Il colore e il sapore del tempo

Se mi soffermo a ricercare il ricordo più antico che ho conservato nella memoria, rivedo un’immagine formidabile: una donna vecchissima, quasi centenaria, che indossa un vestito a fiori e siede sul bordo di un divano. È la mia bisnonna. Il suo viso è segnato da innumerevoli rughe, la sua dimensione è smisurata, pur essendo una vecchina magra e ossuta e con gli occhi corrosi e quasi privi di riflessi, io la vedo colossale. Ciò è facilmente spiegabile col mio punto di vista, che è quello di un bambino di un anno e mezzo o due. È un’immagine così vivida che non posso in alcun modo mettere in discussione, sono assolutamente certo che questo sia il mio primo ricordo del mondo. Eppure, tempo fa, parlando di questa cosa con mia madre, ho dovuto concedermi un dubbio. Mia madre sostiene che il ricordo sia in realtà una ricostruzione della mia mente, un adattamento ricreato dalla memoria. E per suffragare questa tesi afferma che in qualche scatola in fondo a qualche cassetto esiste una foto, forse l’unica, che ritrae la mia bisnonna, e in quella foto indossa precisamente un vestito a fiori, probabilmente lo stesso che ho in mente io. È ragionevole pensare dunque che l’immagine a cui mi riferisco sia in realtà il ricordo di questa foto, e non quindi il residuo di un’esperienza diretta vissuta nel mio passato. Per la verità non ho ancora messo alla prova le mie ragioni, come potrei fare per esempio setacciando le foto di famiglia, alla ricerca di quell’unica foto che raffigura la mia bisnonna. Ciò che mi affascina e al tempo stesso mi atterrisce in questa storia è la scoperta di quanto siano relative le certezze che abbiamo rispetto al tempo vissuto della nostra vita. L’uomo, dopo aver suddiviso il tempo in tre capitoli – passato, presente e futuro – ha trovato il modo di rendere le cose molto più approssimative e sfuggenti di quanto crediamo. Così un tempo, dopo essere stato vissuto, di nuovo torna a richiudersi e a farsi oscuro, come un castello di sabbia i cui contorni vengono dapprima smussati e poi definitivamente spianati dalla risacca. Nell’incipit de La lingua salvata di Elias Canetti leggiamo: “Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa”. Probabilmente non potrò mai avere una certezza altrettanto categorica, se l’immagine della mia bisnonna seduta sul divano sia o meno l’inizio dei miei ricordi umani. Io, però, voglio continuare a crederlo.

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José Hierro, PASSATO

Ora che torna di nuovo la sera
grigia e d’argento, ora che ho
davanti agli occhi, sulla lingua,
il colore e il sapore del tempo,
adesso, finalmente, che dolore,
quanto chiaro e preciso lo vedo!
Sembra che cammini sulla terra
assistendo al mio funerale,
che sia appeso al presente
simile a un occhio immenso,
contemplando tutta la mia vita,
che faccia il nido nel mio stesso corpo.
Io, stando fuori della carne,
distaccato lo osservo.

Va il mio corpo verso la riva.
Si ferma (no: mi fermo).
Gioca o si distende tra le rocce
e mentre lo veglio s’addormenta,
senza poterlo destare
dalle sue menzogne e dal suo sogno

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1 commento
  1. Io no ho foto dei nonni e ne ho conosciuto uno soltanto per pochi anni, però ho ricordi nitidi di quando ero piccolissima nella culla. Ricordo la noote precedente il primo giorno all’asilo, ricordo mia mamma che censura con uno schiaffo sulle mani le mie dita in mezzo alle gambe…avevo poco più di due anni e non ci sono foto a testimoniare questo.

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