La bellezza della fatica

Ho scoperto il piacere della corsa su lunga distanza un’estate di qualche anno fa. Correndo su una strada di campagna di 1250 metri complessivi – su e giù per un numero sempre variabile di volte, fino a coprire distanze di quindici, sedici chilometri – ho capito molte più cose di me che in tutto il resto degli anni in cui ho condotto la mia vita in modo sedentario, da uomo medio occidentale contemporaneo. La strada in questione si dipana in una leggera e costante salita. Nel tratto finale, corrispondente più o meno agli ultimi trecento metri del percorso, la salita si impenna improvvisamente in una scalata decisa e ripida da mozzare il fiato. Tuttavia, non appena la si percorre nel verso contrario, ci si ritrova a galoppare a capofitto in una discesa scatenata, cosa non meno difficile da gestire per muscoli e fiato che arrancare in salita sul fianco di un rilievo. Il paesaggio che si apre intorno è di una bellezza commovente. Lunghi campi coltivati e colline dorate color polline, file di tigli ombrosi e qualche vecchio casolare. È qui che ho appreso i primi rudimenti della corsa di resistenza, è qui che ho imparato a governare i ritmi del corpo e ad apprezzare la bellezza della fatica (sì perché un’idea molto difficile da far accettare a chi non abbia mai praticato la corsa con un minimo di regolarità è che c’è anche una bellezza nella fatica). Per queste ragioni nell’ultima settimana mi sono concesso la lettura del saggio, uscito di recente per Einaudi, dello scrittore giapponese Murakami Haruki dal titolo L’arte di correre. Murakami, prolifico autore di romanzi di gran successo in tutto il mondo, è anche un maratoneta ed il rapporto fra la scrittura e la corsa è qui indagato in maniera minuziosa e certamente affascinante. Tra le frasi del libro che mi sono appuntato c’è questa: “Scrivere un libro è un po’ come correre una maratona, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno”.

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