Sì, ma quanto vale?

Tante volte mi sono chiesto perché noi umani nasciamo nudi, bagnati dalle acque materne, senza niente addosso che non sia la nostra pelle, perché una volta respirata la prima boccata d’aria il Dio che presiede a tutto questo non ha pensato di concederci un borsellino con i primi denari, un salvacondotto per la società degli affari. In buona sostanza mi chiedo perché il denaro è diventato nella società umana il principale elemento di selezione, pur non essendo – al contrario del sesso, dell’aspetto fisico, del carattere personale, eccetera – un fattore regolato da madrenatura. La ricchezza è un valore che persiste nei secoli. Al contrario di altri beni che hanno perduto o acquistato la loro misura in ragione delle epoche, il denaro (o l’oro, o più in generale un patrimonio spendibile in un’economia di mercato) ha mantenuto inalterato il proprio peso politico e sociale, la sua capacità di incidere nei ruoli che un uomo può o meno ricoprire in un determinato ambito di riferimento. Eppure, in astratto, si fa un gran parlare delle ricchezze immateriali, dei tesori di talento, delle qualità umane degli uomini. Ma tutte queste cose così belle, una volta poste di fronte al dilemma commerciale (che suona più o meno come la domanda: sì, ma quanto vale?) improvvisamente si fanno nebulose, perdono i contorni, assumono aspetti vaghi, perdono di importanza. La razza umana ha compiuto innumerevoli scelleratezze nel corso della propria storia, ma il più grande delitto imputabile all’uomo è senzameno l’aver perduto se stesso e i propri talenti come unità di misura, sostituendo tutto ciò di volta in volta con cerchietti metallici, fogli di giornale, anelli luccicanti, numeri, lingotti, barre di minerali. È l’uomo stesso che conferisce valore alle cose e poi se ne fa schiavo.

Eugénio de Andrade, GLI AMANTI SENZA DENARO

Avevano il viso aperto a chi passava.
Avevano leggende e miti
e freddo nel cuore.
Avevano giardini dove la luna passeggiava
mano nella mano con l’acqua
e un angelo di pietra come fratello.

Avevano come tutta la gente
il miracolo di ogni giorno
sgocciolando dai tetti;
e occhi di oro
in cui ardevano
i sogni più dispersi.

Avevano fame e sete come le bestie,
e silenzio
intorno ai loro passi.
Ma ad ogni gesto che facevano
un passero nasceva dalle dita
e abbagliato penetrava negli spazi.

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