Non è necessario inventare niente

5 novembre 2009

rouaultQuand’è successo che ho perduto la fede? In quale giorno di quale anno, e in quale ora di quel giorno? In quale pensiero più atroce degli altri, davanti a quale piatto freddo di minestra, o a seguito di quale evento di radicale importanza? Quando? Ecco, io confesso che non ricordo e che non so. Ero un ragazzino timorato di Dio, imbevuto fin dentro le ossa di quel cattolicesimo da borgata mandato a memoria nei vari catechismi, negli asili e nelle scuole, recitavo preghiere ogni sera e mi appassionavo alle vicende dei vangeli come a un romanzo d’avventure, e poi, davanti al crocifisso, restavo in ossequio come uno scultore in adorazione della forma perfetta, contemplando l’idea del sacrificio umano come l’aspirazione più grande a cui ogni uomo dovrebbe tendere. Poi, d’un tratto, il dubbio. E dopo il dubbio la vita vera, e con essa gli sterchi e le immondizie degli uomini, e la certezza che in tutto quello non poteva esserci l’opera del Dio che mi avevano fatto conoscere. E quindi l’impressione di essere stato raggirato, frodato, ingannato per anni, irretito e plagiato da un esercito di congiurati che miravano solamente alla mia cieca obbedienza. Questo dunque era la fede. Un imbroglio orchestrato ad arte da una combriccola di suore e di maestre, di preti e di zie. E poi l’orgoglio sdegnoso di chi ha in tasca, finalmente, la verità, di chi la sa lunga, di chi ha le prove dell’inesistenza di Dio. Ma anche sulla mia presunzione è calato presto un dubbio. Un dubbio vagamente agnostico. Se non altro ho smesso presto di avere fede nell’ateismo, fede nel non avere fede. Così, nel più favorevole dei casi, mi sono ritrovato intorno ai trent’anni con due certezze sepolte nel fondo del mio cuore: la certezza dello scettico che non crede in Dio e la certezza di chi non ha certezze e sospende il giudizio perché in ogni caso intorno a Dio, ai suoi simboli e alle storie bibliche, ci ha costruito un universo di suggestioni imprescindibili. Ho scelto una poesia di Adélia Prado a chiusura di questo brano. La Prado un giorno ha detto: “La gente non comprende l’arte. La gente non capisce la fede. La fede è diretta al sentimento, alla sensibilità. Non è necessario inventare niente, niente, niente”. Per questo credo che, tutto sommato, per chi lavora di arte e di scrittura, lasciare aperto uno spiraglio, in fin dei conti, costi come sbirciare ogni tanto in un libro qualsiasi, per rubare un aggettivo, o al massimo per scovare una ragionevole via d’uscita.

Adélia Prado, FEDE

Una volta, dalla finestra, vide un uomo
che stava per morire
mangiando purea di banana.
La linea del suo mento era ormai di frontiera,
ma lui non lo sapeva, o forse sì?
Come posso saperlo?
Mangiava, trovando che era buono,
offrendomelo con naturalezza, tuttavia
inaspettatamente chiese
(o lo chiese abitualmente come altre volte?):
come sarà la resurrezione della carne?
È come già sappiamo, gli rispose:
tutto è come qui, ma senza le cattiverie.
– Che mistero profondo! disse
e altro disse, grazie a Dio,
posando il piatto.

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