David Grossman, maestro di dignità

Quando nel 2007 lo scrittore David Grossman, durante la cerimonia per la consegna del Premio Emet, uno dei riconoscimenti più prestigiosi assegnati dal governo israeliano, rifiutò pubblicamente di stringere la mano al premier Olmert, venne inaugurata ufficialmente una nuova stagione nei rapporti fra letteratura e potere. Il gesto era carico di eccezionali valenze simboliche. Va detto innanzitutto che Grossman aveva da poco perduto il figlio Uri, di 22 anni, nella seconda guerra del Libano, ucciso 48 ore prima che venisse messa in atto la tregua tra Israele e gli Hezbollah, tregua che era già stata decisa ma che veniva tatticamente rinviata. La storia di un soffocante presentimento di morte provato da una madre per il figlio soldato era – per una funesta e sbalorditiva coincidenza – il tema centrale del romanzo a cui stava lavorando Grossman al momento della sua tragedia familiare, romanzo giunto poi sugli scaffali delle librerie italiane col titolo di A un cerbiatto somiglia il mio amore. Il libro, senza alcun dubbio tra i più importanti pubblicati nel 2008, è una lunghissima dichiarazione di amore genitoriale e di dolore, un lento e drammatico excursus nei fantasmi che agitano le coscienze d’Israele e, più in generale, di qualsiasi essere umano sulla faccia della terra che veda messe a repentaglio le sicurezze dei propri affetti sotto la minaccia di una guerra. E poiché la guerra, ogni guerra, è la personificazione bestiale di un potere che si scatena a fronte di una provocazione, o di un interesse, e che per salvaguardare se stesso e i propri privilegi sacrifica i figli degli altri, il pubblico rifiuto dello scrittore durante la consegna del premio, il suo vistoso dare le spalle al detentore di quel potere, l’abbagliante impertinenza dello scrittore riflessa nello sguardo gelido di stupore di Olmert, significava di fatto una presa di distanza netta e precisa da parte di uno dei massimi rappresentanti dell’intellighenzia israeliana (mille volte accusata da più parti di complicità con le azioni del governo di Tel Aviv) rispetto alle posizioni politiche in quel momento maggioritarie in quel paese. Lo stesso Grossman, un anno prima, durante un discorso in memoria di Yitzhak Rabin si era rivolto a Olmert in questo modo: «Signor Primo Ministro, per una volta, non guardi ai palestinesi attraverso il mirino di un fucile o la garitta di un posto di blocco: vedrà un popolo non meno straziato del nostro. Un popolo occupato, oppresso, privato di ogni speranza». A noi che viviamo in tutt’altre latitudini, che abbiamo nei cromosomi la soggezione e la deferenza al potere, che viviamo da secoli in ossequio degli uomini più influenti per tenere le brache al riparo dagli spifferi pungenti dell’inverno, la sconfessione del potere da parte di un uomo di lettere, di un padre che ha avuto assassinato il proprio figlio in guerra, deve essere apparso come un azzardo dissennato. Io, da parte mia, ringrazio Grossman di mille cose, in testa alle quali metto proprio quel gesto pubblico che, in un paese come Israele, ininterrottamente in guerra dall’anno della sua fondazione ad oggi, assomiglia tanto a un’apostasia, al ripudio di quanto c’è di più repellente in un’autorità di potere e nelle sue più fangose manifestazioni. Ringrazio Grossman per aver contrapposto al gelo della forza pubblica la straordinaria dignità di un comportamento umano altissimo.

*

Meir Wieseltier, LA FARFALLA DEL PUS

Breve oratorio per genitori di figli non caduti in guerra

Il fanciullo dagli occhi azzurri, pieveloce
e dalla lingua sciolta si è librato in mezzo a noi
limpido come Ermes, sorta di uomo-farfalla
senza passato, di danza pregna di futuro.
Perché noi asini stanchi così volemmo.
E se rubava ogni tanto, così dicevamo
che era naturale in un giovane dio.
Ma un giorno che tornò da uno dei viaggi
pingue, incalvito, una crosta di piaghe purulenti
intorno alla triste smorfia della bocca,
ci spaventammo: chi pensava a una tal fine?
Noi no. Prometteva tanto bene.
Ora bisogna allacciargli un campanello,
che non sparga pus in tutta la città.

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8 commenti
  1. bellissimo articolo andrea, la differenza (lo stacco, il punto di rottura) dipende sempre dagli uomini. Ricordo bene quel momento e grossman è un uomo di immenso spessore oltre ad essere uno scrittore meraviglioso. grazie

    gianni

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao Gianni, ho guardato spesso il filmato di quella premiazione (è facilmente reperibile su youtube). Si vede bene come Grossman, un attimo prima di percorrere il palco e andare a ritirare il premio, abbia un momento di indecisione, come se ci fosse ancora un dubbio in lui, poi subito dopo lo vediamo scattare in avanti carico di coraggio e di forza. Ecco, io trovo in quell’attimo di esitazione una forma di umanità struggente, un passaggio minimo forse, ma enormemente denso di significato.

  2. pier paolo ha detto:

    due mesi dopo la morte del figlio, david grossman è venuto da noi a cagliari, alla prima edizione del festival tuttestorie di letteratura per ragazzi (festival che andrea conosce bene perchè da qualche anno è uno dei volontari più assidui)
    per qualche giorno ci ha chiesto di evitare i gionalisti, e noi , insieme alle tre libraie organizzatrici del festival, abbiamo protetto lui e la sua famiglia dalla morbosa curiosità legata alla loro dolorose vicenda
    sono stati giorni, quelli, nei quali abbiamo imparato ad apprezzare molte cose di david, su tutte la sua umanità e semplicità, che solo i grandi hanno
    “non pensavo che sarei riuscito a partire di nuovo”- mi ha detto una notte – “ma stare qui con voi mi ha fatto bene”
    all’incontro della sera con gli studenti al festival, ha esordito così: sono david grosmann, sono uno scrittore, ho tre figli, uno l’ho perso in guerra due mesi fa”
    ho l’onore di essere considerto un suo amico e oggi david è il presidente onorario del festival tuttestorie
    grazie andrea

    • Andrea Pomella ha detto:

      Pier Paolo, lo sai, dentro di me ci speravo che scrivessi questa cosa. Vale più di mille articoli. Grazie.

  3. Isabella Verdiana ha detto:

    Ricordo quel gesto in un passaggio televisivo. Pochi uomini sanno tradurre un dolore inconcepibile in una sublime dignità, che diventa ‘vita’ per se stessi e restituisce senso alla percezione del mondo per coloro, tra i quali me, che sono spettatori delle loro azioni. Amare la vita attraverso l’amore e la dignità di un grande uomo non é cosa di tutti i giorni.
    Andrea, ti ringrazio…anche di essere partecipe, nella lettura, della vostra esperienza.

  4. maria ha detto:

    “E quelli che vivono il mistero in modo falso e cattivo (e sono moltissimi), lo perdono solo per sè e pure lo trasmettono oltre come una lettera chiusa, senza saperlo” (lettera ad un giovane poeta, di Rainer Maria Rilke)… queste parole Grossman ha scelto come introduzione al “libro della grammatica interiore”…Gerusalemme primi anni’60, il bambino Aharon…

  5. Erwin de Greef ha detto:

    La Guerra Israelo-Palestinese è assurda. Certo, le motivazioni sono profonde e difficili da sradicare, ma come si scrive nell’articolo – citando lo stesso Grossman – gli uomini non possono essere guardati solo attraverso il mirino di un’arma o la garitta di un posto di blocco. Personalmente, ritengo che gli Israeliani stiano sbagliando molte – forse troppe cose – nei confronti del Popolo Palestinese. La cronaca ha fallito il suo dovere, la Storia renderà giustizia.

    Erwin

    • Andrea Pomella ha detto:

      Proprio per le ragioni che esprimi tu ritengo che sia di assoluta rilevanza il levarsi di voci come quella di Grossman, non solo, ma di tutti quegli intellettuali israeliani critici rispetto alla politica di aggressione condotta dal loro governo nei confronti del popolo palestinese. Considero fondamentali i movimenti di opinione generati da punti di vista autorevoli come quello di Amos Oz, per fare un esempio, quando dice che il conflitto israelo-palestinese «non è una storia nero su bianco. Niente buoni da una parte e niente cattivi dall’altra. Non è un film western, e nemmeno un western capovolto. Nel conflitto fra ebrei israeliani e arabi palestinesi non ci sono “buoni” e “cattivi”. C’è una tragedia: il contrasto fra un diritto e l’altro».

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