La lingua degli uomini

Gli uomini non si parlano perché non hanno alcuna lingua in comune. Due esseri umani che abitano sotto lo stesso cielo, nello stesso paese, nella stessa città e nello stesso quartiere, magari nella stessa strada e nello stesso palazzo, per non dire allo stesso piano di quel palazzo, e perfino nello stesso appartamento, e che – proprio a voler cavillare – abitano la stessa stanza e dormono nello stesso letto indossando gli stessi vestiti, due tipi così, fra loro, useranno in ogni caso due lingue diverse. Le loro parole potranno assomigliarsi a un certo grado, questo sì, ma non saranno mai perfettamente coincidenti, ci sarà nei loro discorsi sempre un cono d’ombra, una vela di buio, un momento in cui essi non si comprenderanno. E a quell’incertezza preferiranno il silenzio. Gli uomini, quando si ammazzano, si violentano, si torturano, si sopprimono, si sfiniscono, si annientano, hanno invece la stessa lingua in comune. Ancora quei due di prima, che abitano sotto lo stesso cielo e nello stesso paese, che vivono nella stessa città e nello stesso quartiere, nella stessa strada e nello stesso palazzo, che hanno in comune lo stesso piano di quel palazzo e lo stesso appartamento, e che – ancora – abitano la stessa stanza e riposano nello stesso letto condividendo gli stessi vestiti, quei due lì, fra loro, a buon bisogno saranno capaci di usare la stessa violenza. In quel caso non ci saranno indeterminatezze, il livello della loro comunicazione sarà perfettamente equivalente e niente interverrà a turbare il reciproco intendimento. La violenza sembra essere il solo linguaggio universale che l’uomo è in grado di comprendere senza incertezze. E questo la dice lunga sulla natura degli uomini.

Tàkis Sinòpulos, LE NOTTI

Una strada si snoda circolare intorno alla terra.
Una luce di pietre, molte colombe nel tetto sottovento.

Allora il Crùtago ha ordinato che venissero uccisi cinquecento nel
campo. Albeggiava che li presero e li portarono via. Scampò solo
il mio cane, spesso lo sentirete abbaiare in questa poesia mutilata.
Lui era già stato confermato. Ma cosa significa confermato?
Quando, il vento inaccessibile dal mattino.
Ti arrestano e ti piantano un chiodo nell’orizzonte.
Il sole stava sul balcone.
Cose immobili, ora spaventose e immobili.
Il pensiero illuminato da finestre oblique, nomi da dimenticare.
La tua vita con le spalle al muro e la mano dell’altro ti fruga.
Più tardi comincia la tua vita in un altro quartiere e mi dicevi.
Agenzie notturne, potrai partire.
Ritornerai nudo, tradito com’eri.
Stasera i tuoi denti scavano il poco pane dove si cela
la tua libertà.
Un sorriso oscuro scivola su quello che una volta era la bocca,
il tuo viso.
Sprofondato in un letto antico dormirai, anonimo amico.

Potessi tu sapere come tutto ciò è cominciato.

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2 commenti
  1. Isabella Verdiana ha detto:

    La violenza é arma facile da usare. Come un rasoio, un taglio netto senza indecisioni perché non ci sono approfondite valutazioni da fare quando si vuole ‘colpire’. Semplicemente basta uccidere – nel corpo o nella mente – recidere, infierire, offendere, ignorare e via più a fondo nell’oscurità. Ed é ancora più facile entrare nel posto della maledizione che in quello della benedizione; per il primo basta scivolare in una delle azione dette…Non é tanto la violenza che piace all’uomo quanto la facilità della sua applicazione e questo la dice ancor più lunga….

  2. Raffaella ha detto:

    La violenza non è e non può essere veicolo di comunicazione: comunicare è azione “tra pari”, non relazione tra chi soverchia e chi soccombe. Direi piuttosto che in un’epoca in cui tutti parlano in continuazione, pochi sono disposti ad un reale ascolto. E nell’atto del parlare, spesso siamo autoreferenziali: non importa chi ci ascolta e quanto ci ascolta o ci capisce, parliamo per il gusto di farlo. Parole vuote. Autismo dialettico. La tragedia di una civiltà delle comunicazioni che ha perso il senso di se stessa, nella banalizzazione dei concetti, nella perdita della memoria, nel vuoto dei valori.

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