Meursault nella mia sacca

Per lungo tempo ho portato nella mia sacca un libro importante come Lo straniero di Albert Camus. L’ho portato come una delizia e come una croce. Non già dall’incipit, ma dalla prima riga, o meglio ancora dalla prima frase, quella che si conclude con un punto, cinque parole, “Oggi la mamma è morta” e già avevo compreso tutto il peso di questo romanzo tra i più importanti del Novecento. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.’ Questo non dice nulla: è stato forse ieri”. Ho studiato e ristudiato queste parole per mille giorni. Letteralmente. Credo infatti di non essere riuscito a liberarmi di questa specie di ossessione letteraria prima che fossero passati tre anni dalla sua lettura. La storia dell’impiegato francese Meursault che ad Algeri nel ’36, per una serie di circostanze fortuite, finisce per compiere un assassinio involontario, è forse il più forte canto all’indifferenza che sia mai stato concepito da una mente umana. Il personaggio creato da Camus è infatti l’incarnazione perfetta dell’assurdità del vivere, di quella superficialità congenita che tanta parte ricopre ancora nella società contemporanea. Tre anni – ho detto – per liberarmi di Meursault, per non obbligarmi ogni volta a penetrare nelle frasi che leggevo o che scrivevo con la volontà ultima di asciugarne il senso, di sfrondarle del superfluo e lasciarle disossate come noccioli di albicocca al sole. Poi, dopo quel lungo periodo, ho regolato il mio rapporto con questo libro, ne sono venuto a patti, ho potuto finalmente posarlo nella libreria e riappropriarmi di un po’ di pace. Eppure, ancora oggi, se ne rileggo una frase, un capitolo, una specie di demone minaccioso torna a impossessarsi di me. Penso allora che Meursault sia ancora al suo posto, nella mia sacca, come una maschera sovrumana, un’ombra interminabile.

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Jorge Luis Borges, FAMILIARITÀ

Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e, dentro, gli sguardi
non hanno bisogno di fare caso agli oggetti
che sono già precisamente nella memoria.
Conosco le abitudini e gli animi
e quel dialetto di allusioni
che ogni raggruppamento umano ordisce.
Non ho bisogno di parlare
né di mentire privilegi;
bene mi conoscono coloro che qui mi circondano,
bene sanno le mie angosce e la mia debolezza.
Questo è raggiungere ciò che è più alto,
ciò che forse ci darà il Cielo:
non ammirazione né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una Realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.

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2 commenti
  1. maria ha detto:

    Abbiamo la sacca piena di uomini senza qualità…io ho avuto a lungo l’incubo di Ivan Ilic che crede di poter non morire, del povero Bartleby che mangia biscotti allo zenzero, e di altri…sopiti indifferenti!

  2. Camus ha ossessionato un bel po’ anche me. Ma con LA PESTE. l’ho sfogliato milioni di volte. Quello che cercavo di comprendere era il segreto di quell’assoluta perfezione. Come può un libro contenere la “perfezione”? Come può un autore servirsi della semplicità per scrivere una cosa complessa e meravigliosa? Come può rinunciare a tutte le forme per adescare il lettore, ed ammaliarlo più di ogni altro libro mai letto?
    Eppure è cos’ semplice…
    Io me lo sto ancora chiedendo. E nella mia borsa di sicuro ci sta il dottor Rieux, indimenticabile figura che non giudica, non parla quasi mai. Ma recluta anime.. e la mia è al suo servizio.
    Camus è un mago.
    semplicemente. E sono lieta di avere la sua traccia dentro di me…

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