”. Io penso che il lavoro umano debba servire a questo, a trovare se stessi, prima ancora che a renderci uomini compiuti col loro bel posto riconosciuto nella società. Il mondo capitalistico ha ridotto il lavoro umano, come hai giustamente sottolineato tu, a un deserto di solitudine in cui le persone annientano la propria individualità. Quante volte abbiamo sentito pronunciare la frase, “fuori dal lavoro è un’altra persona”. Ecco, io trovo che questa mistificazione di noi stessi rappresenti un dramma sociale di proporzioni colossali.

    Cristina, concordo con te quando dici che il lavoro toglie tempo alla vita. È questo il punto. Concordo con te, ma poi penso che il lavoro dovrebbe essere parte della vita, se viene percepito come una sottrazione del proprio tempo allora significa che qualcosa si è rotto. È l’assenza del lavoro la vera catastrofe umana, non dobbiamo dimenticarlo mai.

    • Cristina Balzi Says:

      Andrea, ho riflettuto molto sul senso delle tue parole, “penso che il lavoro dovrebbe essere parte della vita, se viene percepito come sottrazione del proprio tempo allora significa che qualcosa si è rotto”, mi sfugge però qualcosa, “qualcosa si è rotto”, non riesco a comprendere pienamente cosa davvero è andato in frantumi, cosa si è spezzato, e non è più. Potresti essere così gentile da chiarire il concetto? Posso dirti che la tua frase mi ha penetrato, turbato, inquietato. Risuona nelle mie orecchie, vortica nella mia testa, priva di corpo significante.

      • Andrea Pomella Says:

        Prendo in prestito le parole che qui ha postato Ferni: “Passare le dita sulla tastiera del piano non è un fatto notevole, ma trovare la sequenza e le ripetizioni con cui toccare i tasti forma i brani musicali che poi si amano o ci portano lontano dentro noi stessi. Ecco, il punto è questo: stare dentro noi stessi”. Questo si è rotto, oggi un uomo che lavora difficilmente riesce a stare dentro se stesso, il più delle volte indossa la maschera che il sistema sociale per il quale produce gli ha affibiato, tende a reprimere la propria coscienza, muta, si trasforma in qualcosa di diverso da sé. Il lavoro oggi è una macchina collettiva che non asseconda le peculiarità individuali. Questa è l’epoca dei call center, che sono i nuovi luoghi di alienazione, le nuove fabbriche, lager per polli da batteria in cui si riduce l’uomo all’incoscenza. Gli artigiani un tempo fondevano il lavoro col loro nome, arte e vita, mestiere e coscienza di sé. Questo si è rotto Cristina.

  4. fernirosso Says:

    vivo praticamente all’Istituo d’arte, eppure non è la stessa cosa che vivere d’arte, magari per l’arte…ma nemmeno questo è vero. Vivere è vivere, incluse le funzioni più banali, che poi banali non sono mai,dipende da come le si guarda,le si rivive, compreso aprire una finestra, spostareuna carta sul tavolo, svuotare il cestino…ci sono dettagli che diventano poesia, vedasi il testo sopra scritto,che ha il merito di dire senza esagerare ciò che accade e di mostrare le fenditure attraverso cui viene ad installarsi il desiderio, il pro-motore della parola leggera, o di quella grave.
    Passare le dita sulla tastiera del piano non è un fatto notevole, ma trovare la sequenza e le ripetizioni con cui toccare i tasti forma i brani musicali che poi si amano o ci portano lontano dentro noi stessi. Ecco, il punto è questo:stare dentro noi stessi.Gli operai ci stanno dentro di loro? E cosa trovano per poter alleggerire il carico? Ci sono esempi di poeti lavoratori, con un lavoro per niente lieve, ore e ore in fabbrica, Brugnaro,a Mestre, in quei pozzi di odori famelici, oppure Luigi Di Ruscio, otto ore di fabbrica dura.E scrive:
    .. il sottoscritto è fortunato / il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo / non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia / non sarà per noi l’insulto di essere a lungo vivi senza coscienza / i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie / la nostra miseria ci salva dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro / ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti / è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato / riuscendo perfino a testimoniarvi tutti »
    Poesia sta anche in carcere,sta all’ospedale, al manicomio,sta per la strada tra i barboni…il problema è credere che si vetsa con abiti eleganti e profumi di…elicriso.
    ferni

  5. leda Says:

    Primo Levi ne la chiave a stella diceva “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che molti non conoscono” ed anche “Il termine libeetà ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipodi libertàpiù accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindinel provare piacere a svolgerlo”.
    Non tutti i giorni, ma spesso, sono felice anche quando lavoro…

  6. Antonella Says:

    Ti lascio questi versi:

    Vegnerà el vero Cristo

    No gò corajo de ver sogni:
    il blù e l’onto de la tuta,
    no altro tal me cuòr de operajo.

    Mort par quatro franchi, operajo,
    il cuòr, ti te gà odià la tuta
    e pers i to più veri sogni.

    El jera un fiol ch’el veva sogni,
    un fiol blù coma la tuta.
    Vegnerà el vero Cristo, operajo,

    a insegnarte a ver veri sogni.
    P.Paolo Pasolini

    Verrà il vero Cristo
    Non ho il coraggio di avere sogni:il blu e l’unto della tuta, non altro nel mio cuore di operaio.
    Morto per due soldi, operaio, il cuore, hai odiato la tuta e perso i tuoi più veri sogni.
    Era un ragazzo che aveva sogni, un ragazzo blu come la tuta. Verrà il vero Cristo, operaio, ad insegnarti ad avere veri sogni.

    Ciao

  7. Isabella Verdiana Says:

    Tutto il vivere é un lavoro; avere consapevolezza di se stessi é lavoro..pesante, crudele, magico;non solo frutto di una ricerca, ma soprattutto di tempo e dolore; perché solo ciò che non vale nulla non costa nulla! – L’idea forse non ci piace molto, ma tale é! – Non siamo bianconigli. Trovare il proprio nocciolo significa essere disposti a svellere tutto ciò che ci sembra rassicurante, smontare e rimontare le idee un milione di volte; ma…mentre smonti le tue idee é la vita stessa che smonti. La analizzi, come prendessi un bisturi, un diamante finemente lavorato perché sia come la mente di un dio a sezionare senza pietà, per comprendere…E’ poi in quell’ora d’aria – come fossimo prigionieri (perché lo siamo) – che tutta la bugia é svelata. La necessità di ‘respirare’ ci dice tanto sulla sofferenza dello stare ‘in apnea’ dalla vita, quella che dovrebbe essere, quella che sarebbe giusto fosse…non quella che solitamente é..per molti.
    L’unico problema che si pone é quello di essere disposti all’annullamento di tutte le certezze per non trovarne di nuove, forse. Ed é un rischio assoluto, poiché nulla ci darà la certezza del rimpiazzo. Pertanto, prima di trovare la verità, bisogna aver già trovato se stessi: se é la verità che si vuol vedere, c’é bisogno di ‘tempra’ che la possa sostenere! Non c’é bisturi più tagliente, non c’é riparo a quello! Taglia direttamente le arterie, non usa mai limitarsi alla superficie. E, quando abbiamo effettuato ‘quel taglio’ nulla più sarà mai ricomposto come era stato in precedenza, nulla più sarà visto con gli stessi occhi e quell’uomo sarà ‘appena appena’ un pò più solo (non più nel gregge)…ma sarà tra i suoi simili. E’ comunque lì che vorrebbe stare, non altrove. Anche solo per un minuto e magari sempre. Ed io con lui.
    Andrea, un ringraziamento davvero profondo.

  8. Glò Says:

    Io che non ho parole per commentare, non per distacco, ma semplicemente perchè vivo l’armonia dei commenti che poi “faccio” miei, ringrazio te Andrea, Antonella, Cristina, Ferni e Isabella per come avete saputo incider-mi “dentro” ciò che abbiam fortemente bisogno di irradiare per non “morire” asfissiati in un sistema che di diamantesco porta solo una “finta” e debole ripercussione d’un economico valore, e non l’atavico percorso che si “forma” nel corso d’un migliaio anni luce attraverso un lavoro interiore che si ha paura di di-mostrare con la semplice “passione”.

    Glò


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