Un cane e una donna

Così come tengo i miei libri ordinati sugli scaffali di una libreria secondo un criterio segreto o palese che mi aiuti ogni momento a ricordare per ciascuno il posto e la collocazione, allo stesso modo è pieno il mondo di luoghi nei quali transitiamo anche solo un istante, che hanno visto il nostro corpo vivente muoversi e scomparire, agire, farsi da parte o mettersi in mostra, o più semplicemente passare. Sono giorni in cui rifletto su cose minime, come le ultime cinque righe di un capitolo in un libro di cui non conosco neppure la trama. Tre giorni fa, per esempio, oltre il cancello che delimita l’aria condominiale del palazzo in cui vivo ho visto passare una signora con un cane, uno di quei cani bianchi di taglia piccola, un bichon frise o un avanese. Questa donna non aveva alcunché di speciale, e a dirla tutta, lì per lì, è passata davanti ai miei occhi suscitandomi niente più che un sentimento di indifferenza. Il fatto straordinario è che il suo passaggio davanti al cancello l’ho notato solo il giorno successivo, mentre uscivo in macchina come ogni mattina per andare a lavoro. Sarebbe meglio dire che il secondo giorno, più che notare la donna col suo bichon bianco, ho fatto caso alla sua assenza, o ancora, la mia attenzione ha reso giustizia in modo inatteso a qualcosa che in un primo tempo non avevo considerato affatto. Il tratto di strada davanti al cancello era stato, per così dire, completato dalla donna col cane, e ciò era accaduto solo in quel preciso momento, esattamente il giorno prima, quando l’avevo vista passare per un attimo in un modo del tutto casuale e ordinario. Secondo questa logica, io non posso collocare la donna col cane in un altro posto che non sia quello, la signora col bichon bianco è senza dubbio lì che passa e ripassa continuamente, soffermandosi a ridosso del muro per sollecitare i bisogni della bestiolina, ripartendo e poi di nuovo esitando in prossimità del marciapiedi, tutto come se fosse un’immagine intrappolata in una sequenza di pellicola che si riproduce all’infinito. Stamattina ho scovato una poesia di Cesare Pavese e mi sembrava che parlasse più o meno di questo, di certe piante sul lago che hanno visto una donna un mattino, e di giorni che passano, e di cose che non saranno così per sempre, anche se può capitare che agli occhi di un poeta una sconosciuta, un mattino, un lago, o qualsiasi altra cosa, restino – per l’eternità – ciò che sono stati in un momento.

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Cesare Pavese, LE PIANTE DEL LAGO

Le piante del lago
ti hanno vista un mattino.
I sassi le capre il
sudore sono fuori dei giorni,
come l’acqua del lago.
Il dolore e il tumulto dei giorni
non scalfiscono il lago.
Passeranno i mattini,
passeranno le angosce,
altri sassi e sudore
ti morderanno il sangue
– non sarà così sempre.
Ritroverai qualcosa.
Ritornerà un mattino
che, di là dal tumulto,
sarai sola sul lago.
 
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2 commenti
  1. claudia colucci ha detto:

    Non conoscevo questa poesia di Pavese, è molto bella. Il primo pensiero che è apparso in me leggendo la tua nota è che, sì, l’assenza ci parla e ci interroga molto più a fondo della presenza. …se solo per un attimo ci fermiamo ad ascoltarla. Grazie

    • Andrea Pomella ha detto:

      Prima o poi dovremo chiedere conto al tempo che passa, o se davvero la vita è tutto, dal principio alla fine, simultaneamente, in quel caso non ci saranno assenze, ma solo passaggi. Grazie a te Claudia.

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