Centomila sogni abbattuti

Mi manca Giorgio Gaber. Mi succede sempre più spesso. Accade soprattutto quando ascolto un giornale radio la mattina mentre vado a lavoro in macchina, o all’ora di cena, quando tengo il volume del televisore basso e lascio scorrere in sottofondo le notizie del giorno. Mi manca la sua fiducia dolente nelle esperienze individuali dell’uomo, il suo guardare con sospetto ai movimenti e alle mode, mi manca la sua etica. La voce di Gaber me la ricordo da quando ero ragazzino, era il cantante alla radio, era il ritornello leggero di “vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu” che fischiettava ogni tanto mia madre, era il rumore degli anni Settanta che riverberava senza profondità nella coscienza in formazione del bambino che ero, un suono che seminava come un profumo di familiarità, che sedimentava un senso di appartenenza, correggendo certi passaggi infantili dei miei pensieri e tracciando i segni di un’eredità che avrei imparato ad apprezzare solo tanti e tanti anni dopo. I fiori sono maschere che a volte nascondono il volto nero del bosco. Gaber, insieme a qualcun altro della sua generazione, ha raccontato quel bosco con parole che profumavano di primavera. Nei centomila sogni abbattuti del Novecento il signor G è passato come il vento. Fin dal primo giorno in cui ho sentito formarsi dentro di me una coscienza politica mi sono sentito come un orfano, uno lasciato esposto alla corrente, con un buon grado di giudizio e la certezza di sapere da che parte stare, ma anche come uno che tuttavia ha smesso di credere ai dogmi e alle buone intenzioni dei filosofi. Da grande, ascoltando le canzoni di Gaber, ho scoperto di non essere poi così solo. “C’è sempre stata, da parte della sinistra, diffidenza nei confronti di chi non è allineato”, disse nel ’99 in un’intervista al Corriere della Sera. “Una delle caratteristiche della sinistra è una certa intolleranza che viene da lontano, da Gramsci, dalla figura dell’intellettuale organico. Io sono di sinistra. Ma non sono organico. Ho il privilegio di andare sul palcoscenico e di raccontare quello che penso”. Ecco, il mio Gaber è questo, è il Gaber del “potere dei più buoni, che un domani può venir bene per le elezioni”, è il Gaber di “io come persona, completamente fuori dalla scena”, ma è soprattutto l’ultimo, il più struggente e amaro, quello che si avvicina al mistero dell’amore con l’esperienza di una vita e l’umiltà di chi ammette che “quando sarò capace di amare farò l’amore come mi viene, senza la smania di dimostrare, senza chiedere mai se siamo stati bene”. Mi manca davvero quel Gaber. Mi manca davvero Giorgio Gaber.

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3 commenti
  1. E’, questa forse, la più grande epoca delle solitudini. Così mentre intrecci virtuali compaiono e scompaiono come meteore,non si riesce a colmare vuoti, mancanze; così mentre i viaggi divengono cosa da nulla, non riusciamo più ad esser viandanti fra paesaggi e volti, ma in mezzo alla velocità.
    Afferri qualcosa, ma ti pare che scompaia alla stessa velocità con cui l’hai preso. Allora rimane solido il ricordo e l’affetto di quando tutto rimaneva almeno per un po’. di quando si poteva assaggiare, pensare, ingerire.
    E’ quella mancanza solidificarsi in consapevolezza della solitudine.
    Ma sebbene virtuale, la mia mano vuole prenderti e dirti che ti ho letto e che Gaber vive grazie a te e che, guardando in una sosta ai lati, ai lati, sì, ai margini, puoi trovare ancora chi ti canta belle parole. un abbraccio, mio carissimo Andrea

  2. Hanna ha detto:

    E’ un bellissimo omaggio ad un grande uomo e personaggio.
    Grazie Andrea.
    H

  3. Andrea Pomella ha detto:

    Francesca, le tue parole sulle solitudini mi hanno ispirato il pezzo di oggi. Tutti viviamo grazie alla consapevolezza di qualcun altro, per questo forse dovremmo sentirci più responsabili, o meno indifferenti. Ti ringrazio di cuore, come ringrazio Hanna.

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