Nel volto di uno straniero

Capita a volte in una giornata di nebbia o di pioggia, ma anche il sole a volte ha la sua parte, che ci si guardi allo specchio cercando nelle pieghe del viso un movimento, un ricciolo di pelle che si piega a sorriso, un’ombra di quello che siamo sempre stati, senza tuttavia scorgere qualcosa di diverso dal volto di uno straniero. Quando succede a me, mi chiedo se ho davvero intimità con me stesso, o se ancora, ogni volta che mi guardo allo specchio, tiro fuori un’espressione, o smusso ancora un pochino una guancia, o aspiro l’aria per sembrare più magro, o tiro all’indentro un labbro, o faccio chissà quale altra concessione alla vanità. Poi mi accorgo che a queste cose pensavo ancora di più quando avevo vent’anni, forse perché la maturità significa imparare un po’ di più ad essere alleati di se stessi, forse invecchiare è questo patto glorioso che si stipula con uno specchio. E tuttavia, sempre, accade che arrivi un momento in cui tutto ci diventa estraneo e senza senso, le nostre membra e i nostri sguardi sul mondo, le cose che ci circondano, è il momento in cui non capiamo più che cosa accade intorno a noi, e tutte le cose che fino a un attimo prima ci erano familiari diventano all’improvviso come uccellini in una gabbia, sul balcone, che congelano in una giornata d’inverno. Quando poi davanti allo specchio si prova a modulare qualche suono, una parola, un verso, una voce, ecco che ci sentiamo ancora più distanti, ecco che perfino la nostra lingua madre ci suona straniera. A dire il vero ci sono persone che convivono con questa sensazione di estraneità a se stessi per tutta la vita, ma per ciascuno si può vedere la faccenda in modi sempre diversi. Perché allora accade questo? Perché – come dice Ori Bernstein – un uomo a un tratto si fa straniero a sé? Gli scrittori, gente che notoriamente passa giornate tristi, soli, con la faccia più svampita di quanto non lo fosse prima di essere partoriti al mondo, hanno per contratto l’obbligo di farsi stranieri a se stessi. La scrittura è un modo come un altro per scendere a patti con la scoperta della propria diversità nello specchio. La scrittura, dunque, salva l’uomo da un sacco di cose, compresi l’autoadorazione e l’incontro traumatico con un tizio che ha i nostri baffi e porta il nostro stesso nome.

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Ori Bernstein, UN UOMO SI FA STRANIERO

Un uomo a un tratto si fa straniero a sé
ai suoi oggetti, alla sua casa, alla donna in cui riposa
e l’aria di ogni giorno su lui posa
come terra strato sopra strato.
Un uomo a un tratto si fa straniero
al suo corpo dissociato, alle molte membra delle quali
si abusa in movimenti infiniti.
E solo la sua testa è un serraglio di animali ammansiti.
E con le dita, nel linguaggio di chi non parla e non sente,
cerca di raccontare a se stesso brevemente
le cose che non disse mai a parole,
ma il suo sangue lentamente
lo soffoca come una cravatta e la rètina distende
una mappa di macchie alle pareti
con terre popolate dalla sola solitudine.
 
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3 commenti
  1. Isabella Verdiana ha detto:

    Lo straniero in ogni uomo, é sempre lo stesso; stesse domande stessa procedura. E’ un pensiero errante, da mente a mente, di vita in vita, a ricordare che l’uomo non é e non deve essere sempre uguale a se stesso.
    E’ il segnale di una nuova crescita, preceduto dalla crisi; é un frammento dell’ossatura mentale, che senza tanti complimenti si stacca autonomamente dalla propria sede per farci sapere che abbiamo creato nuova malta e con quella vuole essere assemblato di nuovo per essere più forte. Ogni parola, ogni fremito per la vita, ogni giornata buia ci rende più forti, più grandi, più in lotta che il giorno precedente…e più estranei a noi stessi, ma molto più amati da chi ci vede riposizionare con fatica – e strazio giornaliero – quei frammenti, nella volontà di fortificare la nostra identità e di amplificare la nostra ‘luccicanza’ alla sensibilità propria ed altrui…Un uomo come una pulsar, che offre il grandioso spettacolo dei neutroni che danzano in una trasformazione che dura tutta una vita: eccezionalità d’Autore!

  2. Andrea Pomella ha detto:

    La tua Isabella è una lettura molto interessante, dunque l’uomo quando cambia, quando si evolve – che diventi migliore o peggiorno non importa – non si riconosce. Il senso dell’evoluzione umana è l’essere sempre stranieri, è questo rimanere sempre sconosciuti a se stessi.

    • Isabella Verdiana ha detto:

      Si, c’é un momento di ‘buio’ tra le fasi del cambiamento in cui l’uomo deve ‘rielaborare’ non solo se stesso, ma l’essere stesso (lo straniero).
      La vita modifica quasi impercettibilmente la nostra esistenza tutti i giorni – le dinamiche sociali, le strategie di adattamento, i sentimenti – e tutte le modifiche vanno ‘riconciliate’; la nostra mente,in tali frangenti, ha il compito di identificare e motivare la necessità di quello sforzo.
      E proprio in quel momento si innestano gli ‘Altri’, il nostro prossimo più prossimo, chi ci comprende. Solo coloro che ci comprendono ci riconoscono…sempre, facendo in modo che non ci perdiamo: il vero amore di coloro che non ci vedono mai come stranieri e ci riconduce ‘a casa’, ovunque la vita abbia tentato di farci..come dire…traslocare.
      Dopo, ma solo dopo, una carezza che ci rassicuri, possiamo ripartire verso una nuova stazione…verso una nuova sensibilità.

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