Nelle pagine cancellate di un libro

Molti anni fa, leggendo il romanzo d’esordio di Jack Kerouac, The town and the city (in italiano tradotto col titolo La città e la metropoli), che attacca con un’apertura che sembra una lenta carrellata americana alla John Ford, La città è Galloway. Il fiume Merrimac, largo e placido, scorre giù dalle colline del New Hampshire, verso Gallaway, per incresparsi alla cascata dove si spezzetta in schiuma contro la roccia…”, incappai in un imprevisto insopportabile e seccante. A tre quarti della storia il racconto si interrompeva di colpo, ma non per volere dell’autore, né perché fossi esausto o annoiato dalla lettura, ma semplicemente perché, a causa di un errore nella stampa del volume, le pagine che seguivano erano tutte implacabilmente bianche. In sostanza era come se il buon vecchio Jack, di punto in bianco, si fosse stufato di raccontarmi la sua storia e avesse deciso all’improvviso di tacere, di spegnere la luce e sussurrarmi “Sogni d’oro, amico mio”. Ero allora molto giovane e senza un soldo in tasca, uno studente affamato di libri ma in perenne crisi d’astinenza, per cui non mi sfiorò neppure l’idea di comprare un’altra copia del libro solo per vedere come diavolo sarebbe andata a finire. Perciò non mi restava che un’unica soluzione: proseguire da me e inventare il resto della storia. Così, sbollita la rabbia e rimboccate le maniche, andai a sedere sul gradino della finestra che dava sul giardino, presi in mano un ramoscello d’albero e tracciando segni nella terra secca di inizio estate provai a consolarmi sviluppando il seguito della trama. Naturalmente non ricordo più cosa riuscii a inventare, ma ricordo perfettamente che, passato un primo momento di frustrazione, trovai il gioco perfino divertente. Da allora mi capita spesso di ripensare ai libri che ho letto tanti anni addietro, e poiché non possiedo una memoria che possa dirsi propriamente prodigiosa, ho come molti l’attitudine a dimenticare trame e personaggi. Ho perciò in mente un intero catalogo di libri con le pagine bianche, in cui il tempo ha cancellato ogni riga, ogni nome, ogni descrizione o dedica o capitolo. Non sarà un caso che una delle prime cose che ho scritto (era più o meno in quegli anni lì) raccontasse di un tale che, per uno strano gioco del caso, inizia a ricevere ogni giorno una busta affrancata che riporta come mittente una certa Penelope e che contiene una lettera invariabilmente bianca, e su queste lettere ben presto cominci a immaginare frasi, e poi una storia, e poi una donna in carne e ossa, e infine un amore. Forse qualcuno riuscirà a spiegarmi un giorno perché, certe volte, cancellare una storia o riscriverla daccapo resti un atto di sopravvivenza non affatto disprezzabile.

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13 commenti
  1. Isabella Verdiana ha detto:

    Si, Andrea! E’ così. Una occasione affatto disprezzabile, poiché come ogni uomo che ha già tracciata una strada, o la segue senza esitazione o la rimette in discussione cercando di valutare se ha le forze e la capacità per farlo. E’ davvero tanta fatica per un uomo solo con i propri sogni. Ma…tracciare una nuova strada partendo dalla ‘fiamma’ di un’altra vita, ci regala una scintilla tutta nuova con cui riaccendere qualcosa di già consumato che per noi é del tutto nuovo! Ed é la ragione per cui nessun uomo é completo se é in solitudine e per cui possiamo affermare che un mondo senza amore é un mondo di uomini perduti e sconfitti.

    • Andrea Pomella ha detto:

      In fondo, Isabella, cosa siamo tutti noi, se non prosecuzioni arbitrarie di storie nelle quali siamo finiti per caso?

  2. enrica ha detto:

    E’ uno dei miei giochi preferiti Andrea, anzi a volte
    neppure proprio un gioco: inizio un libro(o un capitolo) di un autore che mi piace- a proposito On the road dell’amato Kerouac è una specie di fonte inesauribile per me- e dopo qualche riga interrompo la lettura e continuo a modo mio, inventando una mia storia. Così sono nati tanti miei racconti….
    bel post che mi son davvero goduta. bacibaci enrica

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao cara, forse l’ho già scritto da qualche parte – non ricordo – ma sai che fino a un po’ di tempo fa On the road me lo rileggevo ogni anno a maggio, quando cominciavo a sentire l’odore dell’estate in arrivo, mi piazzavo in giardino vicino alle rose, sulle ginocchia l’atlante con le pagine aperte sulla cartina d’America per seguire gli spostamenti di Sal e Dean, e viaggiavo viaggiavo…

  3. enrica ha detto:

    sono enrimorgause andrea:-)

  4. porca miseria, mi hai fatto secca…
    Penelope sarà il “nostro” sito. Penelope va alla guerra. l’avevo scelto come titolo.
    preparati a rispolverare ramoscelli, schedari, memoria e fantasia…
    Credo sia un destino bellissimo quello che ci ha fatti incontrare. Non può essere diversamente se Penelope ci ha chiamati, assieme.

  5. Frances ha detto:

    Se una notte d’inverno un viaggiatore…
    Anche al Lettore, protagonista del libro di Calvino, accadeva di trovarsi davanti pagine implacabilmente bianche proprio quando la nuova storia in cui si era immerso gli era diventata indispensabile! E questo accadeva volta dopo volta, per ogni libro che cominciava a leggere… E sempre quando la storia era diventata indispensabile anche a me!!! Diamine, quanto ho desiderato che qualche penna lodevole finisse tutte quelle storie… perché non lo fai tu, per noi lettori in trepida attesa di essere portati in un altrove fatto di inchiostri e spazi bianchi presto colmati?

    • Andrea Pomella ha detto:

      Non ho letto “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, peccato, sennò l’avrei senz’altro citato nel pezzo. Ma a questo punto mi hai messo una gran curiosità, e visto che non leggo Calvino da tanto, mi sa che lo metto in programma per le prossime sedute!

  6. Antonio Lanza ha detto:

    Non mi è mai capitato di trovare un libro con le ultime pagine bianche che suggeriscano l’invito “e adesso continua tu, puoi farlo come vuoi”.
    Mi fa però piacere che tu, Andrea, citi “The town and the city” di Kerouac, un libro se vuoi di stampo tradizionale, ma che è uno dei più belli (stavo per dire il più bello) dello scrittore statunitense. L’ho letto quando dal mio comune di residenza mi trasferii a Catania per studiare lettere. Allora Catania, viverci, mi sembrava un’avventura grandissima. Catania era la “City”, la metropoli con gli autobus che sferragliavano sin dalle prime luci del mattino, e il mio paese, lontano, era una “town” del ricordo, della nostalgia, delle cose piccole…
    Grazie Andrea per aver smosso con quel libro questo ricordo.

    P. S. Ti vedo lì nel giardino di rose con “On the road” tra le mani e un Atlante aperto sulla pagina degli States sulle gambe. Ciao.
    Antonio

    • Andrea Pomella ha detto:

      Grazie Antonio per questo intervento. Ti confesso che io, personalmente, ho amato un altro Kerouac. Quello di The Town and the City – il libro “alla Thomas Wolfe” come si dice sempre a proposito di questo romanzo – è un ottimo assaggio per indovinare lo scrittore che sarebbe diventato. Però comprendo benissimo il sentimento che ti ha smosso, pari a quello legato alle due città di Kerouac, la Lowell dell’infanzia e la New York (e in special modo il Greenwich Village) della giovinezza. In questo senso La città e la metropoli nasce da un’intuizione quasi proustiana (la parte di Swann e quella di Guermantes).

  7. Antonello Umberto ha detto:

    Non c’è cosa migliore che riscrivere un romanzo di Kerouac. Anche se da quel che ricordo “la città e la metropoli” non è proprio quello che si può considerare un capolavoro letterario, quindi di sicuro Jack non si sarà rivoltato nella tomba.

  8. serena ha detto:

    Prendere in mano un ramoscello d’albero per tracciare segni nella terra secca d’inzio estate immaginando una storia nuova, sia essa la trama di un libro o la trama della propria vita è un gesto così infantile e adulto allo stesso tempo, magari appoggiando una guancia sulle ginocchia per far scivolare meglio i pensieri. Raggomitolarsi. Un’implosione di pensieri. Per poi, alzarsi, srotolarsi, con un idea nuova. Che meraviglia.

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