Un uomo che è vuoto di quasi tutto

Succede in un ipermercato. Spingo il carrello della spesa verso la cassa libera, l’unica che sia libera nel traffico di gente che affolla l’ipermercato di sabato mattina, un giorno di novembre che conta un mese preciso prima di Natale. Tocco con la punta del carrello la sommità del nastro scorrevole e mi accingo ad accatastare le cose che ho preso ma che non ho ancora pagato. Arriva un tale e mi taglia la strada di netto, infila il suo carrello davanti al mio e senza guardarmi comincia a scaricare la sua roba. Tiro un sospiro e decido di soprassedere. Il tale è però davvero un tipo odioso. È un ragazzo di una ventina d’anni, smilzo e con l’aria strafottente, un moscerino ripugnante e abietto che sembra essere concentrato unicamente sul proprio ego. Vorrei chiudere qui l’incidente, confidare nella sua buona fede e contenere la mia pressione arteriosa al giusto grado. Ma il ragazzo non si dà per vinto, e una volta finito di scaricare la spesa e procedere alle operazioni di pagamento con bancomat o carta di credito o sa il diavolo cosa, con un gesto plateale ma imperturbabile molla il carrello vuoto davanti al mio, mi blocca il passaggio – in breve se ne fotte allegramente di tutto ciò che viene dopo di lui – e fa per andarsene. Ometterò quello che è successo dopo (è davvero poco importante). Ciò che sempre mi sorprende in casi come questi è la sensazione che mi invade. È come se all’improvviso il mio corpo si svuotasse di ogni organo, tessuto o polpa, ma anche di ogni sentimento, ricordo, impulso, e rimanga come un sacco gelido e privo di controllo, una belva imbalsamata ma ancora terribilmente feroce. Tutto svanisce insieme al prosciugarsi della mia storia, della mia cultura di riferimento, del carattere che gli anni mi hanno forgiato, delle regole a cui sono sottoposto. Non c’entra uno stato di collera, è qualcosa di più arcaico e profondo, è un movimento lunare, uno strappo, una tirata brusca che mi ricollega velocemente alle profondità ancestrali dell’essere. A volte mi fa paura quello che rimane di noi a seguito di una provocazione gratuita, di un banale sopruso, di un torto, dopo che insieme alla marea si è ritirato tutto e come leggiamo nei versi di Uffe Harder non resta che “un umido cielo su un paesaggio / spopolato per miglia intorno”. Succede in un ipermercato, o in qualsiasi altra parte del mondo, ma condiziona la nostra natura ed è il limite oltre il quale c’è la rovina.

Uffe Harder, A VOLTE
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A volte sono un uomo che è vuoto di quasi tutto
a volte s’arresta il fiume di scale facciate
palme panorami
carrozze fontane visi cieli
grattacieli venditori ambulanti musica marosi pietre
fuoco soli aeroplani rovine
e qualcosa d’interminabile come grigia bruma
si riversa entro il cervello entro il corpo
molto rapidamente si tagliano tutti i fili
a volte sono un uomo che è vuoto di quasi tutto
non resta che
una banchisa alla deriva un mare brumoso
e un umido cielo su un paesaggio
spopolato per miglia intorno.
 
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