Il silenzio sull’uranio e la conta dei morti

7 dicembre 2009

Da un po’ di tempo mi interesso delle vittime dell’uranio impoverito che, a quanto risulta da un bilancio del Goi (Gruppo Operativo Interforze della Sanità Militare), in Italia sarebbero almeno 250, cifra alla quale vanno sommati 1991 malati per possibile contaminazione. Il mio interesse è rivolto in particolare a quelle forme di malattia racchiuse nella definizione di “sindrome dei Balcani” – per lo più linfomi di Hodgkin e altre forme di cancro – che hanno colpito i soldati italiani al ritorno dalle missioni in Bosnia e in Kosovo negli anni Novanta. In particolare in Kosovo, stando ad alcune ammissioni del Pentagono, i caccia militari della NATO spararono contro i mezzi blindati undicimila proiettili contenenti questo metallo, il cui utilizzo era dovuto alla sua enorme forza d’impatto e di penetrazione. In realtà i decessi attribuiti all’uranio impoverito non devono limitarsi ai militari impiegati in Bosnia e Kosovo, ma vanno estesi anche a quelli che operarono in Albania e nella prima guerra del Golfo del 1991. È proprio di ieri la notizia che il tribunale di Roma ha condannato il ministero della Difesa a risarcire per  1,4 milioni di euro i familiari di un militare italiano morto di leucemia alcuni anni fa a seguito delle contaminazioni da uranio impoverito. L’uomo, un ex sottufficiale dell’Esercito della provincia di Cagliari, aveva prestato servizio presso il poligono di Teulada, in Sardegna. I versi che seguono li ho scritti qualche mese fa. Valgono meno di un pensiero, il piccolissimo contributo che ciascuno di noi può dare a nome di una causa, che seppure servisse a raggiungere anche solo i cuori di cinque persone conterebbe comunque come un saldo all’attivo nel bilancio delle nostre coscienze.

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IL SILENZIO SULL’URANIO E LA CONTA DEI MORTI

È libero il soldato, è a un passo dai cipressi
costretto nella siepe di ferro del suo letto
disteso come una città sotto l’uragano
sua madre è sulla soglia di casa, lo guarda
va a comprare un po’ di spesa sul fare
del giorno, prima che lui diventi pioggia acida
uccello o albero nero
o mare che obbliga le sue onde a vigilare
Questa notte
il suo figlio soldato non ha ancora quarant’anni
militare da dieci e come tale
assegnato nei teatri di guerra
di Kosovo, Balcani, Afghanistan e Iraq
ma così umide e coronate le sue ciglia
di minuscole lacrime da bambino
così piena di rovi e cardi la polvere
che gli ha ridotto le mani a due schiave
che dirlo soldato è un’offesa al cielo
quel nido di ossa e cenere che ha visto il mondo
in missione di pace per vergogna
di chiamarla guerra
E sua madre si sposta una ciocca di capelli
e pensa a quando tornerà come tornano
gli uccelli
o come ricresce l’erba, e il soldato allora avrà
di nuovo labbra fiorenti e muscoli alle gambe
non più la materia senza nome che ha respirato per le strade
l’uranio, il tungsteno
la festa di ballo e fuoco che ha cosparso il mondo
di guano
Ma il soldato nello specchio è già un morto
un caso come cento in un dossier
sua madre, suo malgrado, anche oggi si vergognerà
delle lacrime in anticipo, scriverà
una lettera di carta straccia al ministro addetto alla saggezza
e per quanto le riguarda nel tempo a venire
la corda dei panni tesa sull’orizzonte impiccherà
ogni giorno il sole
sul tetto

(Andrea Pomella – Giugno 2009)

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9 Risposte to “Il silenzio sull’uranio e la conta dei morti”

  1. maria Says:

    I versi che hai scritto, per questa madre, valgono molto molto di più dei risarcimenti, Andrea!

  2. saskia Says:

    Sai cosa penso, Andrea? Penso che per le famiglie delle vittime la cosa più grave dopo la morte di un figlio, di un padre, di una cara persona, sia il silenzio totale. Non quello creato dalla morte, ma dalla società che ignora il dolore, come se non esistesse.

    Sai cosa penso, Andrea? Penso che i tuoi versi valgano un mondo.

  3. Davide Says:

    meravigliosa poesia Andrea.
    Più ti leggo e più sono contento di poterti leggere.

  4. maria Says:

    La poesia aiuta la memoria…ma anche una madre a piangere meglio la sua desolazione.

  5. Anifares Says:

    Io ho lavorato in Kosovo (non sono militare) e facevo le analisi del sangue perchè chi stava lì veniva “monitorato” (ho avuto problemi con la tiroide, ma niente d’importante), ma ho sempre pensato che la popolazione locale non viene e non veniva “monitorata” e ti assicuro che nel nord dell’Albania i tumori nei ragazzi sono aumentati… ma sarà perchè gli aerei della Nato che non buttavano le bombe in Kosovo le buttavano nei laghi dell’Albania? Oscuri misteri …

    • Andrea Pomella Says:

      Questa cosa della popolazione locale sottoposta a ogni genere di scempio me l’hanno confermata in molti, è in genere la prima cosa che dicono coloro che hanno operato “sul campo” quando si parla di uranio impoverito. Non ci sono misteri, se non lo scarso interesse dell’opinione pubblica su questa materia.


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