Il sapore del pane in un chicco di grano

Ogni tanto si legge di qualche  classifica che mette in fila gli incipit letterari più belli di tutti i tempi. In genere al primo posto compare sempre il leggendario “Chiamatemi Ismaele” che apre il Moby Dick di Melville, poi segue ineluttabile il colonnello Buendìa di García Márquez che davanti al plotone di esecuzione si rammenta della scoperta del ghiaccio, e poi, ancora, Proust e il suo imperituro “Longtemps” che dà avvio alla Recherche. E così via, l’elenco potrebbe essere infinito. Quello degli incipit è un gioco personale e avvincente in cui tutti gli appassionati di letteratura cadono presto o tardi. Per quanto mi riguarda sono tre gli attacchi che, più di tutti, negli ultimi anni hanno folgorato il mio cuore di lettore. Al primo posto metterei senza dubbio l’incipit di Beloved di Toni Morrison: “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini”. Poi l’invito angoscioso e quasi di scherno di Jonathan Littell ne Le Benevole: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. E infine Javier Marías che in Un cuore così bianco mette in scena un formidabile “Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era da poco tornata dal suo viaggio di nozze, entrò nel bagno, si mise davanti allo specchio, si aprì la camicetta, si tolse il reggiseno e si cercò il cuore con la bocca della pistola del padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti”. Ne ho citati appena tre. In realtà ho un intero universo di incipit letterari che mi ronza nella testa, come un’uccelliera piena di piume in sospensione di cui ricordo perfettamente per ciascuna l’uccello del paradiso a cui apparteneva. Si dice che un buon incipit debba racchiudere in poche parole l’intero romanzo, debba essere in breve un distillato della storia, conservarne l’aroma ed avere almeno una parola tra silenzio e colpa che scagioni l’autore dall’accusa di invadenza e convinca il lettore a imbarcarsi nel viaggio che lo attende. Secondo me la domanda che si cela dietro un incipit è sempre: Si può riconoscere, assaggiando un chicco di grano, il sapore del pane che verrà?

Mohammed Bennis, LUOGO

Come macchia viene la scrittura
dall’ala della morte
dal fondo
dello smarrimento
da un vuoto padrone
che estasia luce sulle proprie estensioni
dalle mie antitetiche stirpi
oggi tra noi richiami di tatuaggi
e cieli bassi

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4 commenti
  1. Isabella Verdiana ha detto:

    Dal chicco di grano si può sapere solo se il pane verrà, non se verrà buono o cattivo : quello dipende dalle mani dell’uomo e dal lievito..se risentirà della temperatura o del posto in cui viene conservato o di come verrà lavorato..esattamente come avviene per tutto il resto. L’incipit é tale e quando un pane viene buono lo é anche se, mentre si sta decidendo se comprarlo o meno, si aprirà nel mezzo, all’inizio o dalla fine..o da dove si vorrà cominciare…Sarà buono ovunque lo si…spezzi!

    • Andrea Pomella ha detto:

      Vado a cercare la formula di questa alchimia, sperando che gli ingredienti si decidano a reagire ad arte, come si conviene. Grazie Isabella, ti auguro un buon fine settimana.

      • Isabella Verdiana ha detto:

        Sono convinta che la formula tu l’abbia trovata, sei lievito umano che cresce nella giusta alchimia di sale e sostanza.
        La tua umanità é così…divina. Grazie Andrea, adoro ciò che scrivi. Isa

  2. Il chicco da solo non basta, però, a dirci della bontà del prodotto finito. Ma di sicuro chi mette tanta cura nel preparare un chicco buono ci lascia pensare che curerà bene anche tutto il resto.
    Ecco dov’è l’importanza di un buon incipit. Ci prepara all’assaporare il seguito.
    Ciao Andrea. M.

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